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2666

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2666Quando un autore diventa di culto, soprattutto se accade all’improvviso come nel caso di Roberto Bolaño, gli si crea attorno una vera e propria mitologia, i cui elementi sono spesso perlopiù apocrifi. Dello scrittore cileno, a tutti i costi ritenuto un maledetto, si dice ad esempio che abbia trascurato la propria salute, già in condizioni critiche a causa di un’insufficienza epatica, pur di portare a termine il suo ultimo romanzo, mentre la realtà dei fatti, a quanto pare, è che tanta fretta fosse dovuta al desiderio di lasciare alla famiglia (“la mia sola madrepatria”) i proventi di quel duro lavoro. In un caso o nell’altro, si avverte chiara tra le pagine di 2666 tutta l’urgenza del racconto, la necessità di scrivere per comprendere nella letteratura il mistero del male.

Continuatore e innovatore di Borges, già con quel poderoso esempio di autofiction rappresentato da I detective selvaggi Bolaño aveva attuato quell’intreccio fra letteratura e vita auspicato dall’argentino e da lui condotto su altri territori. Allo stesso modo, anche in 2666 motore dell’azione è un uomo di lettere (lì il gruppo del realismo viscerale, qui lo sfuggente Benno von Arcimboldi), sebbene a conti fatti la traiettoria degli eventi narrati se ne distacchi per lunghi tratti in maniera considerevole, generando una varietà di personaggi e relative sottotrame che sulla scia del postmodernismo prova a dar ragione della struttura complessa del reale.

Ne è riprova la divisione del romanzo in cinque parti, ciascuna focalizzata su una visione in un certo senso periferica del quadro generale e la cui uniformità va in ogni caso pian piano disgregandosi. Ideate in origine per essere pubblicate separatamente e lette secondo un ordine arbitrario, comunque le si componga le cinque sezioni mantengono la non linearità del racconto, quasi fossero un groviglio di cavi annodati ma attorno ad un unico tema centrale: l’orrore del ventesimo secolo.

Che si tratti della tragedia del secondo grande conflitto o dello straniamento che avviene nella mente dei singoli individui, della generale marcescenza del tessuto sociale o della particolare piaga del femminicidio che negli anni Novanta rese tristemente famosa Ciudad Juarez (la città di Santa Teresa nel libro), risulta chiaro sin dal titolo come il fulcro della narrazione sia un male apocalittico, una calamità ineludibile per l’essere umano, che striscia ovunque ed esplode in modi clamorosi. 2666 vi affonda dapprima lentamente, nelle prime tre parti ci gira attorno sia pure seguendo una spirale discendente, fino a sprofondare in quello che appare un abisso senza fondo, un susseguirsi di delitti che non cessano di sgomentare il lettore.

In alcuni punti, i cadaveri vengono rinvenuti al ritmo di uno per paragrafo e non c’è personaggio che riesca a resistere più di tanto in scena, a fare da filo conduttore per chi legge, quasi che il continuo reiterarsi di stupri e omicidi divenga per chiunque una realtà sempre più insensata e disarmante.

Non siamo davanti ad un thriller o ad un racconto dell’orrore, sebbene la successione dei corpi ritrovati risulti alla lunga stomachevole. Non si tratta di un’inchiesta, nonostante tra i personaggi più o meno ispirati alla realtà ce ne sia uno, il giornalista Sergio González RodrÍguez, realmente esistente, nonché autore di un libro proprio sui delitti di Ciudad Juarez. Bolaño parla anche diffusamente di scrittori e letteratura e comunque il suo non è un trattato di semiotica né un testo di critica letteraria. Qualcuno sostiene a ragione che vi siano echi di Arlt, Bukowski, Cortázar e Márquez, ai quali va senz’altro aggiunta la chiarissima impronta pynchoniana nell’ultima parte. La verità è che 2666 è tanti libri e nessun libro, è alla pari del nostro mondo un diluvio di storie da ogni angolo del globo che la letteratura cerca di comprendere senza la pretesa di imporre un ordine definitivo e salvifico.

C’è un momento in cui le similitudini fra gli omicidi lasciano sospettare una sfumatura gialla nel romanzo, l’eventualità di un serial killer e dunque una spiegazione facile e univoca del male, la possibilità di separarsene e di estirparlo con un taglio netto: nient’altro che un’illusione, incrinata dai paradossi e distrutta col passare delle pagine.

«Si è spiegato con assoluta chiarezza, Mickey» disse Arcimboldi mentre pensava che il tipo in questione non era solo noioso ma anche ridicolo, ridicolo come sono soltanto gli istrioni e i poveri diavoli convinti di aver partecipato a un momento cruciale della storia, quando è ben noto, pensò Arcimboldi, che la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma un proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono fra loro in mostruosità.

#LibriParlanti

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Lorenzo Anronazzo1

L’arcobaleno della gravità, / un cuore così bianco / caduto fuori dal tempo.

In occasione di BookCity Milano, Il Libraio lancia l’hashtag #LibriParlanti, ovvero un gioco che rispolvera la sfiziosa idea della Poesia dorsale: incolonnare i libri in modo da tramutare in versi i titoli giustapposti.

Nessuno scrive al colonnello, / voi non la conoscete / una solitudine troppo rumorosa. (Lorenzo Antonazzo)

Nessuno scrive al colonnello, / voi non la conoscete / una solitudine troppo rumorosa.

“Ulisse, / se la mente avesse gli occhi…” / Cose che Nessuno sa.

Contro il giorno ogni cosa è illuminata, tutto è fatidico sotto la luna. (Lorenzo Antonazzo)

Contro il giorno / ogni cosa è illuminata, / tutto è fatidico / sotto la luna.

Cronaca di una morte annunciata: diario di un killer sentimentale. (Lorenzo Antonazzo)

Cronaca di una morte annunciata: / diario di un killer sentimentale.

Lettera a un bambino mai nato: / vizio di forma / in nome della madre.

Lettera a un bambino mai nato: / vizio di forma / in nome della madre.

Vizio di forma

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Quando nel 2009 Thomas Pynchon pubblica il suo settimo romanzo coglie tutti di sorpresa, poiché per la prima volta pare abbandonare i territori del postmoderno per rifugiarsi in una forma narrativa più tradizionale, quella del noir.

Vizio di forma, neanche a dirlo, è un noir del tutto atipico, gremito dal solito codazzo di personaggi dai nomi improbabili e persino involuto dal punto della risoluzione, sebbene almeno in apparenza più lineare di altre opere dell’autore di Glen Cove. In altre parole: una vera e propria delusione per tutti coloro (non pochi, stando ai dati delle vendite) che si aspettavano un Pynchon for the masses.

Eppure, a ben pensarci, cosa c’è di meglio del noir, un genere in cui per definizione ogni elemento, anche il più piccolo, può risultare risolutivo, per instillare il sospetto che tutto rimandi sempre ad altro mentre magari in realtà non significa proprio niente, o niente di più di un’allucinazione? È la paranoia, bellezza.

Più che raccontare il tramonto precoce di una stagione, la fine degli anni Sessanta con i suoi ideali, Vizio di forma ne rievoca l’atmosfera con un tono per certi versi scanzonato eppure a suo modo struggente. Un’operazione nostalgica, visto che la fittizia Gordita Beach non può non richiamare la spiaggia californiana frequentata dall’autore in gioventù? O magari la vicenda di Mickey Wolfmann e della Golden Fang altro non è che una critica al sistema, che fagocita da una parte ciò che rigetta dall’altra? Oppure, ancora, siamo forse dinanzi ad una storia di redenzione, dal momento che chi si è preso la briga di incrociare gli avvenimenti citati nel libro ha stabilito che il trip di Doc comincia tre giorni prima del venerdì santo del 1970 e termina il giorno dell’Ascensione dello stesso anno?

Il titolo dell’opera, d’altro canto, fa appello alla terminologia giuridica per indicare quel difetto congenito che compromette una situazione a priori. Il che, riferito all’epoca in questione e alla controcultura che è stata in grado di generare ma non di far attecchire, suona un po’ come dire “è stato bellissimo, ma avremmo dovuto saperlo tutti che non sarebbe durata”.

Sembrava che, qualunque cosa fosse successa, avesse raggiunto una specie di limite. Era come trovare la porta del passato incustodita, non vietata perché non doveva esserlo. Incastonato nell’attimo del ritorno c’era infine questo scintillante mosaico di dubbio. Un elemento come quello che i colleghi di Sauncho nell’assicurazione marittima amavano chiamare un vizio intrinseco.
– È come un peccato originale? – opinò Doc.
– È quello che non puoi evitare – disse Sauncho…

L’adattamento cinematografico di Paul Thomas Anderson (irresistibile Joaquin Phoenix nei panni di Doc Sportello!) ben rende sia lo stile caleidoscopico di Pynchon, sia il “vizio” che questi ha inteso rappresentare. Ne viene fuori un film complesso e intricato, che se da un lato delizia gli appassionati, dall’altro pare sconcertare la maggioranza degli spettatori.

Pur dovendo inevitabilmente semplificare l’intrigo (accentuandone così il carattere pretestuoso, perché in fin dei conti in un noir ciò che conta è il sentimento), Anderson nella sua qualità di regista e sceneggiatore rimane fedele alla lettera del libro, salvo regalarci un’inedita scena finale che ne riassume al meglio tutto lo spirito malinconico. Un ritorno di fiamma, ma più consapevole che mai. Stavolta è Doc a dire a Shasta

Questo non significa che torniamo insieme.

L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon

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yes, we scan

Pierce Inverarity è un personaggio sfuggente; un mistificatore, a dispetto del suo cognome. Quando telefona ad Oedipa, anni dopo la loro rottura, lo fa sempre con voci e cadenze diverse, anche all’interno della stessa conversazione, prendendosi gioco di lei, come impersonando tutti i ruoli di una partita di cui lui solo sembra essere a conoscenza. Eppure, in quel tranquillo pomeriggio d’estate, la voce che dall’altra parte della cornetta raggiunge la vecchia fiamma è controllata, priva di inflessioni, e porta un messaggio chiaro: Pierce è morto e l’ha nominata sua esecutrice testamentaria.

È così che la follia si affaccia nella vita di Oedipa Maas, contagiando chiunque la circondi oppure semplicemente allucinando la sua prospettiva, trattandosi dell’unica che abbiamo la possibilità di seguire. Non inganni l’apparente linearità: se L’incanto del lotto 49 costituisce un’opera insolita per i canoni di Pynchon, lo è soltanto in merito alle proporzioni.

Poco più di un centinaio di pagine gli bastano per articolare un mondo pieno di segnali in mezzo ai quali il lettore non può che perdersi, anzi pare proprio spinto a farlo. Non a caso quel finale aperto, quasi minaccioso, ieratico: la verità, se esiste, siede in una stanza dalla quale noi tutti restiamo chiusi fuori.

Per eseguire le volontà di Inverarity, Oedipa si sposta nella cittadina californiana di San Narciso, che è poi una località fittizia: dettaglio trascurabile, se non apparisse sempre più chiaro nel corso della lettura che Pynchon sta intorbidando le acque, mescola i riferimenti e fa passare tutto per un fatto accidentale. Una serie di fatti accidentali. Può davvero avere un qualche significato l’inversione di due lettere in un avviso pubblico dell’ufficio postale? Non è certo più strano di vedere in tv un film con le scene montate alla rinfusa. Ma è davvero meno intenzionale di un’opera teatrale inscenata con più di qualche modifica al testo originale?

Non dovrebbe esserlo, visto il cospicuo numero di pagine che occupa la tragedia in questione; non se questa ha in qualche modo a che fare con un gruppo di corrieri postali… Come in Amleto, la finzione nella finzione sembra suggerire l’emergere di una verità di cui ci è dato cogliere solo i prodromi e non certo al riparo dal rischio di misinterpretarli.

Alla fine, ciò che otteniamo non è una definizione chiara né lo svelamento inequivocabile di una cospirazione storica, ma la lucida follia di chi comprende, con almeno trent’anni di anticipo, quanto possa essere cruciale il controllo delle comunicazioni in un mondo in cui le informazioni vanno moltiplicandosi a dismisura. Potrebbe apparire pura paranoia in stile pynchoniano pensare che parlando dell’american mail l’autore abbia inteso parlare anche dell’american male, visto il pressoché totale disfacimento di ogni figura maschile attorno a una protagonista dal nome tanto improbabile quanto pregnante; eppure, nemmeno un anno fa non avremmo tacciato di una patologia simile chi ipotizzasse un governo nazionale pronto a spiare il traffico delle comunicazioni?

Penne e pennelli

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È successo a New York, dove il museo Frick Collection ha registrato in poco più di tre mesi lo stesso numero di visitatori che in media impiega un anno a raggiungere: più di duecentomila persone si sono messe in coda, pazientando anche fino a 45 minuti, per ammirare Il cardellino, un dipinto di Carel Fabritius datato 1654.

Il motivo? Presto detto.

The goldfinch

Il cardellino è anche il titolo della terza fatica letteraria di Donna Tartt (edita in Italia in questi giorni da Rizzoli), che vede proprio nel  piccolo quadro di Fabritius una sorta di misterioso catalizzatore dell’intreccio narrativo. Evidentemente, in un’epoca nella quale non pochi dubitano dei libri come mezzi ancora validi per lo sviluppo e la diffusione della cultura, basta la suggestione di un romanzo ben scritto a mettere in moto le persone che cercano la bellezza.

Il “miracolo del cardellino”, infatti, si ripeterà fra pochi giorni a Bologna, seconda tappa (unica europea) della mostra Il mito della Golden Age, da Vermeer a Rembrandt, capolavori dal Mauritshuis. Le prenotazioni sono già settantamila, anche se, proabibilmente, in molti sono stati attratti perlopiù dal pezzo forte dell’esposizione, ovvero La ragazza con l’orecchino di perla. A ben vedere, il senso della questione comunque non muta, dal momento che è stato proprio il bel libro di Tracy Chevalier a riportare l’attenzione su questo capolavoro di Vermeer, dipinto che come pochi riesce a catturare la perfezione di un istante in cui la luce denuda il languore e insieme l’innocenza sul volto di una donna.

Come a dire che la potenza delle immagini diluita nel flusso delle parole non perde nulla di sé, ma sceglie solo un’altra strada per riaffiorare. Il tempo dei nuovi mezzi di comunicazione, veloci, complessi, semplicistici, non rappresenta affatto la detronizzazione del libro, bensì l’esaltazione della sua intertestualità, che non può che diventare intermedialità.

Può ancora accadere di scoprire un quadro tra le pagine di un romanzo? Mi è successo poco fa…

A Città del Messico erano finiti a una mostra di quadri della bellissima esule spagnola Remedios Varo: nel pannello centrale di un trittico intitolato Bordando el Manto Terrestre c’erano alcune delicate fanciulle con i visi a cuore, gli occhi grandi e i capelli simili a fili d’oro, prigioniere in una stanza in cima a una torre circolare, che ricamavano una specie di arazzo traboccante dalle feritoie nel vuoto, cercando disperatamente di colmare quel vuoto: poiché in quell’arazzo erano contenute tutte le altre costruzioni e le creature, tutte le onde, navi e foreste della terra, e l’arazzo era il mondo.

Thomas Pynchon, L’incanto del lotto 49

Bordando el manto terrestre

L’arcobaleno della gravità di T. Pynchon

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Proverb for Paranoids n°3

A scream came across the sky.

Mi spaventa di più scrivere di questo incredibile divoratore di segnalibri che non leggerlo (quello è stato uno spasso, un corpo a corpo serrato, una traversata transoceanica). Lo sfogo che meditavo (e già assaporavo) durante la lettura era l’invettiva contro il libro, ma alla fine questo diluvio di immagini, storie, ritornelli, personaggi, parole, citazioni, rimandi, divagazioni mi ha ammutolito. Come si può, anche solo a grandi linee, parlarne? Il commento più pertinente sarebbe l’esatta riproduzione del libro. Escludo anche, a priori, l’ipotesi di scendere nei dettagli; e non tanto per il rischio, più che concreto, di essere prolisso e inconcludente, quanto perché per parlare dei rivoli e dei molteplici risvolti di questa narrazione uno dovrebbe averne compresi almeno una buona metà.

Il punto è che L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon è un fulgido esempio di iperrealismo, o, se preferite, la bibbia del postmodernismo, e perciò non solo rifiuta ogni tipo di riduzione, ma se incoraggia un’interpretazione è per burlarsene (a lungo) nelle pagine successive, manifestandone l’assoluta parzialità. Problema: il testo è un groviglio pazzesco di cui è davvero arduo individuare i fili principali e, anzi, fomenta nel lettore il sospetto di non essere altro che un’immensa digressione.

Di cosa racconta, dunque, questo libro? Dato il denso intreccio di decine di trame e personaggi, ogni tentativo di sintesi non sarebbe che un’interpretazione. D’altro canto, se siete qui è perché vi interessa la mia. Ebbene, L’arcobaleno della gravità racconta la terribile devastazione che la Seconda Guerra Mondiale ha introdotto nell’ordine delle cose, il caos in cui è piombata la vita di ogni uomo, spezzato o sopravvissuto, il disastro irrimediabile che si è abbattuto sulla Storia al pari delle V-2 che flagellavano Londra; la forza entropica che ha continuato a serrare la sua morsa sull’umanità ben oltre la fine del conflitto e la cui eco continua a produrre i suoi effetti ancora oggi. È forse un caso che Tyrone, il nome di colui che in modo un po’ impacciato potremmo definire il protagonista, Tyrone Slothrop, l’Uomo Razzo, sia il quasi anagramma di entropia (entropy), la dissoluzione dell’umano che il suo vagare e dissolversi sembrano deputati ad esprimere?

Con Pynchon è così: quando pensi che nella sua narrazione non esista altro filo logico che quello dettato dal suo estro, ecco spuntare dei rimandi che ti costringono a porti domande, tornare indietro, cercare collegamenti… e tutto si fa ancora più confuso, il campo del racconto diviene una wasteland così dannatamente simile alla Zona (ovvero la “zona occupata dalle potenze vincitrici”, la Germania sconfitta mai nominata se non come la Zona), attraversata da orde di infelici, uomini allo sbando, adoratori della Morte, al cui tragico trionfo attenderà Blicero, il capitano della Wemacht che così bene la impersona e che era già comparso in V., opera precedente di Pynchon che così diviene una sorta di antefatto a L’arcobaleno della gravità.

Alt! Nessuna linearità, toglietevelo dalla testa. Me lo immagino lo scrittore di Glen Cove a disseminare corrispondenze in questo romanzo allo scopo (anche) di farsi beffe dei futuri lettori. Già, perché gli incastri non sono praticamente mai perfetti, non si giustificano con certezza e, quand’anche lo facciano, rinviano sempre ad altro, sempre ad altro, in un gioco che può perdersi nel suono di una risata dissacrante o nel sospetto di un’unità di fondo che invece, ad ogni livello, è del tutto inesistente.

Ecco, c’è questa disintegrazione del senso a permeare ogni passaggio del romanzo, a sprofondare nella crisi tutti i personaggi. E ad attrarre probabilmente l’autore, il quale, a proposito dello scienziato pavloviano Pointsman, abituato a ragionare per stimoli e riflessi, sottolinea il potere seduttivo della forma e il suo carattere illusorio:

Non è la prima volta, infatti, che la simmetria lo attrae, sviandolo per i suoi sentieri fioriti.

L’ordine e un disegno superiore non esistono. O forse sì? Tutto è collegato, niente è collegato. È preferibile considerarsi vittime di un sistema o in balia del caso?

La pioggia sgocciola, imbevendo il pavimento. Slothrop sente che sta per impazzire. Se nella paranoia c’è qualcosa di confortante – di religioso, volendo – esiste anche l’antiparanoia, in cui niente è collegato, una condizione che la maggior parte di noi trova difficile sopportare a lungo. Ebbene, adesso Slothrop sente che sta scivolando nella fase antiparanoica del proprio ciclo, sente che tutta la città intorno a lui è di nuovo senza tetto, senza difese, senza un centro, come lui, e a separarlo dal cielo carico di pioggia ci sono solo le immagini di cartone del Nemico in Ascolto. O Loro avevano messo Slothrop lì per un motivo preciso, oppure si trovava lì e basta. Slothrop si chiedeva se in fondo non fosse preferibile essere lì per un qualche motivo

Loro, loro, loro! Il tema della paranoia – “una tardona bionda un po’ tocca, ma dal cuore puro” – attraversa tutto il testo e compie in esso una parabola, al pari dell’arcobaleno, simbolo di una realtà complessa, multisfaccettata eppure evanescente, inafferrabile, e al pari del Razzo, il “Rivelatore” che la scompone, la distrugge e ne dimostra finalmente lo stato di decomposizione, la frammentarietà e di conseguenza l’insussistenza di un Sistema che con l’alibi di proteggerci ci prevarica.

Gli spostamenti dei personaggi appaiono manovrati, spesso privi di spinte personali intellegibili (soprattutto, quelli di Slothrop, che a un certo punto dimentica persino cosa stia facendo), eppure nel dipanarsi delle trame non è previsto alcun antagonista, “loro” non si mostrano mai semplicemente perché non esistono, tutti sono vittime e carnefici allo stesso tempo, poiché “il Sistema ha una succursale nel cervello di ognuno di noi”.

L’atipicità di un simile racconto, quindi, con il suo caos di trame, forme e linguaggi, non indica la scelta di ricusare ogni struttura a livello narrativo, né, al suo esatto opposto, un giochino intellettualoide nel quale la narrazione si inscrive in un disegno tanto complesso e intricato da sovrastare persino il lettore: è, piuttosto, la rappresentazione in lettere dello strappo prodotto nel mondo dalla catastrofe della guerra e dell’insanabile difficoltà di dialogo che ne è derivata, quella dell’uomo con la complessità della propria realtà:

…Zona, nella quale si trova, da qualche parte, un Testo da analizzare frammento dopo frammento, da annotare, da interpretare, da masturbare fino a che s’affloscia, da spremere fino all’ultima goccia… be’, avevamo dato per scontato – natürlich! –che il Testo sacro dovesse essere il Razzo, orururumo orumene, la fiamma alta, crescente, inanimata, sfavillante, immensa (ma i bambini herero della Zona stanno già trasformando “orumene” in “omunene”, il fratello maggiore)… la nostra Torah. Che altro? Le sue simmetrie, i suoi preziosismi ci hanno incantato e sedotto, mentre il vero Testo persisteva altrove, nella sua oscurità, nella nostra oscurità… neppure qui, così lontano dal Südwest, ci viene risparmiata l’antica tragedia dei messaggi perduti, una maledizione da cui non saremo mai liberi…

A perpetrare questa “antica tragedia” concorre l’ibridazione di codici e linguaggi operata dall’autore, che di continuo occultano e rivelano ciò di cui parlano. Seguire il gergo ingegneristico della costruzione dei missili è ostico tanto quanto comprendere i passaggi di pura psichedelia; l’indicazione di talune ricorrenze liturgiche suggerisce una ritualità nascosta eppure non perfettamente coincidente; le volgarità vanno di pari passo con citazioni coltissime; i riferimenti alla cultura popolare si susseguono così fitti da risultare ermetici; le interpretazioni di tipo cabalistico o legate ai tarocchi rideterminano alcuni significati, ma mandano all’aria le comprensioni che le hanno generate;  l’ambiguo richiamo, in contesti di finzione, a fatti storici e persone reali rende disagevole vagliare  quanto viene proposto… tutto questo impone al lettore un continuo confronto con un’alterità che non è mai del tutto comprensibile.

Su di essa vige un ordine abusivo, un Sistema “basato sull’Analisi e sulla Morte”, che, procedendo per cicli storici, già precedeva la guerra e l’ha oltrepassata: in essa ha solo trovato un’apocalisse (“per alcuni Slothrop era un pretesto“) e un nuovo Brennschluss. Affidato alla sola gravità, precipita per poi essere eretto di nuovo, Albero della Vita che ad ogni giro della Ruota germoglia sino a divenire Torre e Fallo e poi Razzo che ancora si schianta e di nuovo rinasce.

L’arcobaleno della gravità è una feroce parodia della Storia, il Testo, una lettura dello stato sociale e culturale dell’uomo che, a quarant’anni esatti dalla sua pubblicazione, non solo non cessa di essere terribilmente attuale, ma continua a generare una fantasmagoria di interpretazioni e significati che lo rendono un classico contemporaneo (e Thomas Pynchon un vate moderno e allucinato). L’affermazione dell’incredibile potere della letteratura, un capolavoro assoluto.

Spiove, governo ladro!

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Kyung Duk Kim, Text Rain

Kyung Duk Kim, Text Rain

Tutti a dire che la pioggia è una gran rottura, che rovina le giornate, manda in tilt il traffico, filtra dalle finestre, sporca le macchine, allaga le strade… e, per carità, come darvi torto su tutte queste cose.

Vorrei solo che provassimo a ribaltare la prospettiva, guardare nella pozzanghera dopo il temporale, per accorgerci che, con la luce giusta, quello è l’unico modo per inquadrare il cielo pur con lo sguardo basso.

Non starò qui ad ammorbarvi con il racconto dei momenti della mia vita che la pioggia ha reso memorabili. Basta la musicalità de La pioggia nel pineto di D’Annunzio o l’emozione del monologo finale di Blade Runner per ricordarci della bellezza che regala all’uomo l’acqua che cade dal cielo.

Dal Diluvio in poi, sono tante le storie cui la pioggia ha dispensato il suo tocco. Oggi, prendendo spunto dagli acquazzoni che ci siamo beccati, vi propongo uno stralcio da L’arcobaleno della gravità: è un momento piuttosto marginale del racconto, eppure in esso Pynchon – da magistrale narratore qual è – ci offre una bella descrizione della vitalità dell’evento atmosferico.

Enjoy!

Sul ponte dell’Anubis, il temporale picchia rumorosamente sul vetro, su cui si vanno a stampare le sue grandi pinne bagnate, emergendo a caso dalla notte – ciaf – una forma vivente visibile solo per il breve margine iridato che ne accompagna il suono: solo un matto, oppure un ufficiale della cavalleria polacca, può starsene lì in quella posa dietro una separazione così fragile e sottile, a osservare ogni colpo nel pieno della sua muscolosità. Alle spalle di Procalowski, il bilanciere del clinometro va avanti e indietro assecondando il rollio della barca: un pendolo in un sogno. Alla luce della tempesta, le rughe della sua faccia diventano nere, nere come i suoi occhi, come il suo copricapo di lana indurito dalla salsedine, messo di sghimbescio, a coprire i profondi solchi della fronte. La luce si addensa, chiara, intensa, sulla superficie dell’apparecchio radio… si alza dal quadrante del grafometro, aprendosi dolcemente a ventaglio… si riversa fuori dagli oblò, nel fiume bianco. Inspiegabilmente, la luce del giorno sta declinando da troppe ore. I fuochi di sant’Elmo adesso cominciano a tremolare nel sartiame. La tempesta strattona le cime e i cavi, la notte nuvolosa, fra grandi spasimi, diventa bianca e rumorosa. Procalowski fuma un sigaro e studia le carte nautiche dell’Oder.

Thomas Pynchon, L’arcobaleno della gravità

Niente male, eh?
E voi, quali altri momenti narrativi caratterizzati dalla pioggia avete da suggerire?
Mentre ci pensate, ecco a voi una playlist tematica di quelle che necessitano di un ombrello…

  • Guns’n’Roses, November Rain
  • L’aura, Piove
  • Max Gazzè, Se piove
  • Guano Apes, Rain
  • Eminem ft. Dido, Stan
  • Billie Myers, Kiss the rain
  • Prince, Purple rain
  • BJ Thomas, Raindrops keep falling on my head
  • Adele, Right as rain
  • Creedence Clearwater Revival, Have you ever seen the rain
  • Eurythmics, Here comes the rain again
  • Vangelis & Jean Michel Jarre, Metallic Rain