Archivi tag: personaggi

Si alza il vento

Standard

Si alza il ventoÈ una gioia per gli occhi l’ultimo capolavoro di Hayao Miyazaki, il prodotto di un intreccio sottile, contraddistinto dalla cura per il dettaglio ad ogni livello della rappresentazione.

Tratto da un omonimo manga dello stesso maestro giapponese, il lungometraggio si intesse in realtà di una serie di ulteriori riferimenti, dei quali il verso del poemetto Il cimitero marino di Paul Valéry a cui deve il titolo è solo il più evidente. Esso infatti richiama una terza opera, dal medesimo titolo: si tratta del romanzo breve di Tatsuo Hori, che Miyazaki traspone in maniera quasi integrale nella seconda parte del film, allo scopo di arricchire il mondo interiore del protagonista. Figura che, a sua volta, ricalca quella dell’ingegnere aeronautico Jiro Horikoshi, noto per aver ideato i micidiali caccia “Zero”, in seguito impiegati per compiere attacchi suicidi e i cui piloti vennero chiamati “kamikaze”, ossia “vento divino”.

Per di più, il personaggio di Castorp, il tedesco critico nei confronti dei nazisti e della politica militarista giapponese, che Jiro incontra nella stessa località di villeggiatura nella quale ritrova la futura moglie Nahoko, riecheggia quell’Hans Castorp, anch’egli ingegnere, protagonista de La montagna incantata di Thomas Mann. Quest’ultimo romanzo, ambientato nel periodo immediatamente precedente al primo conflitto mondiale e quindi in parte degli anni coperti dalla narrazione di Miyazaki, si svolge quasi del tutto all’interno di un sanatorio per malati di tubercolosi, medesima malattia che affligge Nahoko. Le vicende che la riguardano, come detto, sono ispirate al romanzo Si alza il vento di Tatsuo Hori, nel quale l’autore racconta il rapporto con la moglie Setsuko, affetta dalla tubercolosi: ebbene, il nome scelto per la compagna di Jiro è ancora un’eco, stavolta un omaggio ad un’altra opera di Hori, intitolata appunto Nahoko.

In ben tre scene, inoltre, è possibile scorgere la riproduzione di una calligrafia del poeta e monaco zen Ryokan Taigu, che recita:

Sopra il cielo il grande vento.

Un richiamo così esplicito che ha suggerito a chi meglio conosce la poesia nipponica come anche il finale, con un prato immenso battuto dal vento e sul quale giacciono i rottami degli aerei distrutti dalla guerra, possa essere una reminiscenza, non poi così inconscia, degli ultimi versi composti da Ryokan:

Come rugiada
sui fili d’erba
di Misashino
così scompare
la nostra vita
.

Si alza il vento2Questo conduce al livello più intimo di quest’intreccio, dal momento che Si alza il vento è l’ultima grande storia di Miyazaki e ne costituisce perciò il lascito artistico, o quantomeno l’occasione per un bilancio del suo “decennio”, così come nel finale viene richiesto a Jiro dal suo nume ideale, l’ingegnere italiano Caproni (un altro rimando, ça va sans dire).

Al pari del suo personaggio, anche il regista da bambino ha sognato invano di pilotare aeroplani, salvo poi essere indirizzato dalla miopia sulla strada del disegno, proprio come Jiro. L’identificazione tra i due, tuttavia, non esaurisce di certo l’indubbia componente autobiografica del film, situata con più precisione al livello tematico.  Le immagini che scorrono sullo schermo parlano, infatti, allo spettatore di sogni e passione, bellezza e contraddizioni.

E del fatto che tutto ciò incappi nel groviglio della guerra. In proposito, Miyakazi esprime sentimenti controversi, da un lato avvertendo come inaccettabile l’aggressività del suo paese durante la Seconda Guerra Mondiale (e il modo in cui ha rappresentato l’esercito nel film gli è costato più di qualche critica e censura in Giappone, dove è pure considerato un monumento vivente), dall’altro non nascondendo una sorta di inevitabile fascino per i meccanismi militari e persino di fierezza per quell’espressione del genio nipponico che gli “Zero” rappresentavano.

D’altro canto, la prima immagine della guerra è per lui (nato nel 1941) la meraviglia indimenticabile di un cielo notturno spalancato dai bombardamenti. Troppo piccolo allora per capire il pericolo da cui fuggiva con la propria famiglia; eppure, questo non gli evita, da adolescente, di provare un moto di repulsione verso la guerra e di vergogna nei confronti del padre ingegnere, il quale produceva nella sua fabbrica nientemeno che le estremità delle ali degli “Zero”.

Si alza il vento è dunque anche il racconto di una riconciliazione (non solo) familiare, del rifiuto di ogni utopica purezza, della lotta tra aspirazioni e frustrazione, tra il desiderio di volare e la paura di essere bloccati. “È poi questo il nocciolo del film – ha dichiarato il maestro giapponese in un’intervista a la Repubblica – che le autorità, più miopi di me, non hanno colto: un creativo deve impedirsi di realizzare il suo sogno a causa delle circostanze o vivere la sua passione, senza preoccuparsi delle conseguenze, magari devastatrici?”.

Si alza il vento3“Raccontare favole non significa rinunciare a prendere posizione” e perciò Miyazaki nel suo film sembra indicare anche una risposta, coraggiosa perché non definitiva, lontana da ogni certezza ideologica. In esso, il vento dei sogni non soffia nelle lande dell’egotismo o in paradisi artificiali avulsi dalla realtà. Sia pure più leggero della Storia, la sorvola senza ignorarla, anzi la sferza e non si risparmia nel breve periodo del suo passaggio. Così suggerisce l’intervento delle sequenze oniriche sul piano diegetico, privo di particolari stacchi, anzi intersecando il fluire del tempo e degli avvenimenti. E altrettanto si può dire del rigore della ricostruzione storica, della precisione con cui vengono rievocati luoghi, eventi, usi e costumi dell’epoca.

Attraverso il lirismo di un racconto dal ritmo lieve, Hayao Miyazaki con il suo Studio Ghibli ci regala una storia sulla caducità di ogni cosa, sulla transitorietà della vita e della bellezza e su come, nonostante tutto, valga comunque la pena esserci, anche per un brevissimo momento, cavalcare le raffiche piuttosto che lasciarsi travolgere. La Nahoko che ci appare pericolosamente in bilico sul treno in corsa o mentre si sporge dal balcone dell’albergo è forse il simbolo di una simile ebbrezza: una pagina aperta dal vento, una foglia che il vento trasporta altrove.

Annunci

L’armata dei sonnambuli di Wu Ming

Standard

L'armata dei sonnambuliEcco la Storia! Dov’è la storia?

Questo l’atteggiamento con cui il lettore affronta una buona metà de L’armata dei sonnambuli, perlomeno fino a quando non scopre in che misura l’una e l’altra coincidano e al contempo, inevitabilmente, finiscano per divergere.

Pur optando per un inizio in medias res che almeno all’apparenza la esclude dal cono d’ombra della narrazione, è la Rivoluzione Francese ciò che l’ultima opera di Wu Ming mette in scena, adottando per il racconto una vera e propria struttura teatrale (divisione gerarchica per atti e scene) che se da una parte suggerisce nell’immediato il tema della finzione, sia pur storica, dall’altra è chiaro indice di un tentativo di rilettura degli accadimenti di quegli anni (e di questi?), come testimoniano i brevi estratti che introducono ogni scena e di cui forniscono la scaturigine e la chiave interpretativa.

Come a dire che nessuno si sogna di imputare la controrivoluzione ai magnetisti e tuttavia non si può non riconoscere nei sonnambuli il ritratto dei reazionari, ciechi davanti a un potere che, se pur li rende forti, li ha a sé sottomessi, in spregio ad ogni rispetto per l’individuo.

In questo senso, la gustosa miscela tra finzione e dati storici si fa ancor più sorprendente con la lettura degli “epiloghi” in cui si apprende non solo che tutti i personaggi fanno a capo a figure storiche di cui si riporta notizia, ma che persino gli elementi che appaiono più romanzeschi provengono in realtà da ricerche d’archivio e fonti d’epoca.

Rappresenta un ulteriore fulcro d’interesse il linguaggio impiegato, soprattutto quello che scaturisce dalla bocca del popolo, oggetto di critica in quanto troppo prossimo, almeno nel lessico, ai dialetti dell’area bolognese, patria del collettivo Wu Ming. Per chi non ne abbia cognizione, lo stratagemma funziona in ogni caso come efficace mezzo di mimetismo sociale, eppure vi sono sufficienti elementi per intravedere in questo nient’altro che un effetto secondario.

Va, infatti, considerata la scelta di italianizzare gran parte delle denominazioni, dai toponimi ai sostantivi comuni, fatta eccezione per i nomi propri di persona; quindi tutte le allocuzioni rivolte al lettore in quei capitoli in cui un’indistinta voce del popolo pare svolgere il ruolo del coro nella tragedia greca, riassumendo le vicende e commentandole dal suo punto di vista: una simile connotazione non può che spingere l’ipotesi interpretativa verso il campo di un raffronto implicito tra la Francia rivoluzionaria e l’Italia dei giorni nostri, quella in cui la casta cambia solo volto ma continua a preservare i propri privilegi, quella in cui la crisi economica, culturale e sociale conduce la gente comune all’esasperazione e il rischio del populismo e dei suoi araldi cannibali è sempre dietro l’angolo.

In definitiva, L’armata dei sonnambuli è un’operazione letteraria di prim’ordine. Terminata la lettura non si può che esclamare: Vive la Trance!

Il giorno che non arriverà mai abbastanza presto

Standard

Il momento è imminente, cresce l’attesa.

I mesi sono diventati settimane, le settimane giorni e ora di giorni ne mancano soltanto tre…

Sabato è il grande giorno, il giorno che non arriverà mai abbastanza presto:

THE DAY OF THE DOCTOR.

The Day

Doctor Who festeggia il suo cinquantenario con un episodio speciale che per l’occasione, udite udite, andrà in onda in contemporanea mondiale. Sì, mondiale: per una volta, grazie a RAI 4, potremo seguire in diretta (anche se già ridoppiata) una delle nostre serie tv preferite.

Cinquant’anni, vi rendete conto? Una narrazione così longeva da attraversare generazioni di appassionati (e undici rigenerazioni di dottori!), un universo dalla ricchezza immaginativa smisurata, aperto a numerosi richiami e a continue ricombinazioni, un’incredibile avventura nello spazio e nel tempo insieme a lui, un alieno quasi millenario, l’ultimo dei Signori del Tempo, “a mad man with a box”, “the oncoming storm”, “the good man”… The Doctor!

Steven Moffat gongola. Ma vi rendete conto? Da bambino fantasticava insieme al suo eroe preferito e ora non solo ne dirige e orchestra il racconto, ma ne arricchisce anche la mitologia. Che sogno!

Sono tanti i motivi che renderanno davvero speciale The Day of the Doctor. Saluteremo Matt Smith, l’undicesima incarnazione del Dottore, ma lo faremo alla grande, perché per la prima volta lo vedremo interagire con il suo predecessore, interpretato da David Tennant. E come se questa coppia di assi non bastasse, incontreremo altri vecchi volti dell’eroe e ne conosceremo il lato oscuro, l’identità finora rimossa che avrà i connotati di John Hurt… hype!

Non resta che attendere. Se siete in grado di controllare la vostra salivazione, di seguito trovate i due trailer rilasciati dalla BBC.

Infine, una piccola chicca, il mini episodio che funge da prequel allo speciale di sabato. Ha un protagonista inatteso quanto la rivelazione finale ed è zeppo di citazioni ed inside jokes, ma soprattutto rappresenta un raro caso di connessione diretta tra le avventure “classiche” del Dottore e il racconto ripreso nel 2005. Si intitola The Night of the Doctor.

Galeotto fu il personaggio

Standard
Orlando a cavallo del drago

Emanuele Luzzati, Dell’amore, dell’avventura. L’Orlando innamorato

…un gran re di corona
di stato e de ricchezza sì potente
e sì gagliardo de la sua persona,
che tutto il mondo stimava niente:
Gradasso nome avea quell amirante,
che ha cor di drago e membra di gigante.

Matteo Maria Boiardo, Orlando innamorato

A volte t’imbatti in un testo e scopri per caso che quella che tu hai sempre considerato una parola come le altre nasce in realtà come nome proprio: Gradasso, re saraceno cui Boiardo attribuisce una forza portentosa poi ridimensionata da Ariosto, è l’archetipo di ogni spaccone, padre di tutti gli sbruffoni.

Personaggi, personaggi letterari: galeotti sono spesso i personaggi letterari.

E tra questi, guarda un po’, c’è proprio Galeotto (in origine Galehaut), sodale del più noto Lancillotto, cui procurò il primo incontro con Ginevra. L’uso che noi oggi facciamo di questa parola, naturalmente, discende in linea diretta da quello che gli attribuì il padre della nostra lingua, paragonando la lettura condivisa da cui scaturì la passione tra Paolo e Francesca al ruolo che Galeotto svolse nel ciclo dei romanzi arturiani (che i due amanti stavano leggendo):

…la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.

Dante, Divina Commedia

Dobbiamo, invece, a un altro grande della letteratura un personaggio così memorabile da dare il nome ad un’intera categoria: grazie a Manzoni ogni domestica di parroco, magari dotata di senso pratico e un po’ ciarliera, è una Perpetua.

Certi personaggi divengono antonomasie o perché un autore ne fornisce una descrizione così vivida e netta da acquisire valore di paradigma, o perché, stratificandosi nella cultura a partire da narrazioni primigenie, divengono modelli di riferimento per il racconto della realtà.

Così, ad ogni guida saggia e fidata diamo il nome di Mentore, l’amico fedele cui Ulisse affidò la propria casa e che consigliò Telemaco nella lotta ai Proci al fianco del padre; e, ancora, chiamiamo come Adone gli uomini tanto atletici ed affascinanti da ricordarci colui per il quale Afrodite in persona perse la testa; e ogni vanesio prende il nome di Narciso, che si innamorò della propria immagine riflessa nell’acqua…

Una narrazione non è altro che una lettura del reale: quando è efficace, influisce su di esso e diviene bagaglio comune.

Dracula, o la letteratura

Standard
young jonathan rhys meyers

Jonathan Rhys Meyers

Da stasera, l’attore Jonhathan Rhys Meyers aggiunge il suo volto alla galleria di coloro che negli anni hanno impersonato il conte Vlad Tepes III, detto Dracula. La serie tv che da esso prende il nome, infatti, non è che l’ennesima riscrittura del celebre romanzo di Bram Stoker.

Cosa fa di un libro tutto sommato di genere un’opera capace di insediare in modo così saldo un personaggio nel comune immaginario? La risposta, a mio parere, si trova nel personaggio stesso e nel modo in cui (non) compare all’interno del racconto.

Basta inoltrarsi nella lettura seguendo una felice intuizione di Gérard Stein per accorgersi che Dracula è sempre raccontato da un punto di vista diverso dal suo e perlopiù tace, fino quasi a scomparire. È il suo silenzio a parlare per lui, un silenzio intorno al quale, di fatto, s’intesse il discorso degli altri personaggi e che costituisce il testo (frutto della composizione di cronache, note, diari e registrazioni), facendone essenzialmente un discorso su di lui e sulla sua assenza, che incombe e destabilizza.

Per questa sua particolarità, il personaggio di Dracula (che da un punto di vista narrativo Baricco ha definito un vero e proprio “buco nero”) assurge a paradigma perfetto della letteratura, rivelandola come un discorso, in definitiva, svolto attorno al nulla, dalla natura paradossale. Perché sia possibile, infatti, essa deve partire dall’assenza del suo oggetto: se ciò di cui parla è lì, presente, allora non c’è spazio per la letteratura; nella situazione contraria, però, essa si ritrova come oggetto qualcosa che nel suo mondo non esiste.

Al pari di Dracula, la biblioteca di Babele nasconde un mistero. Ne riparleremo.

Epigoni di Penelope

Standard

penna filografica

Per quel che ne so, è proprio il filo nero che esce da quella punta di scettro da poche lire la strada che m’ha portato fin qui…

Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati

Quando abbiamo incontrato Jekyll e Hyde per la prima volta, neanche a dirlo, litigavano: una lotta tragica e inestricabile la loro. L’odio e il rancore li separano e li accomunano, l’uno non può esistere senza l’altro, morto uno morto l’altro, perciò ciascuno di loro non fa che combattere contro se stesso. Ma, ecco il punto, ci siamo mai chiesti quale sia il nodo della loro disputa? Si contendono, pensa un po’, il primato della creazione di quel classico personaggio che è Robert Louis Stevenson.

C’è una parte dell’io che dà forma ai personaggi a cui sono i personaggi a dare forma.

Così, dopo secoli di dibattito sulla cosiddetta “questione omerica”, tutto ciò che sappiamo sull’aedo è ciò che emerge dall’intrecciarsi dei suoi racconti. Di quanto possiamo errare, allora, nel sostenere che sia Penelope l’immagine che più si addice ad Omero, ad ogni omero?

Potremmo allora dire che gli autori della biblioteca di Babele sono gli epigoni di Penelope, continuamente tesi nell’atto di tessere e ritessere storie per sfidare l’incomprensibilità del proprio vissuto e provare a comprenderlo nella maglie della sua stessa trama.

È l’umano talento narrativo che ci fa trovare un senso alle cose anche quando non sembrano averlo. Esso è talmente radicato in noi, ce ne nutriamo a tal punto, che giungiamo a tramutare le situazioni narrative classiche in paradigmi per l’esperienza.

Attraverso la letteratura in modo privilegiato (ma in generale con ogni narrazione), l’uomo cerca e ricrea la propria identità, poiché il è un prodotto del nostro raccontare o non una qualche essenza nascosta da scoprire scavando nei recessi della soggettività.

Una simile impresa, tuttavia, rimarrà incompiuta se portata avanti nel segreto. Ogni narratore, che gli piaccia o no, è sempre in attesa di qualcun altro, un lettore che completi la tessitura.

Proprio come Penelope.

Il senso di una fine

Standard

BrBa_watch

Dopo quel capolavoro di intensità che è stato Ozymandias, sembrava non ci fosse più niente da dire. A ben due episodi dal termine, Breaking Bad aveva già raggiunto l’apice della sua parabola e, ciononostante, l’attesa per quanto ancora rimaneva da raccontare era alle stelle. Ne volevamo ancora, ne volevamo di più.

Con Felina, invece, Vince Gilligan ci ha spiazzati. Aggirando ogni aspettativa di spettacolarizzazione, ha dato prova di grande sapienza narrativa e ci ha regalato un finale da manuale.

“Inevitabile”, come lui stesso l’ha definito in una recente intervista, la diretta conseguenza di un racconto che, accanto all’estrema cura dei dettagli (basti pensare all’insistito e mai scontato simbolismo cromatico), ha sempre posto a suo fondamento l’assoluta centralità dei personaggi, rappresentati per scale di grigi e posti in situazioni e contesti relazionali nei quali le loro azioni risultassero credibili e persino i comportamenti più efferati fossero riconducibili alla complessità dell’essere umano.

Come, altrimenti, avremmo potuto dare credito alla trasformazione di un mediocre professore di chimica in genio del crimine? In che modo avremmo potuto ritenere verosimile che suo cognato, agente della DEA, non riconoscesse il criminale che gli toglie il sonno nell’uomo con cui condivide allegre grigliate? Noi, al contrario, siamo sempre stati come Walt sospesi su quel filo sottile, tra Heisenberg e Mr. White, tra l’attaccamento alla famiglia e il terrore di essere scoperto dal suo congiunto. E alla fine, quando questa tragica agnizione c’è stata, abbiamo tremato.

Hank finds out about Walt

È stato l’inizio della fine. La narrazione, che fino ad allora aveva preferito un ritmo sincopato, con lunghe sequenze compassate e improvvisi crescendo di tensione, ha subito un’accelerazione priva di pause, da togliere il respiro. Fino a sbattere negli eventi di Ozymandias.

Tutto è andato in frantumi. Non riconoscerlo, spingere Heisenberg in una vendetta magniloquente in cui tutto veniva rimesso in discussione, è stato un errore che Gilligan non ha commesso. Granite StateFelina hanno avuto il compito di porre lo spettatore davanti alle conseguenze di quanto era avvenuto sullo schermo, conseguenze del tutto irreparabili.

Il finale è stato il lungo addio di Walter White agli amori e alle passioni di una vita. C’è stato, certo, anche lo spazio per la vendetta (non priva di un tocco kitsch, à la Tarantino), ma senza sconvolgenti colpi di scena al solo scopo di gonfiare il tasso di spettacolarità del racconto. Quell’elemento, come gli altri, era volto a dare compimento a quanto fino ad allora narrato, rimettere a posto ogni pezzo, seppur non in maniera conciliante.

Per questo, Felina ha rappresentato per noi tutti una lezione intelligente su come concludere una storia in modo coerente con le sue premesse, trovando ad ogni tassello la sua giusta collocazione.

Come ogni buon racconto, anche Breaking bad ha confermato che quando una storia e i suoi personaggi prendono vita, prima o poi te la restituiscono.

A tutti i narratori che l’hanno plasmato e a chiunque l’abbia seguito e amato, è dedicato questo tributo dalla rete: