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Soltanto biglietti vincenti

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golden ticket

dal film Willy Wonka & The Chocolate Factory (1971)

“Ciascuno di noi ha due genitori, quattro nonni, otto bisnonni, sedici trisavoli e via di seguito. Se fai il calcolo a ritroso fino al 1349 diventano proprio un bel gruppetto, no?”
Feci cenno di sì con la testa.
“Poi arrivò la peste bubbonica. La morte viaggiava di borgo in borgo, e i più colpiti erano i bambini. In alcune famiglie morivano tutti, in altre se ne salvavano forse uno o due. Tu, Hans Thomas, avevi centinaia di antenati che a quel tempo erano bambini. Ma nessuno di loro morì.”
“E come puoi esserne tanto sicuro?” domandai sbalordito.
Lui fece un tiro dalla sigaretta e concluse: “Perché sei seduto qui a goderti il panorama dell’Adriatico”.
Ancora una volta mi aveva spiazzato con le sue argomentazioni. Però intuivo che aveva ragione: infatti se uno solo dei miei avi fosse morto da bambino, non avrebbe potuto diventare mio avo.
“Le probabilità che uno solo dei tuoi antenati morisse negli anni dell’infanzia erano vertiginosamente alte”, aggiunse e, a partire da quel momento, le parole gli sgorgarono fuori a cascata. “Perché non si tratta soltanto della peste nera, sai. In effetti, tutti i tuoi antenati sono diventati grandi e hanno avuto figli, persino quando sono capitate le peggiori catastrofi naturali, persino in tempi in cui la mortalità infantile era assai elevata. Molti, naturalmente, saranno stati colpiti da una o più malattie, però ce l’hanno sempre fatta. Da questo punto di vista, tu, Hans Thomas, sei stato a un passo dalla morte cento miliardi di volte: la tua vita su questo pianeta è stata minacciata dagli insetti e dalle bestie feroci, dalle meteore e dalla folgore, dalle malattie e dalle guerre, dalle inondazioni e dagli incendi, dai veleni e dai tentativi di assassinio. Nella battaglia di Siklestad, per esempio, tu sei stato ferito centinaia di volte. Perché di sicuro avevi antenati da tutte e due le parti. In realtà eri in guerra contro te stesso, contro le tue possibilità di venire al mondo mille anni più tardi. La medesima cosa, lo sai, è accaduta nell’ultima guerra mondiale. Se, durante l’occupazione, il nonno fosse stato colpito a morte dal fucile di qualche bravo cittadino norvegese, né tu né io avremmo visto la luce. Il nocciolo della questione è che questo si è verificato diversi milioni di volte nel corso della storia. Ogni volta che le frecce volavano sibilando nell’aria, le tue probabilità di nascere venivano ridotte al minimo. Eppure, Hans Thomas, ora tu sei qui, seduto a parlare con me! […] Ti sto descrivendo un’unica, lunga catena di casi fortuiti […]. In realtà, quella catena risale fino alla prima cellula che si divise in due dando il via a tutto quanto oggi cresce e germoglia su questo pianeta. Le probabilità che, nel corso di tre o quattro miliardi di anni, la mia catena non si spezzasse era talmente infime da risultare pressoché impensabili. Eppure ce l’ho fatta, per la miseria! Alla faccia di tutti, ce l’ho fatta. E la mia ricompensa è l’incredibile fortuna di vivere su questo pianeta insieme con te. E di capire quanto è fortunato il più piccolo dei lombrichi a vivere su questo stesso pianeta.”
“E che ne è degli sfortunati?” domandai.
“Non esistono!” esclamò il pater, quasi gridando. “Non sono mai venuti al mondo. La vita è una grande lotteria, in cui vengono estratti soltanto biglietti vincenti.”

Jostein Gaarder, L’enigma del solitario

Not all those who wander are lost

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Segnalibro_Depplain-Graphix

Leggendo,
attraversiamo certe pagine
come candide distese,
deserti fra le cui dune
non rinveniamo per noi
alcunché di speciale.

Senza lasciare impronta alcuna
le lettere ci scorrono dinanzi:
scompaiono ai primi aliti di tempo,
non appena le sfogliamo.

Vaghiamo quindi raminghi
per quelle lande che nulla ci offrono
da ricordare
e ad esse segni del nostro passaggio
non rendiamo.

Né solchi
tracciamo sulla carta,
né troppo a lungo
tra una duna e l’altra
ci accampiamo.

Eppure accade talvolta
che oasi inattese si schiudano
e la scoperta di una sola parola
faccia del libro,
come fa della vita,
un viaggio degno di essere compiuto.

Posiamo allora il nostro bagaglio,
piantiamo un segnalibro
come una tenda:
ecco un altro posto da chiamare
casa.

Diario di bordo di uno scoordinato di Paul Melki

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Diario di bordo scoordinatoL’autore di questo libro è affetto sin dalla nascita da un’infermità motoria e cerebrale che gli impedisce di camminare, parlare e vedere in modo sufficiente. Malgrado sembrasse condannato all’esistenza di un vegetale, i suoi genitori – un regista teatrale e una ballerina – si sono intensamente adoperati per fornirgli un’educazione a tutto tondo, nutrendolo con autori come Shakespeare, Kafka e Dumas, facendolo molto viaggiare e ricercando le pedagogie più adeguate a consentirgli una vita che fosse più libera possibile. Da quando, all’età di dodici anni, ha sperimentato un nuovo processo ortofonico (una comunicazione facilitata che gli consente di scrivere con l’aiuto di qualcuno che gli tiene la mano sulla tastiera) Paul Melki ha cominciato a scrivere poesie, racconti e persino un diario della sua adolescenza, il Diario di bordo di uno scoordinato.

È la storia di un’adolescenza diversa, illuminata da un irrefrenabile desiderio di vita e dalla scoperta di un amore appassionato per la parola. Con lucidità e rancore, ironia e lirismo, le pagine del diario insistono sulla gioia di esistere e sulla libertà negata, giungono a toccare il tema della fede, senza mai allontanarsi dalla quotidianità; criticano, ringraziano. Con profondità sorprendente, esse tracciano un profilo abbastanza chiaro del loro autore e non tralasciano nulla, facendoci scoprire il caratteraccio di Paul che rifiuta il pietismo, sbraita e definisce gli altri “gli handicappati delle relazioni”; la sua comicità tenera e sarcastica; la sua venerazione per la madre, che chiama la “libellula”, e il rapporto di amore-odio con il “faraone”, ovvero suo padre…

La scrittura di Paul Melki si compiace di reiterati giochi di parole e dà vita ad una lingua ibrida, capace di piegarsi alle diverse corde del suo animo. Il vocabolario, che all’inizio appare limitato, quasi diviso in categorie (il “grave” e il “ridicolo”), va evolvendosi in corso d’opera, fino a raggiungere una notevole varietà d’espressione, offerta talvolta a vaghezze inconsistenti e più spesso a liriche dal sapore decisamente ermetico o a figure di rara efficacia comunicativa.

A questo vivace talento per la scrittura si accompagna inoltre una notevole capacità immaginativa, come quando l’autore gioca a inventare le precedenti incarnazioni di chi gli sta intorno o tira fuori dal nulla insoliti intrecci o fulminanti associazioni mentali.

Tuttavia, lo stile non fa da solo la cifra dell’opera. Essa è francamente improponibile se letta di seguito, accumulando le pagine una dopo l’altra, senza cogliere quanto è nascosto tra le righe. Ogni parola va letta in relazione alla vita che lascia trasparire, alla crescita di Paul e ai cambiamenti nel suo rapporto con la parola, con la malattia e con la felicità, attraverso l’espressione di pensieri a lungo rimasti muti e la comunicazione con chi a vario titolo lo circonda.

Tutti veniamo al mondo con disabilità più o meno evidenti. La parola scambiata permette il disvelamento dell’inimmaginabile che giace in ciascuno di noi.

Ho deciso di scrivere questa corrispondenza epistolare, fiera, per restituire il giusto valore ai cambiamenti di vita degli handicappati, cambiamenti visibili quando sono riconosciuti dagli altri, dagli handicappati delle relazioni. Basta un sorriso, un’attenzione per nobilitarci. Facciamola corta: noi viviamo in mezzo agli altri, la nostra vita è pubblica! Per parlare di Paul bisogna mangiare con lui, bisogna leggere il libro di Paul, bisogna ridere insieme a lui. Per parlare di Paul dovete dimenticare le vostre certezze e venire a vedere il mostro, l’uomo. Lo Yeti pensa! Il microbo che ha causato il mio handicap è lo stesso che può porre questa domanda, si chiama ignoranza. Sì, voglio esprimere la mia gioia di scrivere, dal momento che non posso parlare. È incredibile per i benpensanti, ma io scrivo e canto come tutti gli altri. Canto odi e poemi per oltrepassare il mio essere, per esistere.

Life is sweet

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Di parole si può vivere? Ce l’eravamo chiesti in un post di qualche tempo fa, citando una canzone di Max Gazzè per raccontare la bella storia della fondazione Parole di Lulù e del viaggio in Sudan che Niccolò, Max e Daniele avevano intrapreso per recapitare il contributo raccolto insieme a “Medici con l’Africa CUAMM”.

Parole che fanno bene avevamo all’epoca commentato, citando l’omonima canzone di Fabi. Un bene che sembrava aver toccato per primi i benefattori, almeno a giudicare da questo tweet condiviso da tutti e tre:

Ma chi poteva immaginare, parafrasando stavolta Daniele Silvestri, che intanto le loro dita tessevano parole? In quel viaggio a quanto pare magico, i tre hanno composto una canzone da cui traspare in modo contagioso tutta la loro passione per la vita e per la musica. Una creazione originale anzitutto da un punto di vista artistico, una mescola esplosiva in cui – come qualcuno ha già giustamente osservato – rimane comunque ben riconoscibile l’impronta caratteristica di ciascuno degli autori. L’intelligente ironia di Daniele Silvestri, il lirismo concettuale di Max Gazzè e il minimalismo esistenzialista di Fabi producono un’opera ad ogni ascolto sempre più convincente, che si giova di una musicalità nient’affatto banale e di un ritmo che pure non piega le esigenze del testo. Tutto, dalla costruzione d’ensemble alla scelta di una lingua a suo modo universale come l’inglese per il titolo, testimonia quanto sia dolce la vita, anche nelle condizioni più avverse, a patto che si tratti di un viaggio davvero condiviso.

Perché l’ultimo che passa vale come il primo…

Disteso sul fianco
passo il tempo, passo il tempo
fra intervalli di vento e terra rossa.
Cambiando cambiando prospettive,
cerco di capire il verso giusto,
il giusto slancio per ripartire.

Questa partenza è la mia fortuna,
un orizzonte che si avvicina…
Sotto il mio camion c’è la mia cucina
e intanto aspetto aspetto aspetto
che il fango liberi le mie ruote,
che la pianura calmi la paura,
che il giorno liberi la nostra notte…
tutti insieme, tutti insieme!

Ma tutti insieme siamo tanti, siamo distanti,
siamo fragili macchine che non osano andare più avanti;
siamo vicini ma completamente fermi,
siamo i famosi istanti divenuti eterni.
E continuare
per questi pochi chilometri
sempre pieni di ostacoli e baratri
da oltrepassare,
sapendo già che fra un attimo ci dovremo di nuovo fermare…

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno,
con le scarpe nelle mani, in fila uno ad uno.
Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno,
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!

Un ponte lascia passare le persone,
un ponte collega i modi di pensare
un ponte chiedo solamente,
un ponte per andare andare andare…

E non bastava già questa miseria,
alzarsi e non avere prospettiva;
e le punture quando viene sera
e la paura, la paura…

La paura che ci arresta, che ci tempesta,
non insetti che volano ma proiettili sopra la testa.
È una puntura ma direi che è un po’ diversa…
La cura c’è, ma l’aria non è più la stessa

E continuare
non è soltanto una scelta,
ma è la sola rivolta possibile.
Senza dimenticare
che dopo pochi chilometri ci dovremo di nuovo fermare.

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno,
con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno.
Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!

A prescindere dal tempo, che è un concetto qui inutilizzabile,
mi basterebbe avere un posto giusto da raggiungere…

Da qui passeranno tutti fino a quando c’è qualcuno,
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!
(don’t you think that life is just so sweet?)
Life is sweet!