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Stoner di John Williams

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stoner-rosso-light-240x366Una storia mediocre, che ha per protagonista un uomo mediocre. Persino il suo autore lo chiama sempre per cognome, come un vecchio compagno di classe con cui non ha mai familiarizzato. Eppure…

Pur scrivendo un romanzo il cui arco narrativo si esaurisce nel primo paragrafo, John Williams riesce senza sforzi a tenere incollato il lettore fino all’ultima riga. La sua indiscussa capacità affabulatoria non poggia su elaborati artifici linguistici, né sulla complessità dell’intreccio; anzi, la narrazione procede con estrema linearità ed è la semplicità a costituirne la cifra stilistica.

Ciò che fa di Stoner un capolavoro è l’abilità del suo autore nel raccontare il tempo umano, il suo scorrere che appare talvolta lento, come frenato dal collo di una clessidra, e il suo improvviso esaurirsi, che dovrebbe svuotare le esistenze più miserabili e invece proprio alla fine pare colmarle di tutta la bellezza che le ha nutrite.

Se alla fine del suo percorso William Stoner – e il lettore con lui – intravede il senso di una vita che i nudi fatti mostrano costellata di fallimenti, è a causa di quella passione per la letteratura destatasi all’improvviso in giovinezza in un’aula universitaria e che ha finito per innervare tutti i suoi giorni fino all’ultimo.

Grazie alla capacità del suo autore di raccontarlo, il tempo della vita di Stoner acquista pian piano profondità e prospettiva, fino a trasfigurarsi in un testo, il sonetto 73 di Shakespeare.

Guardò Stoner ancora per un momento, poi i suoi occhi divennero come ciechi, mentre fissavano un punto invisibile oltre la classe. Senza leggere dal libro, ripeté di nuovo la poesia; e la sua voce si fece più profonda e più dolce, come se le parole, i suoni e la metrica si fossero per un istante incarnate in lui:

In me tu vedi quel periodo dell’anno
Quando nessuna o poche foglie gialle ancor resistono
su quei rami che fremon contro il freddo,
nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.
In me tu vedi il crepuscolo di un giorno
che dopo il tramonto svanisce all’occidente
e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,
ombra di quella vita che tutto confina in pace.
In me tu vedi lo svigorire di quel fuoco
che si estingue fra le ceneri della sua gioventù
come in un letto di morte su cui dovrà spirare,
consunto da ciò che fu il suo nutrimento.
Questo in me tu vedi, perciò il tuo amore si accresce
per farti meglio amare chi dovrai lasciare fra breve.

Vi fu un istante di silenzio, qualcuno si schiarì la voce. Sloane ripeté di nuovo i versi, stavolta con un tono più piatto, il suo tono di sempre.

Questo tu vedi, che fa il tuo amore più forte,
a degnamente amare chi presto ti verrà meno.

Guardò di nuovo William Stoner e disse brusco: “Shakespeare le parla attraverso tre secoli di storia, Mr Stoner. Riesce a sentirlo?”

(Quando l’elaborazione, anche implicita, del senso trascende i fatti narrati, quando insomma la trama conta, ma fino a un certo punto: ecco forse è lì il discrimine tra una bella storia e la grande letteratura.)

Una cosa viva e delicata

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foto di Steve Halama

All’inizio se ne sentiva molto orgoglioso, lo teneva tra le mani, ne accarezzava la copertina liscia e voltava lentamente le pagine. Gli sembrava una cosa viva e delicata, come un figlio. Una volta stampato, l’aveva riletto tutto, stupendosi vagamente di non trovarlo né migliore né peggiore di come se l’era aspettato. Dopo un po’ si era stancato di guardarlo, ma ogni volta che pensava a quel libro, e al fatto di esserne l’autore, restava stupito e incredulo di fronte alla propria temerarietà. E alla responsabilità che si era assunto.

John Williams, Stoner

2666

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2666Quando un autore diventa di culto, soprattutto se accade all’improvviso come nel caso di Roberto Bolaño, gli si crea attorno una vera e propria mitologia, i cui elementi sono spesso perlopiù apocrifi. Dello scrittore cileno, a tutti i costi ritenuto un maledetto, si dice ad esempio che abbia trascurato la propria salute, già in condizioni critiche a causa di un’insufficienza epatica, pur di portare a termine il suo ultimo romanzo, mentre la realtà dei fatti, a quanto pare, è che tanta fretta fosse dovuta al desiderio di lasciare alla famiglia (“la mia sola madrepatria”) i proventi di quel duro lavoro. In un caso o nell’altro, si avverte chiara tra le pagine di 2666 tutta l’urgenza del racconto, la necessità di scrivere per comprendere nella letteratura il mistero del male.

Continuatore e innovatore di Borges, già con quel poderoso esempio di autofiction rappresentato da I detective selvaggi Bolaño aveva attuato quell’intreccio fra letteratura e vita auspicato dall’argentino e da lui condotto su altri territori. Allo stesso modo, anche in 2666 motore dell’azione è un uomo di lettere (lì il gruppo del realismo viscerale, qui lo sfuggente Benno von Arcimboldi), sebbene a conti fatti la traiettoria degli eventi narrati se ne distacchi per lunghi tratti in maniera considerevole, generando una varietà di personaggi e relative sottotrame che sulla scia del postmodernismo prova a dar ragione della struttura complessa del reale.

Ne è riprova la divisione del romanzo in cinque parti, ciascuna focalizzata su una visione in un certo senso periferica del quadro generale e la cui uniformità va in ogni caso pian piano disgregandosi. Ideate in origine per essere pubblicate separatamente e lette secondo un ordine arbitrario, comunque le si componga le cinque sezioni mantengono la non linearità del racconto, quasi fossero un groviglio di cavi annodati ma attorno ad un unico tema centrale: l’orrore del ventesimo secolo.

Che si tratti della tragedia del secondo grande conflitto o dello straniamento che avviene nella mente dei singoli individui, della generale marcescenza del tessuto sociale o della particolare piaga del femminicidio che negli anni Novanta rese tristemente famosa Ciudad Juarez (la città di Santa Teresa nel libro), risulta chiaro sin dal titolo come il fulcro della narrazione sia un male apocalittico, una calamità ineludibile per l’essere umano, che striscia ovunque ed esplode in modi clamorosi. 2666 vi affonda dapprima lentamente, nelle prime tre parti ci gira attorno sia pure seguendo una spirale discendente, fino a sprofondare in quello che appare un abisso senza fondo, un susseguirsi di delitti che non cessano di sgomentare il lettore.

In alcuni punti, i cadaveri vengono rinvenuti al ritmo di uno per paragrafo e non c’è personaggio che riesca a resistere più di tanto in scena, a fare da filo conduttore per chi legge, quasi che il continuo reiterarsi di stupri e omicidi divenga per chiunque una realtà sempre più insensata e disarmante.

Non siamo davanti ad un thriller o ad un racconto dell’orrore, sebbene la successione dei corpi ritrovati risulti alla lunga stomachevole. Non si tratta di un’inchiesta, nonostante tra i personaggi più o meno ispirati alla realtà ce ne sia uno, il giornalista Sergio González RodrÍguez, realmente esistente, nonché autore di un libro proprio sui delitti di Ciudad Juarez. Bolaño parla anche diffusamente di scrittori e letteratura e comunque il suo non è un trattato di semiotica né un testo di critica letteraria. Qualcuno sostiene a ragione che vi siano echi di Arlt, Bukowski, Cortázar e Márquez, ai quali va senz’altro aggiunta la chiarissima impronta pynchoniana nell’ultima parte. La verità è che 2666 è tanti libri e nessun libro, è alla pari del nostro mondo un diluvio di storie da ogni angolo del globo che la letteratura cerca di comprendere senza la pretesa di imporre un ordine definitivo e salvifico.

C’è un momento in cui le similitudini fra gli omicidi lasciano sospettare una sfumatura gialla nel romanzo, l’eventualità di un serial killer e dunque una spiegazione facile e univoca del male, la possibilità di separarsene e di estirparlo con un taglio netto: nient’altro che un’illusione, incrinata dai paradossi e distrutta col passare delle pagine.

«Si è spiegato con assoluta chiarezza, Mickey» disse Arcimboldi mentre pensava che il tipo in questione non era solo noioso ma anche ridicolo, ridicolo come sono soltanto gli istrioni e i poveri diavoli convinti di aver partecipato a un momento cruciale della storia, quando è ben noto, pensò Arcimboldi, che la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma un proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono fra loro in mostruosità.

Fuori dalla società

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fuori dalla società

«Ci siamo abituati alla morte» sentì che diceva il tipo giovane.
«È sempre stato così,» replicò quello coi capelli bianchi «sempre».
Nell’Ottocento, alla metà o alla fine dell’Ottocento, disse il tipo con i capelli bianchi, la società era solita filtrare la morte attraverso le parole. Se uno legge le cronache dell’epoca si direbbe quasi che non si verificano fatti criminosi o che un assassinio era capace di turbare un intero paese. Non volevamo la morte in casa, nei nostri sogni e nelle nostre fantasie, eppure è un dato di fatto che venivano commessi delitti terribili, squartamenti, violenze di ogni genere, e anche omicidi in serie. […] Tutto veniva filtrato dalle parole, convenientemente adeguato alla nostra paura. Cosa fa un bambino quando ha paura? Chiude gli occhi. Cosa fa un bambino che sta per essere violentato e ucciso? Chiude gli occhi. E grida anche, ma prima chiude gli occhi. Le parole servivano a questo scopo. […] Lei dirà: tutto cambia. Certo, tutto cambia, ma gli archetipi del crimine non cambiano, così come non cambia la nostra natura. Una spiegazione plausibile è che la società, all’epoca, era piccola. […] La maggior parte degli esseri umani viveva fuori dai confini della società. Nel Seicento, per esempio, a ogni viaggio di una nave negriera moriva almeno il venti per cento della mercanzia, cioè della gente che veniva trasportata per essere venduta, diciamo, in Virginia. E questo non turbava nessuno, né usciva a titoli cubitali sul giornale della Virginia, e nessuno chiedeva di impiccare il capitano della nave che li aveva trasportati. Se, al contrario, un possidente aveva un attacco di follia e ammazzava il vicino e poi tornava al galoppo a casa dove appena smontato ammazzava sua moglie, due morti in tutto, la società della Virginia restava intimorita per almeno sei mesi e la leggenda dell’assassino a cavallo poteva tramandarsi per generazioni. I francesi per esempio. Durante la Comune del 1871 furono assassinate migliaia di persone e nessuno versò una lacrima per loro. In quegli stessi anni un arrotino ammazzò una donna e la sua vecchia madre (non la madre della donna, ma la propria madre, amico mio) e poi fu abbattuto dalla polizia. La notizia non solo fece il giro dei giornali francesi, ma comparve anche su altri giornali europei e addirittura fu pubblicato un articolo sull’«Examiner» di New York. Il motivo: i morti della Comune non appartenevano alla società, la gente di colore morta non apparteneva alla società, mentre la donna morta in un capoluogo francese e l’assassino a cavallo della Virginia ne facevano parte, in altre parole, quello era successo a loro era scrivibile, era leggibile. E nonostante tutto le parole praticavano più l’arte di nascondere che di svelare. O forse svelavano qualcosa. Che cosa?, le confesso che non lo so.

Roberto Bolaño, 2666

Sei parole e una scommessa

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Graziano Spinosi, Mark Rothko shoes_small

Graziano Spinosi, Mark Rothko shoes (1998)

La leggenda situa in un’epoca in cui i cinguettii di Twitter erano ancora di là da venire la sfida che sotto forma di scommessa sarebbe stata proposta ad Ernest Hemingway: scrivere un romanzo in sei parole. Non ci è dato sapere quale fosse la posta in palio, né se lo scrittore americano sia stato sul serio protagonista di un simile aneddoto – certe storie più circolano e più perdono dettagli per strada. Tuttavia, a prescindere da chi le abbia composte e per quale occasione, queste famose sei parole rimangono un capolavoro ineguagliato:

For sale. Baby shoes. Never worn.
(Vendesi. Scarpette da neonato. Mai indossate.)

Quello che all’inizio appare come un banale annuncio finisce per colpire il lettore allo stomaco con un finale inatteso e per certi versi crudele. Eppure è tutta lì la forza di questo “romanzo”, condensata in quel contrasto che d’improvviso spalanca scenari per l’immaginazione senza che sia più necessario aggiungere una sola parola.

Raccontando per filo e per segno la tragedia che qui lascia solo intendere, l’autore non avrebbe di certo ottenuto la stessa intensità, dal momento che non è tanto la concisione il tratto saliente di quest’opera in miniatura, quanto l’allusione, ovvero il suggerimento di una situazione che ciascuno è chiamato a interpretare a modo suo.

Ogni narratore che si rispetti, d’altro canto, per far breccia nell’immaginario di chi legge, ha il compito di evocare ciò di cui parla, mostrarlo piuttosto che nominarlo o, peggio ancora, spiegarlo. In questo senso, perciò, qualunque racconto, così come questo “romanzo”, rappresenta una scommessa: sull’eloquenza del non detto, sulle possibilità e sui modi con cui il lettore occuperà il suo spazio tra le righe.

La ferocia di Nicola Lagioia

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La ferocia“Se i Salvemini fossero degli animali, sarebbero senza dubbio degli squali” ha dichiarato Nicola Lagioia durante la presentazione del suo ultimo libro, La ferocia, a Lecce, alludendo alla famiglia barese al centro delle vicende narrate nel romanzo.

E, in effetti, gli animali, largamente presenti nel libro, con la legge dell’istinto inscritta in ciascuno di essi, nelle mani dell’autore divengono un perfetto contraltare dell’umano, ora specchio tragico di comportamenti omicidi, che persino travalicano le leggi di natura, ora quadro senza speranza di una ferocia che non può che ripetersi con l’avvicendarsi di ogni nuova generazione.

A meno che qualcuno (questa è la chiave interpretativa offerta dallo stesso autore), pur attraverso un percorso del tutto tortuoso, che pure lo squalifica agli occhi dei suoi simili, non riesca a riconquistare quel briciolo di umanità necessario ad arrestare il degrado in cui è invischiato e fare i conti con una condizione che paradossalmente gli appare innaturale.

 – Lo sai qual è la disciplina che meglio spiega il nuovo secolo? – disse ancora l’uomo.
Una leggere brezza marina scompigliava i capelli di entrambi.
 – L’etologia – si rispose il direttore tecnico. – Metti una volpe affamata davanti a un branco di conigli. Corri in una piazza piena di colombi e li vedrai volare. Trovami il colombo che non vola.
 – Non siamo animali, facciamo cose strane, – disse Michele.
Si sentiva sconcertato. Aveva le vertigini. Davanti a sé non c’era più Clara, ma i giorni che ancora dovevano arrivare. Lo spazio vuoto e spaventoso, un’immensa pagina bianca.
 – Facciamo quello che la natura ha deciso per noi, i limiti sono abbastanza chiari, – rispose l’uomo.
Michele lo guardò negli occhi. Che senso aveva, se lei non c’era più? Sentì un brivido alle gambe.
 – Ci comportiamo in modo assurdo, siamo imprevedibili, – disse allora e fu come muovere i primi passi senza che Clara lo tenesse per mano, avanzare in linea retta dopo aver gettato a terra le stampelle, – qualcuno in passato ha fatto per me qualcosa che non poteva fare. Azioni contrarie alle leggi di natura. Mi è stato fatto del bene senza nessun motivo pratico, e io adesso sto facendo questa cosa. Innaturale. Assurda anche per me. Un miracolo. Ci pensi.
Dopo essere stato nascosto per tanto tempo, iniziò a prendere forma. A Michele sembrava finalmente di vederlo. Il futuro. Splendido e feroce come la bocca spalancata della tigre di cui aveva letto da ragazzo.

Con periodi spesso molto brevi e parole precise come bisturi, Nicola Lagioia plasma un racconto complesso, che alterna i punti di vista per guadagnare spessore e sovverte ogni ordine cronologico allo scopo di restituire un senso ad una realtà altrimenti inconcepibile.

Così il lettore, al netto dell’impegno profuso per seguire una vicenda da subito coinvolgente ma poco chiara, viene via via ripagato da una narrazione che attraverso il velo della finzione manifesta vibranti squarci di realtà.

Leggere La ferocia, infatti, dà l’opportunità di osservare un artista al lavoro, ovvero un autore che, bisturi alla mano, passo dopo passo opera dei piccoli tagli sul tessuto della sua storia perché chi legge possa comprenderla senza prenderne immediatamente le distanze, fino ad accettarla, poiché alla fine essa altro non è che una sezione del nostro mondo.

Se è vero che il valore di una letteratura si misura sulla qualità dei romanzi che riesce a produrre, allora questo, col suo stile postmoderno e il tentativo di rilettura della società contemporanea che offre, è davvero un buon segnale.

Gli innamoramenti di Javier Marías

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Gli innamoramentiDeve essere una caratteristica dei romanzi di Marías, lo è per certo di quanti ne ho letti finora: aprirsi con la notizia di una morte, un sommovimento tellurico seguito da una lunga serie di sciami sismici nella vita e nei pensieri dell’io narrante.

Gli innamoramenti non fa eccezione. Quanto racconta è una lenta esplorazione non tanto del lutto, ma degli incredibili riverberi (e delle oscure premesse) del vuoto attorno al quale si sviluppa la storia e che finisce per toccare la vita anche di chi, come Maria, la protagonista, non aveva un legame diretto con il defunto.

In questo caso, tuttavia, l’incipit, ovvero il fatto attorno a cui tutto ruota, non sembra in grado di innescare a dovere il racconto, poiché non connotato né dal mistero del suicidio rievocato all’inizio di Un cuore così bianco, né dalle circostanze imbarazzanti del decesso con cui si apre Domani nella battaglia pensa a me, e dunque non ha in sé elementi che subito rimandino a un oltre della storia: chiede perciò un ulteriore passaggio narrativo ad un autore già di suo abituato a raccontare a spirale, come un avvoltoio in lento avvicinamento alla sua preda.

Marías sottopone al lettore un elemento per volta, con calma e senza smettere di ruminare i precedenti, così che i suoi personaggi ne intuiscono man mano un risvolto diverso nel loro incessante tentativo di comprendere la forma della realtà circostante e la natura dei propri accadimenti interiori.

Al netto di questo tipo di lentezza, Gli innamoramenti è un romanzo in crescendo, che svela il quadro sempre cangiante dei sentimenti e l’impatto devastante che sulla vita di chiunque può avere l’innamoramento, una passione tanto affine all’amore eppure da esso così distante; quella che rende una persona irresistibile ai nostri occhi e può portarci a compiere – o ad omettere – vere e proprie enormità.

Ancora una volta, pur senza distaccarsi per un istante dal realismo, in questa sua indagine dell’interiorità Marías affida un ruolo preminente ai riferimenti letterari e in particolare al “suo” Shakespeare: espressioni e cenni ricorrenti, che catalizzano l’immaginario dei personaggi e che via via si dispongono a creare una rete di nuovi significati.

…quello che accade nei romanzi è indifferente e si dimentica, una volta che siano terminati. Le cose interessanti sono le possibilità e le idee che ci inoculano e ci portano tramite i loro casi immaginari, rimangono in noi con maggiore nitidezza dei fatti reali e li teniamo in maggior considerazione.