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La bussola Dora

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Per il testo che segue, pubblicato in Con le mani aperte (EDB, 2008), mi sono ispirato al racconto Il filobus numero 75, di Gianni Rodari, il quale conclude la sua storia così: “Il primo giorno di primavera tutto è possibile”.

Vincent Van Gogh, Mandorlo in fiore (1890)

Vincent Van Gogh, Mandorlo in fiore (1890)

La città era pulita e ordinata, regolare, impeccabile, risultato dell’esatta precisione delle macchine. Era la loro infallibilità a normalizzare ogni cosa, come i numeri per le strade e le lettere per i quartieri. Questa distinzione, per esempio, che pure poteva sembrare vezzosa, serviva alle macchine per assegnare a ciascuno un’abitazione: più in alto arrivavi nelle graduatorie degli esami semestrali, più ti veniva attribuito un alloggio nelle zone più centrali e confortevoli. Così tutti avevano un tetto, anche se i posti in A1 erano naturalmente i più ambiti.

Più in generale, le macchine erano gli unici padroni e gestori non solo degli spazi, ma anche dei tempi; così era stato deciso allo scopo di garantirne un’amministrazione ragionevole e produttiva. Le strade e i palazzi erano disseminati di sveglie e strumenti di frammentazione del tempo: al loro segnale, ogni lavoratore censito abbandonava immediatamente il suo compito e cominciava senza indugio l’attività che il programma prevedeva successivamente. Ogni ritardo, com’è ovvio, sarebbe stato sanzionato con il declassamento ai quartieri periferici, ma nessuno comunque ci teneva a tardare, anche perché le zone operative si serravano subito e nettamente in compartimenti stagni. Erano ovviamente previsti anche tempi di pausa, un orario preciso per mangiare e uno esatto per dormire, e tutti erano tenuti a rispettarli in maniera disciplinata, senza sforare di un minuto.

Tutto, ma proprio tutto, insomma, era gestito dall’elaboratore a forma di cipollotto giallo, insediato nel centro della zona A1. Tuttavia, non si poteva certo dire che la città possedesse un cuore di metallo e ingranaggi: avrebbe significato pensare ad essa come una cosa viva e chi poteva mai pensare ad una sciocchezza simile?

Un giorno, però, accadde qualcosa d’imprevisto che mandò le macchine in tilt.

“Professore, là fuori sta succedendo il finimondo! Gli orologi sono impazziti: pensi, misurano il tempo, ma non suonano più… E i bambini poi: giocano, invece di studiare! Ci sono adulti che liberamente decidono di dormire meno per finire di leggere un libro…! Nessuno bada più solo a lavorare e a rispettare le scadenze, questi si distraggono! Persino qui sotto: c’è uno con la barba che si è messo a suonare la tromba… fuori orario e per puro divertimento!”

“Lo so, lo so che con questo lassismo non riusciremo a tenere testa agli impegni, ma per favore si calmi, signora, forse ho rintracciato il problema. Legga qui, sul compito di questa bambina: nell’esame del mese scorso, per descrivere la perfetta funzione regolatrice delle macchine ha chiamato l’elaboratore centrale La bussola Dora…”

“Che? Ha dato un nome al computer?”

“Non solo, ha scritto che per lei è una bussola… Non capisco come possa pensarlo, sarà per la forma che ha il computer?”

“Ma come si permette questa piccola, sciocca insolente?! Dare un nome alle cose, ma che stupidaggine: di questo passo finiremo per dare un nome persino alle strade, ai quartieri, alla città!”

“Già, e intanto Dora, ehm, volevo dire il cervellone, cioè no… il computer insomma, ha assimilato questo dato e ora si è convinto di essere una persona.”

Scesero in strada a verificare quello che stava accadendo e constatarono che era in atto una vera e propria rivoluzione. Addirittura in Z167 si piantavano colorati giardini pubblici, nella zona che nel frattempo era stata pure ribattezzata Via del Mare, perché da lì passava il filobus 75 che portava dritto alla spiaggia e alla pineta. In piazza Sant’Oronzo (cioè in piena A1!), c’erano impiegati che giocavano a nascondino durante la pausa pranzo: chi contava vicino alla Colonna e chi si mimetizzava tra gli avventori del bar C-Alvino (il centro ora aveva finanche un caffé letterario!). All’ospedale, i medici del reparto di pediatria andavano in giro con ridicoli nasi da clown e facevano finta di svenire quando vedevano le siringhe. La Provincia ora si chiamava palazzo dei Celestini, perché nel personale di servizio c’erano portieri diversabili con le uniformi celesti, che paravano l’arrivo dei bambini e li conducevano insieme alle loro maestre a lezione dai burattini: con loro i bambini potevano giocare con le parole – uno di loro aveva trasformato il pulmino scolastico, che già giallo era, in un pulcino! – e imparare che bastava una lettera o una parola per cambiare la storia.

Giunsero al professore i primi dati sulla catastrofe in atto: crescevano la felicità e la libertà delle persone, la città cresceva! E i compiti di ognuno venivano tanto, oh tanto!, meglio!

Intanto, Dora stava spostando tutto, come una donna affaccendata dai capelli ricci, un turbinio, una ricreazione. La bussola orientava la navigazione dei palazzi come fossero gelidi iceberg, spostava gli uffici per far posto alle chiese e alle calde pietre degli antichi. Alcuni edifici discesero dalla loro imperturbabile altezza, come ghiaccioli che si sciolgono (e i loro rivoli di cemento furono piste ciclabili): Dora ne fece una casa luminosa per tutti, bravi e brutti. Infine, sbrigliò le inguardabili trame della metropolitana superficiale, come fossero capelli che tolgono agli occhi la luce. E finalmente apparve lui.

Solo dalla sua bellezza si lasciarono persuadere il professore e la signora: ecco il cielo alto e sontuoso, con le nuvole barocche scolpite dal sole.

Poi fu pioggia e il grigio monotono e uniforme, uguale per tutto, uguale per tutti, si produsse in una vasta gamma di colori e sfumature. Fu pioggia e si sciolsero le maschere e il trucco del professore e della signora: due bambini di non più di dieci anni, che gli impegni serrati, comminati loro dai genitori, avevano fatto crescere troppo in fretta, togliendogli il tempo per crearsi e ri-crearsi a piacimento.

Era stata pioggia con il sole e sospeso in cielo giaceva ora il divino arcobaleno.

La bambina che era già stata una rigida signora disse al bambino che si era già creduto un pedante professore:

“Cos’hai lì, sul muso? Più che occhiali, mi sembrano occhi-ali, occhi con le ali!”

“Il bambino-professore, allora, smise per un po’ di spiegare argomenti, per spiegare solo le braccia, immaginando che fossero ali.”

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La ragazza col tortellino di perla: luci e ombre della mostra bolognese

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mostra Bologna

Se alla fine si lascia Palazzo Fava con un lieve disappunto non è certo per la grande aspettativa generata dall’evento, in esclusiva europea, dei tesori del Mauritshuis in mostra a Bologna.

Evento che, comunque lo si guardi, ha tutti i crismi dell’eccezionalitàLa ragazza, al pari di tutte le grandi opere d’arte, non avrebbe mai dovuto spostarsi dalla sua casa a L’Aia, eppure, quando quasi tre anni fa la Pinacoteca Reale ha chiuso i battenti per importanti lavori di restauro, la direzione del museo ha deciso di concederle un giro per il mondo. La ragazza è stata così ammirata a Kobe e a Tokyo, in Giappone, e quindi negli Stati Uniti, a San Francisco, Atlanta e New York, dove si sono create file imponenti anche per ammirare uno solo dei membri della sua corte. Avrebbe già fatto ritorno in Olanda senza ulteriori soste se l’intervento di Marco Goldin, poi curatore della mostra, non avesse reso a Bologna l’onore senza precedenti di ospitarla per l’ultima volta prima del definitivo ritorno a casa.

Il codazzo di opere che l’hanno seguita nella cornice comunque suggestiva di Palazzo Fava è anch’esso di tutto rispetto. Divisi per sale in base alla tipologia dei soggetti, troviamo quadri di Rembrandt accanto a quadri di autori meno noti eppure tutte a loro modo conturbanti. Si passa dalla quotidianità di alcune scene di interni (spesso intrisa di intenti morali ma talvolta raccontata persino con toni ironici) all’alterigia dei ritratti (fra cui spicca per contrasto la gioia colorata della Suonatrice di violino), alle vedute di paesaggi con cieli soverchianti e alle nature morte fra le quali quel cardellino per cui un libro sta risvegliando un inedito interesse. Un totale di trentasette dipinti di cui un’illuminazione più che azzeccata esalta la lucentezza della pittura a olio.

Infine c’è lei, un’immagine che è ormai un’icona, l’opera che ha guadagnato un tardivo riconoscimento per la sua eloquenza contemporanea: il catalizzatore dell’evento, la ragazza che dà il volto a una bellezza inafferrabile. A lei è dedicata un’intera sala, le luci basse, solo lei al centro della scena. È la più grande delusione di tutta la mostra.

Beninteso, non è Vermeer a tradire le attese, ma l’allestimento che viene preparato attorno al suo capolavoro. Proprio l’illuminazione che valorizza tutti gli altri quadri nell’ultima sala viene meno. Poco male se le luci sono così soffuse da rendere a malapena leggibili i pannelli informativi, ma La ragazza con l’orecchino di perla ha delle dimensioni troppo ridotte per brillare da sola negli occhi dei suoi numerosi ammiratori (i quali, peraltro, per arrivare fin lì hanno dovuto sgomitare non poco in spazi piuttosto angusti per il numero di quadri esposti).

Per la ragazza era l’ultima uscita e ne valeva comunque la pena. Eppure alla fine si lascia Palazzo Fava con un lieve disappunto.

Penne e pennelli

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È successo a New York, dove il museo Frick Collection ha registrato in poco più di tre mesi lo stesso numero di visitatori che in media impiega un anno a raggiungere: più di duecentomila persone si sono messe in coda, pazientando anche fino a 45 minuti, per ammirare Il cardellino, un dipinto di Carel Fabritius datato 1654.

Il motivo? Presto detto.

The goldfinch

Il cardellino è anche il titolo della terza fatica letteraria di Donna Tartt (edita in Italia in questi giorni da Rizzoli), che vede proprio nel  piccolo quadro di Fabritius una sorta di misterioso catalizzatore dell’intreccio narrativo. Evidentemente, in un’epoca nella quale non pochi dubitano dei libri come mezzi ancora validi per lo sviluppo e la diffusione della cultura, basta la suggestione di un romanzo ben scritto a mettere in moto le persone che cercano la bellezza.

Il “miracolo del cardellino”, infatti, si ripeterà fra pochi giorni a Bologna, seconda tappa (unica europea) della mostra Il mito della Golden Age, da Vermeer a Rembrandt, capolavori dal Mauritshuis. Le prenotazioni sono già settantamila, anche se, proabibilmente, in molti sono stati attratti perlopiù dal pezzo forte dell’esposizione, ovvero La ragazza con l’orecchino di perla. A ben vedere, il senso della questione comunque non muta, dal momento che è stato proprio il bel libro di Tracy Chevalier a riportare l’attenzione su questo capolavoro di Vermeer, dipinto che come pochi riesce a catturare la perfezione di un istante in cui la luce denuda il languore e insieme l’innocenza sul volto di una donna.

Come a dire che la potenza delle immagini diluita nel flusso delle parole non perde nulla di sé, ma sceglie solo un’altra strada per riaffiorare. Il tempo dei nuovi mezzi di comunicazione, veloci, complessi, semplicistici, non rappresenta affatto la detronizzazione del libro, bensì l’esaltazione della sua intertestualità, che non può che diventare intermedialità.

Può ancora accadere di scoprire un quadro tra le pagine di un romanzo? Mi è successo poco fa…

A Città del Messico erano finiti a una mostra di quadri della bellissima esule spagnola Remedios Varo: nel pannello centrale di un trittico intitolato Bordando el Manto Terrestre c’erano alcune delicate fanciulle con i visi a cuore, gli occhi grandi e i capelli simili a fili d’oro, prigioniere in una stanza in cima a una torre circolare, che ricamavano una specie di arazzo traboccante dalle feritoie nel vuoto, cercando disperatamente di colmare quel vuoto: poiché in quell’arazzo erano contenute tutte le altre costruzioni e le creature, tutte le onde, navi e foreste della terra, e l’arazzo era il mondo.

Thomas Pynchon, L’incanto del lotto 49

Bordando el manto terrestre

Metafisica dell’abbraccio

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Gustav Klimt, Amanti (Il bacio)

Gustav Klimt, Amanti (Il bacio)

Nel museo del Belvedere di Vienna, questo meraviglioso quadrato è incastonato al centro di una parete completamente nera, che ne esalta il fascino magnetico. Davanti ad esso, i visitatori compiono una sosta prolungata, poiché l’oro assorbe ogni attenzione. Persino l’indicazione del nome e della paternità dell’opera è posta su un altro muro, adiacente e bianco come tutti gli altri.

Due amanti avvinti in un così tenero abbraccio non necessitano di nient’altro che un lembo di terra su cui poggiarsi: quel prato che è tutto macchie e fiori. Tutto il resto non conta. La luce è puntata sulle due figure avvolte e fuse in quel gesto d’amore; ciò che brilla è la loro unità.

Arduo davvero distinguere l’uno e l’altra, se non per i motivi delle vesti, entrambe dorate, ma ornate da rettangoli e linee rette per lui e per lei da forme sinuose. È la disposizione dei corpi ad assegnare all’uomo il movimento attivo di chi si china sull’altra: la avvolge, le prende il viso tra le mani, la bacia, al di là di ogni reciprocità. Un atto del tutto gratuito.

E lei? Nell’ambiguità della sua risposta risiede una parte importante del fascino di questo quadro. Guardare i suoi piedi, come sospesi sull’orlo del baratro, per notare che è in ginocchio, forse pronta a lasciarsi cadere. Le sue mani poi, le sue mani sono così enigmatiche. Le dita della destra, leggermente ripiegate, sono soltanto appoggiate sul collo di lui e non paiono affatto intenzionate ad aggrapparsi. La posa della sinistra, d’altro canto, è ancora più toccante, quasi volesse schiudere un abbraccio che non può più essere. E se si trattasse un addio? Lui che tenta di trattenerla, di cristallizzare la loro unione in un attimo senza fine; mentre lei, più conscia, sa che ormai il suo tempo è sfiorito: è ora di separarsi, è ora di andare.

Dicono che i protagonisti del dipinto siano l’artista e una giovane donna che egli avrebbe amato sulle rive del lago Attersee. Acquisterebbe così un preciso significato l’oro dello sfondo, liquida luce riflessa sulla superficie delle acque. Eppure, lei conserva sempre quell’aria di debole diniego, una vana resistenza alla dedizione totale di lui. La raffigurazione di un amore non corrisposto nella sua intensità?

C’è una terza interpretazione ed è la più comune. La tenerezza che il quadro promana è intrisa di una passione per la quale all’iniziativa di lui corrisponde l’estasi del completo abbandono di lei, che si lascia amare senza resistenze: come il maschile e il femminile, i due atti combaciano e compartecipano a generare la pienezza della gioia. Assume allora tutta un’altra funzione l’oro che Klimt ha sottratto ai mosaici bizantini di Ravenna: raffigurare l’eternità di un abbraccio, trasferirla al di fuori del tempo.

Questione di prospettiva

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Museo Albertina, Vienna: C. Monet, Stagno delle ninfee (1917-1919)

Museo Albertina, Vienna: C. Monet, Stagno delle ninfee (1917-1919)

Osservi un quadro dal vivo e capisci che proprio noi che viviamo nella cultura dell’immagine di esperienze visive, in fondo, ci intendiamo davvero molto poco. Noi perlopiù astraiamo per sentito dire, con le nostre riproduzioni che viaggiano veloci nella rete, e ci illudiamo che per conoscere basti uno sguardo, magari attento, ma da lontano.

Poi osservi un quadro da vicino e ti accorgi della materialità del colore, della sua luce originale, dei graffi del pennello, delle singole passate, che rendono un quadro imperfetto e vibrante; lo sradicano dal rango di icona in cui magari la tua mente lo ha classificato e te lo pongono davanti in tutta la sua concretezza. Materia grezza che tu, prima di riconoscere, devi reinterpretare.

Passi davanti a una delle tante versioni delle ninfee di Monet e per un attimo ne cogli gli elementi essenziali, trai il senso globale della raffigurazione. Per un attimo. Subito dopo, sprofondi in un caos colorato, di macchie e pennellate. Noti un grumo di giallo in cui sembra concentrarsi più colore che nell’intero dipinto; scie di verdi che viaggiano in autonomia, senza voler tracciare alcuna unità; e grovigli d’azzurro e fasci di viola arrotolarsi su se stessi, mentre il celeste ritaglia per sé una porzione del campo visivo.

Fai un passo indietro, inquadri ciò che vedi nella sua totalità: dal disordine dei colori emerge il senso rinnovato dell’immagine. Ora puoi apprezzare da te la raffigurazione dello stagno in cui galleggiano le ninfee e su cui s’affaccia il riflesso degli alberi e del cielo sovrastante. Non è magnifico? Te l’avevano detto, ma ora che hai provato in prima persona quest’esperienza, ora che hai imparato a sillabare il linguaggio complesso della pittura e puoi dunque sostituirlo a quello dell’apparenza a cui sei più abituato, questo quadro è appeso nella galleria della tua interiorità e potrai tornare a visitarlo ogni volta che vorrai.

Rapsodia notturna

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Vincent Van Gogh, Notte stellata (particolare, 1889)

Vincent Van Gogh, Notte stellata (particolare, 1889)

La verità è che non esistono amori impossibili. Gli amori non corrisposti sono solo quelli che richiedono più coraggio per essere praticati.

Lo ammetto, oggi avrei scelto uno stile meno ampolloso per scrivere questa storia, pensata in origine come una canzone, ma, a quasi dodici anni di distanza, quantomeno lo spunto mi sembra ancora interessante.

Vediamo un po’ se qualcuno riesce a indovinarne i protagonisti.

D’alte genti sublime cantrice,
di nobili cuori gentile signora:
la mia voce sussurra agli dei.
Il nome mio è vanto e somma gloria d’ogni poeta,
capirete presto perché non mento quando dico:
“Sono unica”.

Io canto le gesta di colui che mi tolse vita
e amore.
Innalzo soavi odi a quello che fu,
di scrittori, fuggiaschi e naviganti sono musa.

Nel silenzio dei dormienti piango l’iniquo mio destino
di temuta amica fedele e compagna.
L’aere tutto freme del mio lamento,
lascia il celeste impero al fatal nemico
e alla sua chioma infuocata.

Miro il tempo mio scivolare
senza finire mai:
fatal quiete fu concessa ai giusti mortali.
E i miei ricordi,
persi a cercare
lune nei pozzi.
A cercare…
A cercare…
A cercare…

Mera illusione
la luna nel pozzo,
nei cieli irraggiungibile.
Ad altri concesse,
al focoso astro,
la sua beltà.

È la mia innaturale condizione
di amante.
Mi costringe,
taciturna,
ad approvare.
Reprimere la mia insana follia.

Solcano il cielo le stelle,
dispettosi messi d’amore.
Sorgono le ombre,
meschine compagne
nell’oscurità.
Persa è colei che governa le maree,
vittima del grave peso di Apollo.

E persa sono io,
pensieri, parole, frasi senza senso…
Un cerchio che ha perso il suo centro.

A un passo
dall’agognato baratro,
or vivo ancora.
Suono nel vento
a raminghi e viandanti la mia storia.
Per chi cerca un senso
al mio cantare
ho solo una risposta:
ama e lasciati amare.

(2002)

La risposta, per chi la vuole, è nei commenti.

La bella addormentata

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Gustav Klimt, Il bacio, 1907-08 (dettaglio)

Gustav Klimt, Il bacio, 1907-08 (dettaglio)

Le favole dove stanno?
Ce n’è una in ogni cosa:
nel legno del tavolino,
nel bicchiere, nella rosa.
La favola sta lì dentro
da tanto tempo, e non parla:
è una bella addormentata
e bisogna svegliarla.
Ma se un principe, o un poeta,
a baciarla non verrà,
un bimbo la sua favola
invano aspetterà.

(Gianni Rodari)