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Bryan Fuller’s Hannibal

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hannibal's teacup2Che senso può avere raccontare ancora una volta una storia già nota ai più? L‘industria di Hollywood ci ha ormai abituati a reboot che hanno l’unico scopo di resuscitare vecchi e redditizi franchise, mentre spesso in televisione il ricorso a questo e ad altri stratagemmi serve semplicemente a rimediare alla carenza di idee. Tuttavia, cimentandosi con il materiale dei romanzi di Thomas Harris, peraltro già adattato con successo da film come Il silenzio degli innocentiBryan Fuller fornisce una più che convincente prova d’autore e forgia il suo ennesimo gioiellino, il più splendente finora: Hannibal.

Per rendere la narrazione quanto più possibile accattivante, lo showrunner decide di sfruttare a proprio vantaggio ogni elemento già noto allo spettatore, il che gli consente di di codificare un linguaggio di allusioni e simboli che di norma assumono pregnanza con il procedere della storia, mentre qui trovano da subito chiari appigli. Che ci saremmo seduti alla tavola di un cannibale lo sapevano tutti tranne i protagonisti di questo dramma psicologico: una semplice scena conviviale e tutti a farsi domande sulla provenienza di quella carne e a scrutare le reazioni dei commensali.

Strizzatine d’occhio eloquenti quelle riguardo al cibo. Hannibal ha basato le sue fortune anche su una fotografia ricercata e su un’estetica quasi barocca, un trionfo di immagini, pasti luculliani anche per l’immaginario: poteva allora il suo creatore ignorare l’interesse che da alcuni anni la televisione riserva alla cucina e non farne un ulteriore motivo di presa sul pubblico, deliziandoci con le straordinarie prove del dottor Lecter dietro i fornelli?

Proprio grazie alla qualità visionaria delle immagini e alle informazioni già in possesso del pubblico circa la natura di Hannibal Lecter (che, fra l’altro, anche grazie all’interpretazione di Mads Mikkelsen, non hanno impedito di restarne mesmerizzati), soprattutto nella prima stagione Fuller instaura il punto di vista privilegiato dello spettatore nell’inconscio di Will Graham, consulente dell’FBI le cui straordinarie abilità empatiche lentamente lo conducono tra le braccia del mostro.

(Perché Hannibal è dall’inizio alla fine una danza a due fatta di raggiri e inconfessabili ossessioni e il confronto ambiguo fra Will e Hannibal è il vero nocciolo del dramma.)

Il racconto di Fuller è dunque improntato e sostenuto da una logica onirica che se da un lato porta talvolta a evidenti forzature nella verosimiglianza (che tuttavia possono di buon grado essere considerate alla stregua di licenze poetiche), dall’altro ci offre un avvincente rete di connessioni e parallelismi in cui anche una tazza che si infrange si colma di significanza.

Occasionally, I drop a teacup to shatter on the floor on purpose. I’m not satisfied when it doesn’t gather itself up again. Someday, perhaps, that cup will come togheter.

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