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Gli innamoramenti di Javier Marías

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Gli innamoramentiDeve essere una caratteristica dei romanzi di Marías, lo è per certo di quanti ne ho letti finora: aprirsi con la notizia di una morte, un sommovimento tellurico seguito da una lunga serie di sciami sismici nella vita e nei pensieri dell’io narrante.

Gli innamoramenti non fa eccezione. Quanto racconta è una lenta esplorazione non tanto del lutto, ma degli incredibili riverberi (e delle oscure premesse) del vuoto attorno al quale si sviluppa la storia e che finisce per toccare la vita anche di chi, come Maria, la protagonista, non aveva un legame diretto con il defunto.

In questo caso, tuttavia, l’incipit, ovvero il fatto attorno a cui tutto ruota, non sembra in grado di innescare a dovere il racconto, poiché non connotato né dal mistero del suicidio rievocato all’inizio di Un cuore così bianco, né dalle circostanze imbarazzanti del decesso con cui si apre Domani nella battaglia pensa a me, e dunque non ha in sé elementi che subito rimandino a un oltre della storia: chiede perciò un ulteriore passaggio narrativo ad un autore già di suo abituato a raccontare a spirale, come un avvoltoio in lento avvicinamento alla sua preda.

Marías sottopone al lettore un elemento per volta, con calma e senza smettere di ruminare i precedenti, così che i suoi personaggi ne intuiscono man mano un risvolto diverso nel loro incessante tentativo di comprendere la forma della realtà circostante e la natura dei propri accadimenti interiori.

Al netto di questo tipo di lentezza, Gli innamoramenti è un romanzo in crescendo, che svela il quadro sempre cangiante dei sentimenti e l’impatto devastante che sulla vita di chiunque può avere l’innamoramento, una passione tanto affine all’amore eppure da esso così distante; quella che rende una persona irresistibile ai nostri occhi e può portarci a compiere – o ad omettere – vere e proprie enormità.

Ancora una volta, pur senza distaccarsi per un istante dal realismo, in questa sua indagine dell’interiorità Marías affida un ruolo preminente ai riferimenti letterari e in particolare al “suo” Shakespeare: espressioni e cenni ricorrenti, che catalizzano l’immaginario dei personaggi e che via via si dispongono a creare una rete di nuovi significati.

…quello che accade nei romanzi è indifferente e si dimentica, una volta che siano terminati. Le cose interessanti sono le possibilità e le idee che ci inoculano e ci portano tramite i loro casi immaginari, rimangono in noi con maggiore nitidezza dei fatti reali e li teniamo in maggior considerazione.

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Mancarsi di Diego De Silva

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Mancarsi

L’ambivalenza del titolo ben rende lo spunto su cui regge il volumetto: da un capitolo all’altro si alternando le vicende di due personaggi, Nicola e Irene, che mai si incrociano, pur frequentando entrambi lo stesso bistrot.

I due sono accomunati da un vuoto, una solitudine che, sia pure in modi diversi, segna in profondità la loro vita sentimentale. Su questa mancanza brevi paragrafi aprono, con una certa leggerezza, altrettante finestrelle. A turno, come i battiti di un cuore.

Tuttavia, durante la lettura, si avverte una scarsa empatia con i protagonisti, poiché i loro vissuti interiori sono di continuo riportati su un piano generale, quasi a voler cercare una regola, trovare la formula che interpreti e intercetti un comune sentire.

De Silva ha uno stile gradevole, capace di rendere molto scorrevole la lettura, ma in questo caso denota un certo compiacimento che finisce per compromettere la buona riuscita del testo.

Mancarsi è una chicca mancata.

La freccia di Ulisse

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Vassily Kandinsky, Arco e freccia (1923)

Vassily Kandinsky, Arco e freccia (1923)

Si è detto di Penelope e dei suoi epigoni, della trama che tesse nell’attesa di colui che ne sappia riconoscere l’intreccio e penetrare le maglie. Per comprenderla, per raggiungerla. Ora il momento è giunto, adesso tocca a lui.

Ulisse fa ritorno a Itaca sotto mentite spoglie, c’è una prova che deve affrontare per rivelarsi e al contempo insinuarsi nel piano tessuto dalla moglie. Allo stesso modo, nell’arte del racconto, si verifica un doppio occultamento che coinvolge scrittore e lettore, l’uno assente nella lettura, l’altro nella scrittura. È il testo a separare questi versanti, ben distinti eppure in contatto fra loro: per mezzo di esso si può stabilire un incontro fra i significati enunciati dall’autore e quelli estratti dal lettore, incontro che può diventare dialogo solo a patto che quest’ultimo riesca a cogliere e a illuminare le traiettorie di senso tracciate dal testo nella sua indipendenza.

Può sembrare una prova impossibile e per certi versi oziosa, ma è l’unica che Penelope statuisce per concedersi. Come se tendere l’arco del marito non fosse già abbastanza, i pretendenti sono chiamati a far passare le loro frecce attraverso i fori di dodici scuri.

Ulisse conosce il suo strumento, l’abilità affinata da una lunga pratica non svanisce nemmeno dopo dieci anni di guerra. Sa che occorre scaldare il legno perché sciolga la sua fissità, ma si tratta di un vantaggio che da solo non è sufficiente. Per arrivare a Penelope, deve intuire la regolarità nella disposizione dei vuoti e vedere l’invisibile: la traiettoria che essi disegnano. Scagliare la sua freccia lungo di essa, a quel punto, è la parte più facile.

Al pari di Ulisse, il lettore ha il compito di individuare i fili invisibili all’interno del testo, cioè selezionare le informazioni pertinenti rispetto a un dato codice. Senza una chiave di lettura, infatti, vagherebbe come in un labirinto, ma, una volta ottenuto l’accesso, non gli resta che seguire le traiettorie trasversali alla manifestazione lineare del testo, ovvero quei fili sotterranei chiamati isotopie.

Esse rappresentano il luogo deputato all’attualizzazione dei significati dell’intreccio, indirizzano il lettore alla ricerca del senso profondo che soggiace alla semplice esposizione dei fatti. Individuate dal reiterarsi di riferimenti, più o meno espliciti, alla medesima tematica, le isotopie, come una vena aurea che viaggia fra la nuda roccia, spesso rivelano la parte più preziosa del senso narrativo, o, comunque, conducono il lettore che le colleziona alla sede di un senso ulteriore. Sono fiumi sotterranei che trasportano la linfa del testo e, laddove non affiorano, spetta al lettore assetato rintracciarli.

Talvolta, il testo racchiude isotopie di cui perfino l’autore è ignaro. Con il volo della sua freccia, Ulisse rende visibile a Penelope un filo della sua stessa tela.

Cuore di pietra

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Si fa presto a dire “cuore di pietra” e a pensare subito a un soggetto algido, spietato, privo di sensibilità. Eppure, c’è pietra e pietra…

Riconoscete fra questi il nostro ?

Riconoscete fra questi il nostro Pietro?

La mia città, ad esempio, ha un cuore di pietra leccese, che la rende magnificente e solare. Un materiale così malleabile ha consentito agli artisti di darle un volto ricco di sfaccettature, su cui il sole risplende e produce piccole ombre che esaltano i dettagli. Le facciate delle chiese traboccano di simboli e di frutti, raccontano il senso trascendentale della storia e della natura.

Non uno spazio rimane vuoto, la pietra non ha pace finché non esplode in un fiorire di forme. Altroché: la mia città ha un cuore di pietra, la mia città ha un cuore caldo.

Per i pochi che ancora non la conoscessero, ecco due succulenti assaggi di Lecce.

Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.
Un frenetico gioco
dell’anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.
Un’aria d’oro
mite e senza fretta
s’intrattiene in quel regno
d’ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l’infinito.

Vittorio Bodini, Lecce

La vita (solitaria) di Adèle

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Adèle

Conosciamo Adèle all’età di diciassette anni, una ragazza affamata di letture come di cibo e incontri, esperienze, vita. Una fame che niente sembra soddisfare.

La seguiamo nelle abitudini scolastiche; la sorprendiamo a scrivere nel segreto della sua camera; la spiamo mentre dorme, con quella sua bocca sempre appena aperta. È da piccoli dettagli come questo che pian piano emerge la sua umanità: dai capelli sempre per aria, dagli orecchini che indossa solo per gli incontri speciali, dalla naturalezza con cui ogni volta ignora il più banale: come stai?

Come potrebbe dirlo? In ogni contesto, in ogni situazione, non è mai in completa sintonia con gli altri che la circondano, quasi fosse in affanno a star loro dietro, e in questo modo una parte di lei rimane sempre celata. C’è in lei un’inspiegabile inquietudine che la porta sempre alla deriva, lontano da ciò che le viene proposto – sia il chiacchiericcio delle compagne o il bar in cui accompagna un amico – quasi avvertisse il bisogno vitale di trovare una sua originalità. Persino l’analisi dei testi che il professore propone in classe le risulta una sgradevole interferenza.

Si sforza, ci prova ad adeguarsi, ma è come far apprezzare La vita di Marianna di Pierre de Marivaux al ragazzo che frequenta: la buona volontà non è sufficiente. Quando anche la strada di una sessualità comune si dimostra non corrispondente alla sua natura, le rimane una sola certezza: Adèle non sa chi è.

Ancora una volta, La vita di Marianna commentata in classe ci aiuta a comprendere il suo sentire. “Dopo un colpo di fulmine il cuore ha qualcosa in più o in meno?” chiede il professore in riferimento al brano che sostiene la seconda ipotesi. È in seguito all’incontro che cambierà la vita di Adèle, infatti, che la sua inquietudine si rivela come vuoto, come assenza: il dramma di un’inguaribile solitudine.

La ricerca di se stessa l’ha portata a trovare l’altro, quello di fronte al quale riesci finalmente a definirti. Poco importa che l’altro sia in realtà un’altra, Emma. La ragazza dai capelli blu che la conduce in una dimensione tutta nuova dell’esistenza, una sessualità finalmente appagante, una voracità nei confronti della vita che adesso trova il suo piacere più grande proprio nel non essere mai saziata.

La compagnia di Emma la introduce in un orizzonte più vasto, popolato di presenze stimolanti, aperto a inedite esperienze culturali: un orizzonte dentro il quale Adèle finisce per smarrirsi e per ritrovarsi, inevitabilmente, ancora una volta sola.

Ha sacrificato tutto, a eccezione delle aspirazioni lavorative, sull’altare di una relazione che, nel tempo, si è dimostrata anch’essa fallace nel lenire l’incomunicabilità di cui è preda. Scomparsa da tempo ogni traccia della sua sensibilità letteraria, senza più la vicinanza dei genitori o il sostegno di una compagnia stabile, assistiamo a un progressivo restringimento della speranza di felicità di Adèle, fin quasi a vederla inghiottita da un buco nero, anzi blu.

Abdellatif Kechiche con Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux

Con questo film tratto dalla graphic novel Il blu è un colore caldo di Julie Maroh, il regista tunisino Abdellatif Kechiche ha guadagnato la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes.

Il suo racconto, improntato a un vivo realismo, si distingue per gli insistiti primi piani e per l’attenzione ai dettagli più prosastici della quotidianità, mentre risulta ridondante (sia pur non morboso) nell’esposizione della genitalità saffica.

Punto d’onore della narrazione è la resa fluida dello scorrere del tempo. Privo di stacchi o cesure di sorta a segnare lo scorrere degli anni, è il velo leggero attraverso cui possiamo guardare la vita di Adèle.

Dracula, o la letteratura

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young jonathan rhys meyers

Jonathan Rhys Meyers

Da stasera, l’attore Jonhathan Rhys Meyers aggiunge il suo volto alla galleria di coloro che negli anni hanno impersonato il conte Vlad Tepes III, detto Dracula. La serie tv che da esso prende il nome, infatti, non è che l’ennesima riscrittura del celebre romanzo di Bram Stoker.

Cosa fa di un libro tutto sommato di genere un’opera capace di insediare in modo così saldo un personaggio nel comune immaginario? La risposta, a mio parere, si trova nel personaggio stesso e nel modo in cui (non) compare all’interno del racconto.

Basta inoltrarsi nella lettura seguendo una felice intuizione di Gérard Stein per accorgersi che Dracula è sempre raccontato da un punto di vista diverso dal suo e perlopiù tace, fino quasi a scomparire. È il suo silenzio a parlare per lui, un silenzio intorno al quale, di fatto, s’intesse il discorso degli altri personaggi e che costituisce il testo (frutto della composizione di cronache, note, diari e registrazioni), facendone essenzialmente un discorso su di lui e sulla sua assenza, che incombe e destabilizza.

Per questa sua particolarità, il personaggio di Dracula (che da un punto di vista narrativo Baricco ha definito un vero e proprio “buco nero”) assurge a paradigma perfetto della letteratura, rivelandola come un discorso, in definitiva, svolto attorno al nulla, dalla natura paradossale. Perché sia possibile, infatti, essa deve partire dall’assenza del suo oggetto: se ciò di cui parla è lì, presente, allora non c’è spazio per la letteratura; nella situazione contraria, però, essa si ritrova come oggetto qualcosa che nel suo mondo non esiste.

Al pari di Dracula, la biblioteca di Babele nasconde un mistero. Ne riparleremo.

Gli orecchini

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Scarlett Vermeer

Nella sofferenza di una perdita, c’è lo spazio per constatare la presenza di un amico che farà sempre il paio con te. E per scoprire, magari insieme, i germogli di una vita nuova…

Esangui ferite tu scopri
In vuoti sbarrati
Alvei e assenze che
Trasfigurano il corpo
Rivelano
Il contrario di uno
Segnato anche in te.

Uno accanto all’altro
Vicini non ci tocchiamo
Due come gli occhi
Due come specchi:
Dettagli di luce
Dicono novità.

(22.2.2012)