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La passione

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Electric kiss by ahermin_1

(ahermin, Electric kiss)

Persino la fiamma effimera
del fiammifero
esige dita salde e il trauma dello sfregare:
neanche l’accende
chi teme di potersi bruciare.

Chi con polveri umide e viscere calde
una scintilla continua a postulare
sa che un fuoco che arde
è un miracolo che bisogna andarsi a cercare.

(2015)

Si alza il vento

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Si alza il ventoÈ una gioia per gli occhi l’ultimo capolavoro di Hayao Miyazaki, il prodotto di un intreccio sottile, contraddistinto dalla cura per il dettaglio ad ogni livello della rappresentazione.

Tratto da un omonimo manga dello stesso maestro giapponese, il lungometraggio si intesse in realtà di una serie di ulteriori riferimenti, dei quali il verso del poemetto Il cimitero marino di Paul Valéry a cui deve il titolo è solo il più evidente. Esso infatti richiama una terza opera, dal medesimo titolo: si tratta del romanzo breve di Tatsuo Hori, che Miyazaki traspone in maniera quasi integrale nella seconda parte del film, allo scopo di arricchire il mondo interiore del protagonista. Figura che, a sua volta, ricalca quella dell’ingegnere aeronautico Jiro Horikoshi, noto per aver ideato i micidiali caccia “Zero”, in seguito impiegati per compiere attacchi suicidi e i cui piloti vennero chiamati “kamikaze”, ossia “vento divino”.

Per di più, il personaggio di Castorp, il tedesco critico nei confronti dei nazisti e della politica militarista giapponese, che Jiro incontra nella stessa località di villeggiatura nella quale ritrova la futura moglie Nahoko, riecheggia quell’Hans Castorp, anch’egli ingegnere, protagonista de La montagna incantata di Thomas Mann. Quest’ultimo romanzo, ambientato nel periodo immediatamente precedente al primo conflitto mondiale e quindi in parte degli anni coperti dalla narrazione di Miyazaki, si svolge quasi del tutto all’interno di un sanatorio per malati di tubercolosi, medesima malattia che affligge Nahoko. Le vicende che la riguardano, come detto, sono ispirate al romanzo Si alza il vento di Tatsuo Hori, nel quale l’autore racconta il rapporto con la moglie Setsuko, affetta dalla tubercolosi: ebbene, il nome scelto per la compagna di Jiro è ancora un’eco, stavolta un omaggio ad un’altra opera di Hori, intitolata appunto Nahoko.

In ben tre scene, inoltre, è possibile scorgere la riproduzione di una calligrafia del poeta e monaco zen Ryokan Taigu, che recita:

Sopra il cielo il grande vento.

Un richiamo così esplicito che ha suggerito a chi meglio conosce la poesia nipponica come anche il finale, con un prato immenso battuto dal vento e sul quale giacciono i rottami degli aerei distrutti dalla guerra, possa essere una reminiscenza, non poi così inconscia, degli ultimi versi composti da Ryokan:

Come rugiada
sui fili d’erba
di Misashino
così scompare
la nostra vita
.

Si alza il vento2Questo conduce al livello più intimo di quest’intreccio, dal momento che Si alza il vento è l’ultima grande storia di Miyazaki e ne costituisce perciò il lascito artistico, o quantomeno l’occasione per un bilancio del suo “decennio”, così come nel finale viene richiesto a Jiro dal suo nume ideale, l’ingegnere italiano Caproni (un altro rimando, ça va sans dire).

Al pari del suo personaggio, anche il regista da bambino ha sognato invano di pilotare aeroplani, salvo poi essere indirizzato dalla miopia sulla strada del disegno, proprio come Jiro. L’identificazione tra i due, tuttavia, non esaurisce di certo l’indubbia componente autobiografica del film, situata con più precisione al livello tematico.  Le immagini che scorrono sullo schermo parlano, infatti, allo spettatore di sogni e passione, bellezza e contraddizioni.

E del fatto che tutto ciò incappi nel groviglio della guerra. In proposito, Miyakazi esprime sentimenti controversi, da un lato avvertendo come inaccettabile l’aggressività del suo paese durante la Seconda Guerra Mondiale (e il modo in cui ha rappresentato l’esercito nel film gli è costato più di qualche critica e censura in Giappone, dove è pure considerato un monumento vivente), dall’altro non nascondendo una sorta di inevitabile fascino per i meccanismi militari e persino di fierezza per quell’espressione del genio nipponico che gli “Zero” rappresentavano.

D’altro canto, la prima immagine della guerra è per lui (nato nel 1941) la meraviglia indimenticabile di un cielo notturno spalancato dai bombardamenti. Troppo piccolo allora per capire il pericolo da cui fuggiva con la propria famiglia; eppure, questo non gli evita, da adolescente, di provare un moto di repulsione verso la guerra e di vergogna nei confronti del padre ingegnere, il quale produceva nella sua fabbrica nientemeno che le estremità delle ali degli “Zero”.

Si alza il vento è dunque anche il racconto di una riconciliazione (non solo) familiare, del rifiuto di ogni utopica purezza, della lotta tra aspirazioni e frustrazione, tra il desiderio di volare e la paura di essere bloccati. “È poi questo il nocciolo del film – ha dichiarato il maestro giapponese in un’intervista a la Repubblica – che le autorità, più miopi di me, non hanno colto: un creativo deve impedirsi di realizzare il suo sogno a causa delle circostanze o vivere la sua passione, senza preoccuparsi delle conseguenze, magari devastatrici?”.

Si alza il vento3“Raccontare favole non significa rinunciare a prendere posizione” e perciò Miyazaki nel suo film sembra indicare anche una risposta, coraggiosa perché non definitiva, lontana da ogni certezza ideologica. In esso, il vento dei sogni non soffia nelle lande dell’egotismo o in paradisi artificiali avulsi dalla realtà. Sia pure più leggero della Storia, la sorvola senza ignorarla, anzi la sferza e non si risparmia nel breve periodo del suo passaggio. Così suggerisce l’intervento delle sequenze oniriche sul piano diegetico, privo di particolari stacchi, anzi intersecando il fluire del tempo e degli avvenimenti. E altrettanto si può dire del rigore della ricostruzione storica, della precisione con cui vengono rievocati luoghi, eventi, usi e costumi dell’epoca.

Attraverso il lirismo di un racconto dal ritmo lieve, Hayao Miyazaki con il suo Studio Ghibli ci regala una storia sulla caducità di ogni cosa, sulla transitorietà della vita e della bellezza e su come, nonostante tutto, valga comunque la pena esserci, anche per un brevissimo momento, cavalcare le raffiche piuttosto che lasciarsi travolgere. La Nahoko che ci appare pericolosamente in bilico sul treno in corsa o mentre si sporge dal balcone dell’albergo è forse il simbolo di una simile ebbrezza: una pagina aperta dal vento, una foglia che il vento trasporta altrove.

Life is sweet

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Di parole si può vivere? Ce l’eravamo chiesti in un post di qualche tempo fa, citando una canzone di Max Gazzè per raccontare la bella storia della fondazione Parole di Lulù e del viaggio in Sudan che Niccolò, Max e Daniele avevano intrapreso per recapitare il contributo raccolto insieme a “Medici con l’Africa CUAMM”.

Parole che fanno bene avevamo all’epoca commentato, citando l’omonima canzone di Fabi. Un bene che sembrava aver toccato per primi i benefattori, almeno a giudicare da questo tweet condiviso da tutti e tre:

Ma chi poteva immaginare, parafrasando stavolta Daniele Silvestri, che intanto le loro dita tessevano parole? In quel viaggio a quanto pare magico, i tre hanno composto una canzone da cui traspare in modo contagioso tutta la loro passione per la vita e per la musica. Una creazione originale anzitutto da un punto di vista artistico, una mescola esplosiva in cui – come qualcuno ha già giustamente osservato – rimane comunque ben riconoscibile l’impronta caratteristica di ciascuno degli autori. L’intelligente ironia di Daniele Silvestri, il lirismo concettuale di Max Gazzè e il minimalismo esistenzialista di Fabi producono un’opera ad ogni ascolto sempre più convincente, che si giova di una musicalità nient’affatto banale e di un ritmo che pure non piega le esigenze del testo. Tutto, dalla costruzione d’ensemble alla scelta di una lingua a suo modo universale come l’inglese per il titolo, testimonia quanto sia dolce la vita, anche nelle condizioni più avverse, a patto che si tratti di un viaggio davvero condiviso.

Perché l’ultimo che passa vale come il primo…

Disteso sul fianco
passo il tempo, passo il tempo
fra intervalli di vento e terra rossa.
Cambiando cambiando prospettive,
cerco di capire il verso giusto,
il giusto slancio per ripartire.

Questa partenza è la mia fortuna,
un orizzonte che si avvicina…
Sotto il mio camion c’è la mia cucina
e intanto aspetto aspetto aspetto
che il fango liberi le mie ruote,
che la pianura calmi la paura,
che il giorno liberi la nostra notte…
tutti insieme, tutti insieme!

Ma tutti insieme siamo tanti, siamo distanti,
siamo fragili macchine che non osano andare più avanti;
siamo vicini ma completamente fermi,
siamo i famosi istanti divenuti eterni.
E continuare
per questi pochi chilometri
sempre pieni di ostacoli e baratri
da oltrepassare,
sapendo già che fra un attimo ci dovremo di nuovo fermare…

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno,
con le scarpe nelle mani, in fila uno ad uno.
Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno,
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!

Un ponte lascia passare le persone,
un ponte collega i modi di pensare
un ponte chiedo solamente,
un ponte per andare andare andare…

E non bastava già questa miseria,
alzarsi e non avere prospettiva;
e le punture quando viene sera
e la paura, la paura…

La paura che ci arresta, che ci tempesta,
non insetti che volano ma proiettili sopra la testa.
È una puntura ma direi che è un po’ diversa…
La cura c’è, ma l’aria non è più la stessa

E continuare
non è soltanto una scelta,
ma è la sola rivolta possibile.
Senza dimenticare
che dopo pochi chilometri ci dovremo di nuovo fermare.

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno,
con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno.
Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!

A prescindere dal tempo, che è un concetto qui inutilizzabile,
mi basterebbe avere un posto giusto da raggiungere…

Da qui passeranno tutti fino a quando c’è qualcuno,
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!
(don’t you think that life is just so sweet?)
Life is sweet!

La schiuma dei giorni

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La schiuma dei giorniCi sono molte ragioni per definire La schiuma dei giorni un romanzo visionario, la più evidente delle quali risiede nello strato dell’invenzione linguistica, quel caleidoscopio di neologismi e calembour sulle prime disorientante, ma che pian piano delinea un mondo al contempo solido eppure immaginifico, sempre pronto a sorprendere il lettore, che si parli di docili nuvole parlanti o della terribile suggestione di una ninfea.

Non si tratta di una realtà del tutto aliena rispetto alla nostra, anzi, tra esistenzialisti parafrasati e dischi jazz, più si va avanti nella lettura e più si intensifica il sospetto che mettendoci a parte del suo punto di vista eccentrico sulle cose Vian ci immerga in una prospettiva complessa, una visione del mondo (del suo, del nostro) per certi versi persino distopica.

Non mancano, infatti, situazioni che ad un occhio più lucido appaiono come disumanizzanti, sebbene, soprattutto nella prima metà del libro, trattate con una tale leggerezza da sembrare poco più che un elemento di contorno, una nota di colore. Non è lo stesso inganno della nostra società, in cui fiumi di sangue scorrono a margine degli spettacoli, nella parte bassa del televisore? Così accade nel romanzo, fino a quando la perdita e il non senso fanno tremare i cardini delle tue porte e allora finiscono, all’eccesso opposto, per condizionare tutto il resto.

Nel mondo di Vian, l’uomo è come il coniglio del farmacista, carne necessaria e non indispensabile per tenere in moto gli ingranaggi del sistema: un ricambio organico, sostituibile senza traumi, almeno finché non tocca a nessuno che in qualche modo ci stia a cuore. Forse per questo, quando la notizia peggiore raggiunge il protagonista Colin, la più immediata catastrofe a cui deve far fronte è la necessità di lavorare, lui che fino a quel momento gode del privilegio di essere libero dalla schiavitù del denaro, avendo a disposizione una discreta quantità di dobloncioni per soddisfare i propri desideri.

Già prima della disgrazia, il tema del lavoro trova il suo spazio tra le pagine. Sulla via del loro viaggio di nozze Colin e Chloé si trovano ad osservare alcuni minatori all’opera, commiserando la loro condizione; questi, però, coi loro sguardi sembrano biasimarli.

«Perché ci disprezzano tanto?» domandò Chloé. «Non mi sembra che lavorare sia poi così bello…»
«A loro hanno raccontato così» disse Colin. «In generale si dice che lavorare sia la cosa migliore. Di fatto però non lo pensa nessuno. Si fa così un po’ per abitudine, e un po’ proprio per non pensarci troppo.»
«In ogni caso è stupido fare un lavoro che potrebbe essere fatto solo dalle macchine.»
«No» disse Colin. «Se la gente avesse il tempo di costruire delle macchine, poi non avrebbe più bisogno di far niente. Quello che voglio dire, insomma, è che si lavora per vivere invece di lavorare per costruire delle macchine che permetterebbero di vivere senza lavorare.»
«Ma non credi che preferirebbero starsene a casa e abbracciare le loro mogli e andare in piscina e a divertirsi?»
«Tutto dipende dal fatto che gli hanno detto: “Il lavoro è sacro, è bello, è buono, è la cosa più importante, e solo chi lavora ha tutti i diritti”. Però poi si fa il possibile per farli lavorare continuamente, così che loro non hanno il tempo di far valere i propri diritti.»

Tutto porterebbe allora a considerare l’intera dimensione lavorativa come un giogo per l’uomo: i guai lavorativi di Chick e  il suo tragico modo di impiegare il denaro in relazione ai suoi desideri, l’incursione in ambito sanitario con il dottor Manducamanica, persino la “professione” religiosa e infine ogni singolo colloquio nonché incarico rivestito da Colin, in una scalda discendente che lo svuota di beni, tempi, energie, umanità.

C’è un’unica eccezione ed è rappresentata dal cuoco istrione Nicolas, il quale svolge le sue mansioni con una passione invidiabile. Fateci caso, lui è sempre felice, sebbene, in fondo, per tutto il tempo in cui è sotto i nostri non stia facendo altro che il proprio lavoro. Solo l’infelicità di Chloé lo grava di una stanchezza che non gli appartiene, come del resto avviene con la casa in cui vivono, sempre più scura, imbruttita, invivibile, man mano che una ninfea si trascina via il meglio.

Si può a ragione sostenere che La schiuma dei giorni sia soprattutto una storia d’amore, per quanto non manchino, come si è visto, gli indizi di una critica sociale piuttosto chiara. Tuttavia, c’è un nodo che unisce entrambi questi temi portanti e che per Vian sintetizza il meglio della vita, altrimenti comunque priva di luce, musica, pienezza: la passione è la schiuma dei nostri giorni.

(Five Spot) After Dark

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Kazu Tabu, Five Spot After Dark

Kazu Tabu, Five Spot After Dark

Stanotte le lancette hanno compiuto un giro all’indietro e il tramonto viene a sorprenderci ancora presi dai pensieri e dalle occupazioni del giorno. Guardo dalla mia finestra il buio invadere i domini del pomeriggio, le strade brulicare di fari notturni e le ombre danzare intorno alle lampade di caseggiati all’irresistibile jazz di una tromba…

…e penso che il mood di queste note mi è stato trasmesso da parole impresse su un foglio di carta. Chiunque abbia detto che “scrivere di musica è come ballare di architettura” ha detto davvero un’emerita sciocchezza.

Con buona pace dei puristi, è stato grazie a Murakami Haruki che in molti abbiamo scoperto e apprezzato questo brano. Lo canticchia uno dei personaggi di After Dark, romanzo che da esso prende anche il nome.

Leggerlo equivale a vagabondare per la Tokyo che appare dopo il tramonto, città alienante e alienata, attraversate da persone diverse fra loro, ma tutte sole. Seguiamo alcune di esse per il tempo di una notte, i capitoli segnati da una precisa indicazione cronologica, ma sarebbe sbagliato affermare che le loro vicende stiano racchiuse in quell’arco di tempo. Non ne percepiamo che un frammento, senza sapere cosa sia accaduto prima, solo immaginando cosa l’alba porterà in dote.

Per quello stilema così tipico del postmodernismo, le loro sono storie che rimangono irrisolte, non approdano a nulla di compiuto. Anzi, nel cuore dell’oscurità, assumono talvolta prospettive stranianti, del tutto incomprensibili, tanto che alla fine è arduo stabilire quale sia il volto della realtà e cosa invece appartenga al mondo delle suggestioni.

Le atmosfere visionarie sono da sempre la cifra stilistica di Murakami, così come la passione per la musica. Uscirà, peraltro, fra pochi giorni la sua ultima fatica letteraria, dal titolo Ritratti in jazz, ovvero un “atlante sentimentale” dei suoi musicisti preferiti. Dimostrazione che si può scrivere di qualunque cosa. La passione, quando è vera, trasuda dalla carta e contagia.

Oh, come contagia…