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Il mestiere di criticare

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C'è critico e critico...

C’è critico e critico…

“Uno che sa come si fanno le cose, ma non le sa fare”, ovvero il critico secondo uno degli adagi con cui si è più soliti liquidare chi ha il compito di analizzare un prodotto culturale ed esprimere un giudizio di merito. Come se il sapere non contasse di per sé; come se un docente potesse minimizzare le doti dei tanti che “sanno fare” e non sanno insegnare dicendo: “Sa fare, ma non sa far fare”.

C’è tuttavia un atteggiamento dei critici di professione che finisce per giustificare simili espressioni di risentimento ed è quello di chi critica a prescindere, di chi critica per forza, sconfinando nell’accezione negativa del termine. Ecco, pare che nelle ultime settimane Goffredo Fofi stia mostrando sin troppo il fianco a questo genere di… critica.

Goffredo Fofi, intellettuale impegnato in significative battaglie proletarie. Goffredo Fofi, “padrino” di scrittori quali Saviano, Baricco, Benni e Maggiani, Goffredo Fofi che evidentemente avverte ancora il bisogno di glassare le sue recensioni con l’ideologia, trasformando il testo e pretesto e dando luogo a imbarazzanti fraintendimenti.

Così il 16 ottobre su avvenire.it intitola il suo intervento Perché piace Zerocalcare se mal disegna i giovani?, salvo poi nominare appena il fumettista di Rebibbia e concedere solo alle righe conclusive l’argomento che stando almeno al titolo sarebbe dovuto essere il nocciolo dell’articolo: “Zerocalcare è bravissimo nel narrare i giovani della sua generazione e se stesso, non a disegnarli”.

Evidente come Fofi si sia limitato a leggere giusto qualche tavola, piuttosto che impegnarsi a comprendere il mondo di un autore per certi versi così lontano da lui. Avrebbe colto, altrimenti, che proprio ciò che lui chiama “disumanizzazione dei volti e dei corpi”, lungi dall’esprimere “una sorta di disistima, se non di disprezzo, per l’uomo”, è invece uno dei fattori che contribuiscono al racconto della generazione, poiché attinge direttamente all’immaginario che l’ha nutrita e che la contraddistingue.

Non pago, tre giorni dopo, stavolta sulle pagine di internazionale.it a proposito dell’ultimo successo Pixar, Fofi scrive una recensione dal titolo I persuasori occulti di Inside out, fornendo una lettura che vuole forse essere provocatoria, ma che risulta soltanto fuorviante, dal momento che si distacca dalla realtà oggettiva del film e gli attribuisce livelli di significato del tutto arbitrari.

Insomma, una vera e propria misinterpretazione, che da un punto di vista strettamente stilistico viola l’assunto principale del film e cioè la personificazione delle emozioni umane. Fofi, invece, scambia Inside out per un’allegoria (magari involontaria) e da qui trae l’idea – indiscutibile nel mondo reale, ma non attinente al mondo del testo – del condizionamento indotto da società come quella capitalistica.

Cantonate effetto di una prospettiva ideologica sin troppo rigida. Forse, come ha commentato qualcuno, basterebbe non proporsi come critco di riferimento per qualunque cosa. Partire dal testo per scoprire inimmaginabili deviazioni può essere un piacere del tutto legittimo, ce lo ha insegnato Roland Barthes: è fondamentale però, appunto, partire dal testo.

Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal

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Una solitudine troppo rumorosaIn un lurido sotterraneo di Praga, Hanta lavora per trentacinque anni con una pressa meccanica per macinare e ridurre in poltiglia tonnellate di carta straccia: allo stesso modo, Hrabal descrive questo sforzo impietoso servendosi di periodi via via sempre più contorti, rendendo il lettore partecipe della progressiva strettoia cui va incontro la vita del suo protagonista.

D’altro canto, la lunghezza dei paragrafi e i punti che non conducono mai a capo, se non al capitolo successivo, non fanno che immergerci nel turbinare di fogli che avvolge Hanta, gli scarti che lui ha il compito di sottrarre ai topi e alle mosche perché vengano smaltiti: il lettore non può fare a meno di vestire i suoi panni e guardare con i suoi occhi il tesoro celato in mezzo a tanta immondizia.

Stralci della migliore letteratura capitano infatti sotto l’occhio di Hanta, il quale, lungi dal farsi sedurre dal fascino dell’enciclopedismo, si cura soltanto del frammento e di volta in volta rumina dentro di sé la bellezza di quelle poche parole, facendosi pressa umana, tramutando in passione il proprio lavoro e trasformando la spazzatura in opera d’arte, incastonando sulle facce dei cubi di carta le stampe che altre mani hanno strappato, le pagine che altri hanno accartocciato.

Attraverso la vicenda paradossale del suo protagonista (e un elogio del frammento letterario che avrebbe senz’altro deliziato Roland Barthes), Bohumil Hrabal ci mostra come la cultura sia riemersa dai rottami della guerra solo per andare incontro alla sciagura del progresso tecnico disumanizzante e del consumismo: un bombardamento di segni che è vitale non subire in maniera passiva, senza sporcarsi le mani, per non condannarci a vivere una solitudine troppo rumorosa.

La freccia di Ulisse

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Vassily Kandinsky, Arco e freccia (1923)

Vassily Kandinsky, Arco e freccia (1923)

Si è detto di Penelope e dei suoi epigoni, della trama che tesse nell’attesa di colui che ne sappia riconoscere l’intreccio e penetrare le maglie. Per comprenderla, per raggiungerla. Ora il momento è giunto, adesso tocca a lui.

Ulisse fa ritorno a Itaca sotto mentite spoglie, c’è una prova che deve affrontare per rivelarsi e al contempo insinuarsi nel piano tessuto dalla moglie. Allo stesso modo, nell’arte del racconto, si verifica un doppio occultamento che coinvolge scrittore e lettore, l’uno assente nella lettura, l’altro nella scrittura. È il testo a separare questi versanti, ben distinti eppure in contatto fra loro: per mezzo di esso si può stabilire un incontro fra i significati enunciati dall’autore e quelli estratti dal lettore, incontro che può diventare dialogo solo a patto che quest’ultimo riesca a cogliere e a illuminare le traiettorie di senso tracciate dal testo nella sua indipendenza.

Può sembrare una prova impossibile e per certi versi oziosa, ma è l’unica che Penelope statuisce per concedersi. Come se tendere l’arco del marito non fosse già abbastanza, i pretendenti sono chiamati a far passare le loro frecce attraverso i fori di dodici scuri.

Ulisse conosce il suo strumento, l’abilità affinata da una lunga pratica non svanisce nemmeno dopo dieci anni di guerra. Sa che occorre scaldare il legno perché sciolga la sua fissità, ma si tratta di un vantaggio che da solo non è sufficiente. Per arrivare a Penelope, deve intuire la regolarità nella disposizione dei vuoti e vedere l’invisibile: la traiettoria che essi disegnano. Scagliare la sua freccia lungo di essa, a quel punto, è la parte più facile.

Al pari di Ulisse, il lettore ha il compito di individuare i fili invisibili all’interno del testo, cioè selezionare le informazioni pertinenti rispetto a un dato codice. Senza una chiave di lettura, infatti, vagherebbe come in un labirinto, ma, una volta ottenuto l’accesso, non gli resta che seguire le traiettorie trasversali alla manifestazione lineare del testo, ovvero quei fili sotterranei chiamati isotopie.

Esse rappresentano il luogo deputato all’attualizzazione dei significati dell’intreccio, indirizzano il lettore alla ricerca del senso profondo che soggiace alla semplice esposizione dei fatti. Individuate dal reiterarsi di riferimenti, più o meno espliciti, alla medesima tematica, le isotopie, come una vena aurea che viaggia fra la nuda roccia, spesso rivelano la parte più preziosa del senso narrativo, o, comunque, conducono il lettore che le colleziona alla sede di un senso ulteriore. Sono fiumi sotterranei che trasportano la linfa del testo e, laddove non affiorano, spetta al lettore assetato rintracciarli.

Talvolta, il testo racchiude isotopie di cui perfino l’autore è ignaro. Con il volo della sua freccia, Ulisse rende visibile a Penelope un filo della sua stessa tela.

Vuoti a rendere

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universo Pixar

Che altri si vantino delle pagine che han scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto.

Jorge Luis Borges

Non fu certo la modestia a suggerire all’argentino simili parole, ma la profonda consapevolezza di come la lettura sia un atto creativo, strettamente necessario al testo, che impegna non poco chi lo compie.

Non molto diversamente deve forse, a questo punto, pensarla il blogger Jon Negroni, “uno scrittore” (come ci tiene ad autodefinirsi) che finora ha riscosso il suo più grande successo grazie ad una lettura.

Nello specifico, i testi su cui si è adoperato sono i lungometraggi della Pixar, sui quali ha formulato l’intrigante teoria secondo cui essi apparterrebbero tutti al medesimo universo narrativo e racconterebbero, in filigrana, di una diversa evoluzione del nostro mondo.

Per arrivare a proporre una simile interpretazione, si è basato sul gioco delle citazioni che la Pixar ripropone ad ogni nuova uscita, una peculiarità stilistica cui il pubblico guarda con curiosità, provando a rintracciare di volta in volta le piccole apparizioni di elementi o personaggi tratti da altri film.

Ebbene, dietro questi dettagli Negroni ha provato a indovinare un senso, stabilendo fra di essi dei collegamenti che rivelassero un disegno narrativo più ampio rispetto a quello manifesto. Per farlo, ha dovuto intrecciare da sé questi fili del racconto, destreggiandosi nei vuoti della narrazione: un’operazione non molto dissimile da quella che, in maniera più o meno conscia, tutti noi compiamo ogni volta che leggiamo.

Leggere è un’arte a cui i libri ci iniziano molto più di quanto non crediamo, eppure non si esaurisce certo ad essi. Tutti i mondi che abitiamo, infatti, sono leggibili, a patto che siamo disposti ad investire con la nostra creatività gli spazi vuoti tra i fili dell’intreccio. Parte del piacere del testo risiede proprio in questo.

È ora di accorgersene: pur con lo stesso libro in mano, non leggiamo mai lo stesso testo di un altro!

Coltivando quel particolare piacere dell’intertestualità, Negroni ha letto una storia che, a mio parere, neanche gli stessi narratori sapevano di aver raccontato. Capita. Se vi interessa conoscerla nel dettaglio, potete trovarla qui.

Epigoni di Penelope/2

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filo e rocchetta

Penelope tesse, disfa e ritesse lo stesso filo che, allo stesso scopo, Arianna raccoglie perché venga nuovamente dispiegato. Questa lo affida a uno straniero perché per mezzo di esso indaghi i recessi della sua oscura storia familiare e possa riannodarne i capi sparsi.

Un abominio, infatti, si aggira per quel labirinto di storie spezzate che è il mondo; un mostro tanto più sconcertante poiché ha caratteristiche umane. Lui è ciò che Arianna poteva essere, il non senso che minaccia la sua esistenza e che non può essere ignorato.

Il filo, dopotutto, non è che la rappresentazione in scala del labirinto. Serve per smarrire la bestia e tramutare l’errare dell’uomo in un percorso. Una volta dipanato, perché possa essere di un qualche aiuto, va ripercorso.

Leggere, perciò, così come raccontare, è passeggiare nel giardino dei sentieri che si biforcano. Entrambe le attività attengono all’arte di Penelope e, al pari di questa, richiedono un tempo, un’attesa.

Ogni tes(su)to aspetta un Teseo che si inoltri nel labirinto costituito dai suoi fili.

Epigoni di Penelope

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penna filografica

Per quel che ne so, è proprio il filo nero che esce da quella punta di scettro da poche lire la strada che m’ha portato fin qui…

Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati

Quando abbiamo incontrato Jekyll e Hyde per la prima volta, neanche a dirlo, litigavano: una lotta tragica e inestricabile la loro. L’odio e il rancore li separano e li accomunano, l’uno non può esistere senza l’altro, morto uno morto l’altro, perciò ciascuno di loro non fa che combattere contro se stesso. Ma, ecco il punto, ci siamo mai chiesti quale sia il nodo della loro disputa? Si contendono, pensa un po’, il primato della creazione di quel classico personaggio che è Robert Louis Stevenson.

C’è una parte dell’io che dà forma ai personaggi a cui sono i personaggi a dare forma.

Così, dopo secoli di dibattito sulla cosiddetta “questione omerica”, tutto ciò che sappiamo sull’aedo è ciò che emerge dall’intrecciarsi dei suoi racconti. Di quanto possiamo errare, allora, nel sostenere che sia Penelope l’immagine che più si addice ad Omero, ad ogni omero?

Potremmo allora dire che gli autori della biblioteca di Babele sono gli epigoni di Penelope, continuamente tesi nell’atto di tessere e ritessere storie per sfidare l’incomprensibilità del proprio vissuto e provare a comprenderlo nella maglie della sua stessa trama.

È l’umano talento narrativo che ci fa trovare un senso alle cose anche quando non sembrano averlo. Esso è talmente radicato in noi, ce ne nutriamo a tal punto, che giungiamo a tramutare le situazioni narrative classiche in paradigmi per l’esperienza.

Attraverso la letteratura in modo privilegiato (ma in generale con ogni narrazione), l’uomo cerca e ricrea la propria identità, poiché il è un prodotto del nostro raccontare o non una qualche essenza nascosta da scoprire scavando nei recessi della soggettività.

Una simile impresa, tuttavia, rimarrà incompiuta se portata avanti nel segreto. Ogni narratore, che gli piaccia o no, è sempre in attesa di qualcun altro, un lettore che completi la tessitura.

Proprio come Penelope.