Archivi tag: storia

2666

Standard

2666Quando un autore diventa di culto, soprattutto se accade all’improvviso come nel caso di Roberto Bolaño, gli si crea attorno una vera e propria mitologia, i cui elementi sono spesso perlopiù apocrifi. Dello scrittore cileno, a tutti i costi ritenuto un maledetto, si dice ad esempio che abbia trascurato la propria salute, già in condizioni critiche a causa di un’insufficienza epatica, pur di portare a termine il suo ultimo romanzo, mentre la realtà dei fatti, a quanto pare, è che tanta fretta fosse dovuta al desiderio di lasciare alla famiglia (“la mia sola madrepatria”) i proventi di quel duro lavoro. In un caso o nell’altro, si avverte chiara tra le pagine di 2666 tutta l’urgenza del racconto, la necessità di scrivere per comprendere nella letteratura il mistero del male.

Continuatore e innovatore di Borges, già con quel poderoso esempio di autofiction rappresentato da I detective selvaggi Bolaño aveva attuato quell’intreccio fra letteratura e vita auspicato dall’argentino e da lui condotto su altri territori. Allo stesso modo, anche in 2666 motore dell’azione è un uomo di lettere (lì il gruppo del realismo viscerale, qui lo sfuggente Benno von Arcimboldi), sebbene a conti fatti la traiettoria degli eventi narrati se ne distacchi per lunghi tratti in maniera considerevole, generando una varietà di personaggi e relative sottotrame che sulla scia del postmodernismo prova a dar ragione della struttura complessa del reale.

Ne è riprova la divisione del romanzo in cinque parti, ciascuna focalizzata su una visione in un certo senso periferica del quadro generale e la cui uniformità va in ogni caso pian piano disgregandosi. Ideate in origine per essere pubblicate separatamente e lette secondo un ordine arbitrario, comunque le si componga le cinque sezioni mantengono la non linearità del racconto, quasi fossero un groviglio di cavi annodati ma attorno ad un unico tema centrale: l’orrore del ventesimo secolo.

Che si tratti della tragedia del secondo grande conflitto o dello straniamento che avviene nella mente dei singoli individui, della generale marcescenza del tessuto sociale o della particolare piaga del femminicidio che negli anni Novanta rese tristemente famosa Ciudad Juarez (la città di Santa Teresa nel libro), risulta chiaro sin dal titolo come il fulcro della narrazione sia un male apocalittico, una calamità ineludibile per l’essere umano, che striscia ovunque ed esplode in modi clamorosi. 2666 vi affonda dapprima lentamente, nelle prime tre parti ci gira attorno sia pure seguendo una spirale discendente, fino a sprofondare in quello che appare un abisso senza fondo, un susseguirsi di delitti che non cessano di sgomentare il lettore.

In alcuni punti, i cadaveri vengono rinvenuti al ritmo di uno per paragrafo e non c’è personaggio che riesca a resistere più di tanto in scena, a fare da filo conduttore per chi legge, quasi che il continuo reiterarsi di stupri e omicidi divenga per chiunque una realtà sempre più insensata e disarmante.

Non siamo davanti ad un thriller o ad un racconto dell’orrore, sebbene la successione dei corpi ritrovati risulti alla lunga stomachevole. Non si tratta di un’inchiesta, nonostante tra i personaggi più o meno ispirati alla realtà ce ne sia uno, il giornalista Sergio González RodrÍguez, realmente esistente, nonché autore di un libro proprio sui delitti di Ciudad Juarez. Bolaño parla anche diffusamente di scrittori e letteratura e comunque il suo non è un trattato di semiotica né un testo di critica letteraria. Qualcuno sostiene a ragione che vi siano echi di Arlt, Bukowski, Cortázar e Márquez, ai quali va senz’altro aggiunta la chiarissima impronta pynchoniana nell’ultima parte. La verità è che 2666 è tanti libri e nessun libro, è alla pari del nostro mondo un diluvio di storie da ogni angolo del globo che la letteratura cerca di comprendere senza la pretesa di imporre un ordine definitivo e salvifico.

C’è un momento in cui le similitudini fra gli omicidi lasciano sospettare una sfumatura gialla nel romanzo, l’eventualità di un serial killer e dunque una spiegazione facile e univoca del male, la possibilità di separarsene e di estirparlo con un taglio netto: nient’altro che un’illusione, incrinata dai paradossi e distrutta col passare delle pagine.

«Si è spiegato con assoluta chiarezza, Mickey» disse Arcimboldi mentre pensava che il tipo in questione non era solo noioso ma anche ridicolo, ridicolo come sono soltanto gli istrioni e i poveri diavoli convinti di aver partecipato a un momento cruciale della storia, quando è ben noto, pensò Arcimboldi, che la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma un proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono fra loro in mostruosità.

Si alza il vento

Standard

Si alza il ventoÈ una gioia per gli occhi l’ultimo capolavoro di Hayao Miyazaki, il prodotto di un intreccio sottile, contraddistinto dalla cura per il dettaglio ad ogni livello della rappresentazione.

Tratto da un omonimo manga dello stesso maestro giapponese, il lungometraggio si intesse in realtà di una serie di ulteriori riferimenti, dei quali il verso del poemetto Il cimitero marino di Paul Valéry a cui deve il titolo è solo il più evidente. Esso infatti richiama una terza opera, dal medesimo titolo: si tratta del romanzo breve di Tatsuo Hori, che Miyazaki traspone in maniera quasi integrale nella seconda parte del film, allo scopo di arricchire il mondo interiore del protagonista. Figura che, a sua volta, ricalca quella dell’ingegnere aeronautico Jiro Horikoshi, noto per aver ideato i micidiali caccia “Zero”, in seguito impiegati per compiere attacchi suicidi e i cui piloti vennero chiamati “kamikaze”, ossia “vento divino”.

Per di più, il personaggio di Castorp, il tedesco critico nei confronti dei nazisti e della politica militarista giapponese, che Jiro incontra nella stessa località di villeggiatura nella quale ritrova la futura moglie Nahoko, riecheggia quell’Hans Castorp, anch’egli ingegnere, protagonista de La montagna incantata di Thomas Mann. Quest’ultimo romanzo, ambientato nel periodo immediatamente precedente al primo conflitto mondiale e quindi in parte degli anni coperti dalla narrazione di Miyazaki, si svolge quasi del tutto all’interno di un sanatorio per malati di tubercolosi, medesima malattia che affligge Nahoko. Le vicende che la riguardano, come detto, sono ispirate al romanzo Si alza il vento di Tatsuo Hori, nel quale l’autore racconta il rapporto con la moglie Setsuko, affetta dalla tubercolosi: ebbene, il nome scelto per la compagna di Jiro è ancora un’eco, stavolta un omaggio ad un’altra opera di Hori, intitolata appunto Nahoko.

In ben tre scene, inoltre, è possibile scorgere la riproduzione di una calligrafia del poeta e monaco zen Ryokan Taigu, che recita:

Sopra il cielo il grande vento.

Un richiamo così esplicito che ha suggerito a chi meglio conosce la poesia nipponica come anche il finale, con un prato immenso battuto dal vento e sul quale giacciono i rottami degli aerei distrutti dalla guerra, possa essere una reminiscenza, non poi così inconscia, degli ultimi versi composti da Ryokan:

Come rugiada
sui fili d’erba
di Misashino
così scompare
la nostra vita
.

Si alza il vento2Questo conduce al livello più intimo di quest’intreccio, dal momento che Si alza il vento è l’ultima grande storia di Miyazaki e ne costituisce perciò il lascito artistico, o quantomeno l’occasione per un bilancio del suo “decennio”, così come nel finale viene richiesto a Jiro dal suo nume ideale, l’ingegnere italiano Caproni (un altro rimando, ça va sans dire).

Al pari del suo personaggio, anche il regista da bambino ha sognato invano di pilotare aeroplani, salvo poi essere indirizzato dalla miopia sulla strada del disegno, proprio come Jiro. L’identificazione tra i due, tuttavia, non esaurisce di certo l’indubbia componente autobiografica del film, situata con più precisione al livello tematico.  Le immagini che scorrono sullo schermo parlano, infatti, allo spettatore di sogni e passione, bellezza e contraddizioni.

E del fatto che tutto ciò incappi nel groviglio della guerra. In proposito, Miyakazi esprime sentimenti controversi, da un lato avvertendo come inaccettabile l’aggressività del suo paese durante la Seconda Guerra Mondiale (e il modo in cui ha rappresentato l’esercito nel film gli è costato più di qualche critica e censura in Giappone, dove è pure considerato un monumento vivente), dall’altro non nascondendo una sorta di inevitabile fascino per i meccanismi militari e persino di fierezza per quell’espressione del genio nipponico che gli “Zero” rappresentavano.

D’altro canto, la prima immagine della guerra è per lui (nato nel 1941) la meraviglia indimenticabile di un cielo notturno spalancato dai bombardamenti. Troppo piccolo allora per capire il pericolo da cui fuggiva con la propria famiglia; eppure, questo non gli evita, da adolescente, di provare un moto di repulsione verso la guerra e di vergogna nei confronti del padre ingegnere, il quale produceva nella sua fabbrica nientemeno che le estremità delle ali degli “Zero”.

Si alza il vento è dunque anche il racconto di una riconciliazione (non solo) familiare, del rifiuto di ogni utopica purezza, della lotta tra aspirazioni e frustrazione, tra il desiderio di volare e la paura di essere bloccati. “È poi questo il nocciolo del film – ha dichiarato il maestro giapponese in un’intervista a la Repubblica – che le autorità, più miopi di me, non hanno colto: un creativo deve impedirsi di realizzare il suo sogno a causa delle circostanze o vivere la sua passione, senza preoccuparsi delle conseguenze, magari devastatrici?”.

Si alza il vento3“Raccontare favole non significa rinunciare a prendere posizione” e perciò Miyazaki nel suo film sembra indicare anche una risposta, coraggiosa perché non definitiva, lontana da ogni certezza ideologica. In esso, il vento dei sogni non soffia nelle lande dell’egotismo o in paradisi artificiali avulsi dalla realtà. Sia pure più leggero della Storia, la sorvola senza ignorarla, anzi la sferza e non si risparmia nel breve periodo del suo passaggio. Così suggerisce l’intervento delle sequenze oniriche sul piano diegetico, privo di particolari stacchi, anzi intersecando il fluire del tempo e degli avvenimenti. E altrettanto si può dire del rigore della ricostruzione storica, della precisione con cui vengono rievocati luoghi, eventi, usi e costumi dell’epoca.

Attraverso il lirismo di un racconto dal ritmo lieve, Hayao Miyazaki con il suo Studio Ghibli ci regala una storia sulla caducità di ogni cosa, sulla transitorietà della vita e della bellezza e su come, nonostante tutto, valga comunque la pena esserci, anche per un brevissimo momento, cavalcare le raffiche piuttosto che lasciarsi travolgere. La Nahoko che ci appare pericolosamente in bilico sul treno in corsa o mentre si sporge dal balcone dell’albergo è forse il simbolo di una simile ebbrezza: una pagina aperta dal vento, una foglia che il vento trasporta altrove.

L’armata dei sonnambuli di Wu Ming

Standard

L'armata dei sonnambuliEcco la Storia! Dov’è la storia?

Questo l’atteggiamento con cui il lettore affronta una buona metà de L’armata dei sonnambuli, perlomeno fino a quando non scopre in che misura l’una e l’altra coincidano e al contempo, inevitabilmente, finiscano per divergere.

Pur optando per un inizio in medias res che almeno all’apparenza la esclude dal cono d’ombra della narrazione, è la Rivoluzione Francese ciò che l’ultima opera di Wu Ming mette in scena, adottando per il racconto una vera e propria struttura teatrale (divisione gerarchica per atti e scene) che se da una parte suggerisce nell’immediato il tema della finzione, sia pur storica, dall’altra è chiaro indice di un tentativo di rilettura degli accadimenti di quegli anni (e di questi?), come testimoniano i brevi estratti che introducono ogni scena e di cui forniscono la scaturigine e la chiave interpretativa.

Come a dire che nessuno si sogna di imputare la controrivoluzione ai magnetisti e tuttavia non si può non riconoscere nei sonnambuli il ritratto dei reazionari, ciechi davanti a un potere che, se pur li rende forti, li ha a sé sottomessi, in spregio ad ogni rispetto per l’individuo.

In questo senso, la gustosa miscela tra finzione e dati storici si fa ancor più sorprendente con la lettura degli “epiloghi” in cui si apprende non solo che tutti i personaggi fanno a capo a figure storiche di cui si riporta notizia, ma che persino gli elementi che appaiono più romanzeschi provengono in realtà da ricerche d’archivio e fonti d’epoca.

Rappresenta un ulteriore fulcro d’interesse il linguaggio impiegato, soprattutto quello che scaturisce dalla bocca del popolo, oggetto di critica in quanto troppo prossimo, almeno nel lessico, ai dialetti dell’area bolognese, patria del collettivo Wu Ming. Per chi non ne abbia cognizione, lo stratagemma funziona in ogni caso come efficace mezzo di mimetismo sociale, eppure vi sono sufficienti elementi per intravedere in questo nient’altro che un effetto secondario.

Va, infatti, considerata la scelta di italianizzare gran parte delle denominazioni, dai toponimi ai sostantivi comuni, fatta eccezione per i nomi propri di persona; quindi tutte le allocuzioni rivolte al lettore in quei capitoli in cui un’indistinta voce del popolo pare svolgere il ruolo del coro nella tragedia greca, riassumendo le vicende e commentandole dal suo punto di vista: una simile connotazione non può che spingere l’ipotesi interpretativa verso il campo di un raffronto implicito tra la Francia rivoluzionaria e l’Italia dei giorni nostri, quella in cui la casta cambia solo volto ma continua a preservare i propri privilegi, quella in cui la crisi economica, culturale e sociale conduce la gente comune all’esasperazione e il rischio del populismo e dei suoi araldi cannibali è sempre dietro l’angolo.

In definitiva, L’armata dei sonnambuli è un’operazione letteraria di prim’ordine. Terminata la lettura non si può che esclamare: Vive la Trance!

Un sentiero dorato

Standard
doorstep_mosaic_by_veilside000

veilside000, Doorstep mosaic

Ogni storia nasce da un equilibrio che va in frantumi. Può trattarsi di una lieve variazione d’asse, a cui solo in seguito si riconduce l’inesorabile catena di eventi che da essa è stata innescata, oppure di un singolo, devastante avvenimento le cui conseguenze si riverberano a lungo raggio: in ogni caso, a un certo punto ci si ritrova con le mani piene di cocci che non sappiamo come sistemare, con l’unica certezza che ciò stringevamo non esiste più.

Non ci lasciano mai inalterati le storie, ci spezzano. A quel punto, l’unica via per ricomporre noi stessi è ricomporre loro, rintracciarne i frammenti per scoprire come ricombinarli per dare forma alla nostra verità. Questo processo in Giappone è chiamato kintsukuroi, ovvero “riparare con l’oro”.

D’oro e di resina sono infatti lì riempite le crepe degli oggetti di ceramica andati in pezzi, a significare che lesioni e imperfezioni accrescono il valore e la bellezza di chi le subisce, perché parlano della sua storia. Così è per noi l’arte del racconto, un sentiero che serpeggia attorno ai nostri vuoti e alle nostre ferite, rivelandosi infine un percorso in grado di far brillare il senso che da essi promana.

La scoperta di Guy Gavriel Kay

Standard

La rinascita di Shen TaiFantasy storico, questo mi mancava.

Se George Martin ha reinventato un genere che languiva negli stereotipi, restituendogli la carica sovversiva che gli è propria e fissando con A song of ice and fire un punto di non ritorno per la letteratura fantastica, l’autore canadese Guy Gavriel Kay regala al fantasy una sfumatura inedita ed estremamente intrigante, capace anch’essa, sia pure a un livello diverso, di dare un senso nuovo e ulteriore al filone narrativo scaturito da Tolkien.

D’altronde, Kay ha goduto del raro privilegio di poter lavorare nell’officina del maestro, avendo coadiuvato (tra il 1974 e il 1975) Christopher Tolkien nella sistemazione di quei testi, ancora inediti alla morte del professore di Oxford, che sono poi confluiti nella pubblicazione de Il Silmarillion. Tale esperienza non può non aver dato un’impronta significativa all’arte di Kay, che da lì a qualche anno avrebbe pubblicato il suo primo romanzo.

Non è, infatti, mai stato un mistero quanto l’universo tolkeniano sia il frutto di un’appassionata tessitura, una reinvenzione, prima ancora che una geniale creazione; ma mentre il maestro trova nella mitologia la fonte del suo Mondo Secondario, l’allievo si rivolge alla Storia e dagli uomini e dai mondi del passato trae linfa il suo raccontare.

Allora perché non dedicarsi direttamente ai romanzi storici? Sul sito riguardante la sua opera, Kay fornisce alcune argomentazioni degne di nota, richiamandosi innanzitutto al gusto di ogni narratore, che desidera essere seguito sul filo che è lui a tendere: se basasse le sue storie su un passato solo leggermente alterato, ciascuno potrebbe in qualche misura prevedere ciò che sta per accadere.

La Storia funziona allora da modello (e non da mera ispirazione, come avviene per Martin) e perciò la stesura di un romanzo è preceduta dallo studio approfondito di un determinato periodo  e della cultura di riferimento: un momento indispensabile del processo creativo in cui la sensibilità dell’uomo e quella dello scrittore (se mai sono distinte) si incontrano in modo particolare.

Sensibilità che a Kay non sembra far difetto. Egli, ad esempio, sceglie di non avvalersi di figure storiche non solo allo scopo di liberare da ogni vincolo la sua immaginazione, ma anche per non sfruttare indebitamente la fama di una persona realmente esistita, trasferendone sulla pagina un’immagine pretestuosa e magari fuorviante.

Risiede altrove, dunque, il senso del guardare al passato per rielaborarlo attraverso un’opera di finzione e riguarda, più che la ricerca di suggestioni esotiche, una concezione della Storia cara a studiosi come Marc Bloch e Edward Carr, che in essa rintracciavano la chiave per comprendere il presente. Ben lo esprime Kay con una frase rivelatoria del suo modo di raccontare:

Using the fantastic as a prism for the past, done properly, means a tale is universalized in powerful ways.

Il fantastico come prisma per guardare il passato per cogliere l’umanità universale racchiusa in esso e parlarne a tutti, poiché è patrimonio comune. Non è un caso che tanti lettori da diverse parti del mondo abbiano scritto all’autore, cercando conferme sul fatto di essere effettivamente loro (e la loro attuale condizione sociale e politica) l’oggetto delle sue narrazioni.

D’altra parte, questa sorta di universalizzazione non si traduce affatto in un appiattimento dei personaggi, modellati magari su archetipi in cui ciascuno si possa facilmente riconoscere. Anzi, sono proprio i personaggi, insieme all’originale ambientazione (la Cina dell’VIII secolo), il punto di forza dell’ultimo romanzo di Kay ad essere stato tradotto nel nostro paese, La rinascita di Shen Tai.

Pur non sempre particolarmente vividi (la voce dello storico interferisce a volte con quella del poeta e del narratore, creando un effetto didascalico), essi sono tuttavia del tutto singolari e sfaccettati, dotati di una psicologia complessa e raccontati in modo onesto da un autore che non invita mai il lettore a prendere le parti e dedica anche alle figure meno rilevanti cura e spazio perché acquisiscano il giusto spessore.

Purtroppo, in Italia Kay è poco tradotto e perlopiù fuori catalogo. Se per me sarà comunque un piacere continuare a leggerlo anche in lingua originale non posso che ringraziare chi in maniera tanto appassionata mi ha invitato alla scoperta di Guy Gavriel Kay.

L’arcobaleno della gravità di T. Pynchon

Standard

Proverb for Paranoids n°3

A scream came across the sky.

Mi spaventa di più scrivere di questo incredibile divoratore di segnalibri che non leggerlo (quello è stato uno spasso, un corpo a corpo serrato, una traversata transoceanica). Lo sfogo che meditavo (e già assaporavo) durante la lettura era l’invettiva contro il libro, ma alla fine questo diluvio di immagini, storie, ritornelli, personaggi, parole, citazioni, rimandi, divagazioni mi ha ammutolito. Come si può, anche solo a grandi linee, parlarne? Il commento più pertinente sarebbe l’esatta riproduzione del libro. Escludo anche, a priori, l’ipotesi di scendere nei dettagli; e non tanto per il rischio, più che concreto, di essere prolisso e inconcludente, quanto perché per parlare dei rivoli e dei molteplici risvolti di questa narrazione uno dovrebbe averne compresi almeno una buona metà.

Il punto è che L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon è un fulgido esempio di iperrealismo, o, se preferite, la bibbia del postmodernismo, e perciò non solo rifiuta ogni tipo di riduzione, ma se incoraggia un’interpretazione è per burlarsene (a lungo) nelle pagine successive, manifestandone l’assoluta parzialità. Problema: il testo è un groviglio pazzesco di cui è davvero arduo individuare i fili principali e, anzi, fomenta nel lettore il sospetto di non essere altro che un’immensa digressione.

Di cosa racconta, dunque, questo libro? Dato il denso intreccio di decine di trame e personaggi, ogni tentativo di sintesi non sarebbe che un’interpretazione. D’altro canto, se siete qui è perché vi interessa la mia. Ebbene, L’arcobaleno della gravità racconta la terribile devastazione che la Seconda Guerra Mondiale ha introdotto nell’ordine delle cose, il caos in cui è piombata la vita di ogni uomo, spezzato o sopravvissuto, il disastro irrimediabile che si è abbattuto sulla Storia al pari delle V-2 che flagellavano Londra; la forza entropica che ha continuato a serrare la sua morsa sull’umanità ben oltre la fine del conflitto e la cui eco continua a produrre i suoi effetti ancora oggi. È forse un caso che Tyrone, il nome di colui che in modo un po’ impacciato potremmo definire il protagonista, Tyrone Slothrop, l’Uomo Razzo, sia il quasi anagramma di entropia (entropy), la dissoluzione dell’umano che il suo vagare e dissolversi sembrano deputati ad esprimere?

Con Pynchon è così: quando pensi che nella sua narrazione non esista altro filo logico che quello dettato dal suo estro, ecco spuntare dei rimandi che ti costringono a porti domande, tornare indietro, cercare collegamenti… e tutto si fa ancora più confuso, il campo del racconto diviene una wasteland così dannatamente simile alla Zona (ovvero la “zona occupata dalle potenze vincitrici”, la Germania sconfitta mai nominata se non come la Zona), attraversata da orde di infelici, uomini allo sbando, adoratori della Morte, al cui tragico trionfo attenderà Blicero, il capitano della Wemacht che così bene la impersona e che era già comparso in V., opera precedente di Pynchon che così diviene una sorta di antefatto a L’arcobaleno della gravità.

Alt! Nessuna linearità, toglietevelo dalla testa. Me lo immagino lo scrittore di Glen Cove a disseminare corrispondenze in questo romanzo allo scopo (anche) di farsi beffe dei futuri lettori. Già, perché gli incastri non sono praticamente mai perfetti, non si giustificano con certezza e, quand’anche lo facciano, rinviano sempre ad altro, sempre ad altro, in un gioco che può perdersi nel suono di una risata dissacrante o nel sospetto di un’unità di fondo che invece, ad ogni livello, è del tutto inesistente.

Ecco, c’è questa disintegrazione del senso a permeare ogni passaggio del romanzo, a sprofondare nella crisi tutti i personaggi. E ad attrarre probabilmente l’autore, il quale, a proposito dello scienziato pavloviano Pointsman, abituato a ragionare per stimoli e riflessi, sottolinea il potere seduttivo della forma e il suo carattere illusorio:

Non è la prima volta, infatti, che la simmetria lo attrae, sviandolo per i suoi sentieri fioriti.

L’ordine e un disegno superiore non esistono. O forse sì? Tutto è collegato, niente è collegato. È preferibile considerarsi vittime di un sistema o in balia del caso?

La pioggia sgocciola, imbevendo il pavimento. Slothrop sente che sta per impazzire. Se nella paranoia c’è qualcosa di confortante – di religioso, volendo – esiste anche l’antiparanoia, in cui niente è collegato, una condizione che la maggior parte di noi trova difficile sopportare a lungo. Ebbene, adesso Slothrop sente che sta scivolando nella fase antiparanoica del proprio ciclo, sente che tutta la città intorno a lui è di nuovo senza tetto, senza difese, senza un centro, come lui, e a separarlo dal cielo carico di pioggia ci sono solo le immagini di cartone del Nemico in Ascolto. O Loro avevano messo Slothrop lì per un motivo preciso, oppure si trovava lì e basta. Slothrop si chiedeva se in fondo non fosse preferibile essere lì per un qualche motivo

Loro, loro, loro! Il tema della paranoia – “una tardona bionda un po’ tocca, ma dal cuore puro” – attraversa tutto il testo e compie in esso una parabola, al pari dell’arcobaleno, simbolo di una realtà complessa, multisfaccettata eppure evanescente, inafferrabile, e al pari del Razzo, il “Rivelatore” che la scompone, la distrugge e ne dimostra finalmente lo stato di decomposizione, la frammentarietà e di conseguenza l’insussistenza di un Sistema che con l’alibi di proteggerci ci prevarica.

Gli spostamenti dei personaggi appaiono manovrati, spesso privi di spinte personali intellegibili (soprattutto, quelli di Slothrop, che a un certo punto dimentica persino cosa stia facendo), eppure nel dipanarsi delle trame non è previsto alcun antagonista, “loro” non si mostrano mai semplicemente perché non esistono, tutti sono vittime e carnefici allo stesso tempo, poiché “il Sistema ha una succursale nel cervello di ognuno di noi”.

L’atipicità di un simile racconto, quindi, con il suo caos di trame, forme e linguaggi, non indica la scelta di ricusare ogni struttura a livello narrativo, né, al suo esatto opposto, un giochino intellettualoide nel quale la narrazione si inscrive in un disegno tanto complesso e intricato da sovrastare persino il lettore: è, piuttosto, la rappresentazione in lettere dello strappo prodotto nel mondo dalla catastrofe della guerra e dell’insanabile difficoltà di dialogo che ne è derivata, quella dell’uomo con la complessità della propria realtà:

…Zona, nella quale si trova, da qualche parte, un Testo da analizzare frammento dopo frammento, da annotare, da interpretare, da masturbare fino a che s’affloscia, da spremere fino all’ultima goccia… be’, avevamo dato per scontato – natürlich! –che il Testo sacro dovesse essere il Razzo, orururumo orumene, la fiamma alta, crescente, inanimata, sfavillante, immensa (ma i bambini herero della Zona stanno già trasformando “orumene” in “omunene”, il fratello maggiore)… la nostra Torah. Che altro? Le sue simmetrie, i suoi preziosismi ci hanno incantato e sedotto, mentre il vero Testo persisteva altrove, nella sua oscurità, nella nostra oscurità… neppure qui, così lontano dal Südwest, ci viene risparmiata l’antica tragedia dei messaggi perduti, una maledizione da cui non saremo mai liberi…

A perpetrare questa “antica tragedia” concorre l’ibridazione di codici e linguaggi operata dall’autore, che di continuo occultano e rivelano ciò di cui parlano. Seguire il gergo ingegneristico della costruzione dei missili è ostico tanto quanto comprendere i passaggi di pura psichedelia; l’indicazione di talune ricorrenze liturgiche suggerisce una ritualità nascosta eppure non perfettamente coincidente; le volgarità vanno di pari passo con citazioni coltissime; i riferimenti alla cultura popolare si susseguono così fitti da risultare ermetici; le interpretazioni di tipo cabalistico o legate ai tarocchi rideterminano alcuni significati, ma mandano all’aria le comprensioni che le hanno generate;  l’ambiguo richiamo, in contesti di finzione, a fatti storici e persone reali rende disagevole vagliare  quanto viene proposto… tutto questo impone al lettore un continuo confronto con un’alterità che non è mai del tutto comprensibile.

Su di essa vige un ordine abusivo, un Sistema “basato sull’Analisi e sulla Morte”, che, procedendo per cicli storici, già precedeva la guerra e l’ha oltrepassata: in essa ha solo trovato un’apocalisse (“per alcuni Slothrop era un pretesto“) e un nuovo Brennschluss. Affidato alla sola gravità, precipita per poi essere eretto di nuovo, Albero della Vita che ad ogni giro della Ruota germoglia sino a divenire Torre e Fallo e poi Razzo che ancora si schianta e di nuovo rinasce.

L’arcobaleno della gravità è una feroce parodia della Storia, il Testo, una lettura dello stato sociale e culturale dell’uomo che, a quarant’anni esatti dalla sua pubblicazione, non solo non cessa di essere terribilmente attuale, ma continua a generare una fantasmagoria di interpretazioni e significati che lo rendono un classico contemporaneo (e Thomas Pynchon un vate moderno e allucinato). L’affermazione dell’incredibile potere della letteratura, un capolavoro assoluto.