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La voce dello scrittore

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Stai leggendo o stai fantasticando? Tanta suggestione hanno dunque su di te le affabulazioni di un grafomane?

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

Dopo il trionfale successo della saga di Harry Potter, J.K. Rowling ha deciso di smarcarsi dal ruolo di scrittrice per ragazzi dando alle stampe un titolo, Il seggio vacante, destinato ai lettori adulti. L’operazione non deve essere andata secondo le previsioni, visto che per la successiva pubblicazione la scrittrice inglese si è servita di uno pseudonimo, quasi a voler ricominciare da capo la sua avventura narrativa, priva dell’ingombro del famoso maghetto. Qualcuno, però, le ha rovinato l’esperimento, rivelando a tutti come dietro la facciata dell’esordiente fittizio Robert Galbraith si celasse in realtà la mano di un’autrice ben più nota e amata. Il sospetto di una trovata pubblicitaria è forte (e in effetti le vendite de Il richiamo del cuculo si sono impennate), ma la Rowling si dice furiosa per l’accaduto: a tradirla sarebbe stato proprio il suo stile di scrittura, per mezzo del quale alcuni critici l’avrebbero riconosciuta.

Se, infatti, ogni comune parlante ha il suo proprio idioletto, ovvero un modo distintivo con cui fa uso della lingua, tanto più chi scrive per professione sviluppa una voce originale per la quale può essere riconosciuto e apprezzato. Si tratta, certo, di una voce del tutto particolare, senza suono, poiché passa dagli occhi invece che per le orecchie: spesso si legge e non si pronuncia. Un linguaggio dunque visuale, come esplicitato da Calvino rispondendo alla domanda “come si legge il nome Qfwfq?”: non si legge, si vede.

Eppure, mi sono sempre chiesto quale fosse il suono della voce di quei narratori capaci di affascinarmi così tanto il loro racconto, come fosse la loro parlata, con quale inflessione, con quale cadenza abbiano raccontato a sé e ai vicini le storie che avrebbero steso sulla pagina. Non conosceremo mai la voce di Omero, Tasso, Shakespeare o Dumas, ma almeno per i nostri contemporanei godiamo di questo privilegio.

Curiosi di conoscere Calvino con le orecchie? Godetevi questa breve intervista.

La freccia di Ulisse

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Vassily Kandinsky, Arco e freccia (1923)

Vassily Kandinsky, Arco e freccia (1923)

Si è detto di Penelope e dei suoi epigoni, della trama che tesse nell’attesa di colui che ne sappia riconoscere l’intreccio e penetrare le maglie. Per comprenderla, per raggiungerla. Ora il momento è giunto, adesso tocca a lui.

Ulisse fa ritorno a Itaca sotto mentite spoglie, c’è una prova che deve affrontare per rivelarsi e al contempo insinuarsi nel piano tessuto dalla moglie. Allo stesso modo, nell’arte del racconto, si verifica un doppio occultamento che coinvolge scrittore e lettore, l’uno assente nella lettura, l’altro nella scrittura. È il testo a separare questi versanti, ben distinti eppure in contatto fra loro: per mezzo di esso si può stabilire un incontro fra i significati enunciati dall’autore e quelli estratti dal lettore, incontro che può diventare dialogo solo a patto che quest’ultimo riesca a cogliere e a illuminare le traiettorie di senso tracciate dal testo nella sua indipendenza.

Può sembrare una prova impossibile e per certi versi oziosa, ma è l’unica che Penelope statuisce per concedersi. Come se tendere l’arco del marito non fosse già abbastanza, i pretendenti sono chiamati a far passare le loro frecce attraverso i fori di dodici scuri.

Ulisse conosce il suo strumento, l’abilità affinata da una lunga pratica non svanisce nemmeno dopo dieci anni di guerra. Sa che occorre scaldare il legno perché sciolga la sua fissità, ma si tratta di un vantaggio che da solo non è sufficiente. Per arrivare a Penelope, deve intuire la regolarità nella disposizione dei vuoti e vedere l’invisibile: la traiettoria che essi disegnano. Scagliare la sua freccia lungo di essa, a quel punto, è la parte più facile.

Al pari di Ulisse, il lettore ha il compito di individuare i fili invisibili all’interno del testo, cioè selezionare le informazioni pertinenti rispetto a un dato codice. Senza una chiave di lettura, infatti, vagherebbe come in un labirinto, ma, una volta ottenuto l’accesso, non gli resta che seguire le traiettorie trasversali alla manifestazione lineare del testo, ovvero quei fili sotterranei chiamati isotopie.

Esse rappresentano il luogo deputato all’attualizzazione dei significati dell’intreccio, indirizzano il lettore alla ricerca del senso profondo che soggiace alla semplice esposizione dei fatti. Individuate dal reiterarsi di riferimenti, più o meno espliciti, alla medesima tematica, le isotopie, come una vena aurea che viaggia fra la nuda roccia, spesso rivelano la parte più preziosa del senso narrativo, o, comunque, conducono il lettore che le colleziona alla sede di un senso ulteriore. Sono fiumi sotterranei che trasportano la linfa del testo e, laddove non affiorano, spetta al lettore assetato rintracciarli.

Talvolta, il testo racchiude isotopie di cui perfino l’autore è ignaro. Con il volo della sua freccia, Ulisse rende visibile a Penelope un filo della sua stessa tela.

Vuoti a rendere

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universo Pixar

Che altri si vantino delle pagine che han scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto.

Jorge Luis Borges

Non fu certo la modestia a suggerire all’argentino simili parole, ma la profonda consapevolezza di come la lettura sia un atto creativo, strettamente necessario al testo, che impegna non poco chi lo compie.

Non molto diversamente deve forse, a questo punto, pensarla il blogger Jon Negroni, “uno scrittore” (come ci tiene ad autodefinirsi) che finora ha riscosso il suo più grande successo grazie ad una lettura.

Nello specifico, i testi su cui si è adoperato sono i lungometraggi della Pixar, sui quali ha formulato l’intrigante teoria secondo cui essi apparterrebbero tutti al medesimo universo narrativo e racconterebbero, in filigrana, di una diversa evoluzione del nostro mondo.

Per arrivare a proporre una simile interpretazione, si è basato sul gioco delle citazioni che la Pixar ripropone ad ogni nuova uscita, una peculiarità stilistica cui il pubblico guarda con curiosità, provando a rintracciare di volta in volta le piccole apparizioni di elementi o personaggi tratti da altri film.

Ebbene, dietro questi dettagli Negroni ha provato a indovinare un senso, stabilendo fra di essi dei collegamenti che rivelassero un disegno narrativo più ampio rispetto a quello manifesto. Per farlo, ha dovuto intrecciare da sé questi fili del racconto, destreggiandosi nei vuoti della narrazione: un’operazione non molto dissimile da quella che, in maniera più o meno conscia, tutti noi compiamo ogni volta che leggiamo.

Leggere è un’arte a cui i libri ci iniziano molto più di quanto non crediamo, eppure non si esaurisce certo ad essi. Tutti i mondi che abitiamo, infatti, sono leggibili, a patto che siamo disposti ad investire con la nostra creatività gli spazi vuoti tra i fili dell’intreccio. Parte del piacere del testo risiede proprio in questo.

È ora di accorgersene: pur con lo stesso libro in mano, non leggiamo mai lo stesso testo di un altro!

Coltivando quel particolare piacere dell’intertestualità, Negroni ha letto una storia che, a mio parere, neanche gli stessi narratori sapevano di aver raccontato. Capita. Se vi interessa conoscerla nel dettaglio, potete trovarla qui.

La rosa infinita

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Eibo Jeddah, The Fibonacci Rose

Eibo Jeddah, The Fibonacci Rose

Buttate pure via / ogni opera in versi o in prosa. / Nessuno è mai riuscito a dire / cos’è, nella sua essenza, una rosa. (G. Caproni, Concessione)

Pare che nella rosa sia già inscritta la sembianza della nostra galassia, come se questo fiore fra tanti fosse la matrice di ogni spirale.

Deve esistere un nesso profondo fra la rosa e il nome con cui cerchiamo di evocarla, se in tanti – da Shakespeare a Rilke, passando per Borges e Mallarmé – se ne sono lasciati sedurre.

La rosa è l’immagine del mondo che i poeti da sempre inseguono, la realtà inafferrabile: il linguaggio è sempre un passo indietro.

La rosa è un labirinto,
non conosco la rosa.
Volteggia
come un ombrello
sotto la pioggia.
Ogni petalo è un plettro,
una sillaba ormai muta.

(2011)

Silenzio in biblioteca

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Colin Thompson, Bookshelf (da How to live forever)

Colin Thompson, Bookshelf (da How to live forever)

Molto prima che il Dottore approdasse sul pianeta deserto chiamato La Biblioteca, Borges ha immaginato l’intero universo come una biblioteca infinita (illimitata e periodica): La biblioteca di Babele.

Un mondo a tutti gli effetti labirintico, sebbene ordinato, ineccepibile. Non vi si può sfuggire, poiché esso non viene mai meno. È una prigione paradossale, la prigione aperta di Asterione.

Nei sogni dell’argentino col terzo occhio, egli vaga in una casa, anch’essa smisurata, che è sua e sua soltanto e le cui mura non lo trattengono e non lo lasciano andare. Alla medesima visione di disperata solitudine attinge Ende, con il suo Hor.

Questi condivide lo stesso destino di Asterione, condannato a inseguire in un groviglio di stanze gli echi della sua stessa presenza, fino a dubitare di essere doppio, molteplice e di essere nessuno. Entrambi scontano il prezzo di un’infamia che altri vogliono nascosta.

Per uno scandalo diverso, ma ai suoi occhi ugualmente inconcepibile, qualcun’altro, nelle fantasie di Eco, commette delitti all’interno di un’abbazia. Il suo nome è un esplicito richiamo al sognatore di Buenos Aires, il suo regno è ovviamente una biblioteca.

Shhh. Non dite niente.

È per questo che occorre fare silenzio in una biblioteca, per ascoltare.

I libri (e le storie) parlano fra di loro.