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La parola che tiene unite tutte le cose

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Antoni Gaudì, Parc Guell

Antoni Gaudì, Parc Guell

La signora scostò la tendina nera dal finestrino della carrozza e chiese:
«Non puoi andare più veloce? Lo sai che ci tengo ad arrivare in tempo alla festa!»
Da cassetta il cocchiere con una gamba sola si sporse verso di lei e rispose:
«Siamo incappati in un convoglio, Madame. Non so neppure io come. Mi ero forse un po’ appisolato, quando a un tratto è apparsa tutta questa gente a chiuderci la strada».
La signora si affacciò al finestrino. Effettivamente la strada maestra era occupata da un lungo corteo. C’erano vecchi e bambini, uomini e donne, tutti con fantastici, variopinti costumi da giocoliere, stranissimi cappelli in testa e grossi pacchi sulle spalle. Alcuni cavalcavano muli, altri grossi cani o struzzi. In mezzo a loro passavano con gran fracasso anche barocci stracarichi di ceste e valigie oppure carri coperti in cui in cui sedevano intere famiglie.
«Chi siete?» domandò la signora a un giovane in costume da Arlecchino che camminava di lato alla carrozza. Teneva in spalla un bastone, l’altra estremità del quale era portata da una ragazza con gli occhi mandorla in un costume cinese. Ogni sorta di suppellettili erano appese al bastone e una scimmietta infreddolita vi stava seduta sopra.
«Siete gente del circo?»
«Noi non sappiamo chi siamo», rispose il giovane. «Ma non siamo un circo».
«Da dove venite?» volle sapere la signora.
«Dalle montagne del cielo» rispose il giovane. «Ma ne è passato di tempo».
«E che facevate là?»
«Io non ero ancora al mondo. Sono nato per strada.»
Un vecchio con un grosso liuto – o era una tiorba? – s’intromise nel discorso.
«Rappresentavamo lo Spettacolo Ininterrotto, bella signora. Il ragazzo non può saperlo. Era uno spettacolo per il sole, la luna e le stelle. Ognuno di noi stava sulla cime di una montagna e ci gridavamo le parole. Lo spettacolo non aveva mai sosta perché manteneva unito il mondo. Ma ora anche fra noi i più l’hanno dimenticato. È passato troppo tempo.»
«Perché avete smesso di rappresentarlo?»
«È accaduta una grave disgrazia, bella signora. Un giorno ci accorgemmo che mancava una parola. Nessuno ce l’aveva rubata e neppure l’avevamo dimenticata. Semplicemente non c’era più. Ma senza quella parola non potevamo continuare a fare lo spettacolo perché niente più aveva senso. Era la parola che tiene unite tutte le cose fra loro. Comprende, bella signora? Da allora siamo in cammino per ritrovarla.»
«Che tiene unite tutte le cose tra loro?» chiese la signora stupita.
«Sì,» fece il vecchio, assentendo con aria grave. «Anche lei avrà certamente notato che il mondo consiste di frammenti che non hanno più niente a che fare l’uno con l’altro. È così da quando abbiamo perduto quella parola. E la cosa peggiore è che i frammenti si disgregano sempre più, e sempre meno resta di ciò che è ancora unito. Se non riusciremo a trovare la parola che di nuovo unisca tutte le cose fra loro, un giorno il mondo si polverizzerà completamente. Per questo ci siamo messi in cammino alla sua ricerca.»
«Credete davvero di riuscire a trovarla, un giorno?»
Il vecchio non rispose, ma affrettò il passo e superò la carrozza.
La ragazza dagli occhi a mandorla, che camminava ora di fronte al finestrino della signora, spiegò timida:
«Col nostro lungo cammino scriviamo la parola sulla superficie della terra. Per questo non ci fermiamo mai.»
«Ah,» esclamò la donna. «Allora sapete sempre dove andare?»
«No, ci lasciamo guidare.»
«Da chi o da che cosa?»
«Dalla parola,» rispose la ragazza sorridendo come se volesse chiedere scusa.

Michael Ende, Lo specchio nello specchio

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Mi scivola il mondo dalla bocca

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Alicia Martina, Biografies (Madrid)_1

Alicia Martina, Biografies (installazione artistica, Madrid)

Mi scivola il mondo dalla bocca
quando cerco con parole di afferrarlo.
Lo cingo col fiato di ogni storia interrotta,
eppure mi ritrovo sempre ad inseguirlo.

Una chiave che si spezza nella toppa
ogni nome con cui tento di sedurlo,
una lama che non penetra la stoffa
di un tessuto in apparenza senza orlo.

Il mondo mi scivola dalla bocca
se provo a ghermirlo con le parole:
in ogni direzione quello se ne scappa
e queste proseguono sempre da sole.

(2015)

Ci stanno rubando le parole!

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Taylor Swift - dollaroLa cantante statunitense Taylor Swift brevetta le parole del suo ultimo album 1989: non azzardatevi dunque ad impiegare per fini commerciali acutissimi prodotti d’ingegno quali Could Show You Incredible Things o Cause We Never Go Out of Style e neppure versi come Nice To Meet You. Where You Been? che denotano chiaramente un’approfondita ricerca stilistica. Non potete usarli, sono suoi, li ha inventati lei. O almeno così sostiene, a quanto pare con l’avallo della legge americana.

Ma si possono brevettare le parole? Badate, si parla di piccole frasi, non di un marchio ben preciso o dell’intero testo delle canzoni: in che modo l’autrice può sostenere di aver inventato l’espressione un po’ sempliciotta “Piacere di conoscerti. Dove sei stato?” e per di più vantarne il possesso esclusivo?

Una simile presa di posizione, per il momento, è grave soprattutto sul piano del principio, ma stabilisce un pericoloso precedente. Mentre c’è chi si batte per difendere l’acqua come bene pubblico o garantire a chiunque un reddito di cittadinanza, ci tocca avere a che fare con questa signorina che con le sue azioni di fatto afferma che le parole, lungi dal rappresentare un patrimonio inalienabile dell’essere umano, sono piuttosto dei prodotti commerciali e in quanto tali spetta a chi li immette sul mercato determinarne il prezzo (senza riguardo per il valore) e proteggere il relativo guadagno.

Saranno in molti a dolersi di non poter griffare una maglietta o un qualunque accessorio con le chicche di T.S.? Facciano attenzione: anche le sue iniziali sono protette legalmente, come se non potessero riferirsi ad altri…

“Quando io uso una parola” disse Humpty Dumpty con un certo sdegno, “significa ciò che io voglio che significhi – né più, né meno”.
“Il problema è” disse Alice “se lei può dare alle parole significati così diversi”.
“Il problema è” ribatté Humpty Dumpty “chi è il padrone della lingua – tutto qui”.

Lewis Carrol, Attraverso le specchio e quel che Alice vi trovò

Sei parole e una scommessa

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Graziano Spinosi, Mark Rothko shoes_small

Graziano Spinosi, Mark Rothko shoes (1998)

La leggenda situa in un’epoca in cui i cinguettii di Twitter erano ancora di là da venire la sfida che sotto forma di scommessa sarebbe stata proposta ad Ernest Hemingway: scrivere un romanzo in sei parole. Non ci è dato sapere quale fosse la posta in palio, né se lo scrittore americano sia stato sul serio protagonista di un simile aneddoto – certe storie più circolano e più perdono dettagli per strada. Tuttavia, a prescindere da chi le abbia composte e per quale occasione, queste famose sei parole rimangono un capolavoro ineguagliato:

For sale. Baby shoes. Never worn.
(Vendesi. Scarpette da neonato. Mai indossate.)

Quello che all’inizio appare come un banale annuncio finisce per colpire il lettore allo stomaco con un finale inatteso e per certi versi crudele. Eppure è tutta lì la forza di questo “romanzo”, condensata in quel contrasto che d’improvviso spalanca scenari per l’immaginazione senza che sia più necessario aggiungere una sola parola.

Raccontando per filo e per segno la tragedia che qui lascia solo intendere, l’autore non avrebbe di certo ottenuto la stessa intensità, dal momento che non è tanto la concisione il tratto saliente di quest’opera in miniatura, quanto l’allusione, ovvero il suggerimento di una situazione che ciascuno è chiamato a interpretare a modo suo.

Ogni narratore che si rispetti, d’altro canto, per far breccia nell’immaginario di chi legge, ha il compito di evocare ciò di cui parla, mostrarlo piuttosto che nominarlo o, peggio ancora, spiegarlo. In questo senso, perciò, qualunque racconto, così come questo “romanzo”, rappresenta una scommessa: sull’eloquenza del non detto, sulle possibilità e sui modi con cui il lettore occuperà il suo spazio tra le righe.

Life is sweet

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Di parole si può vivere? Ce l’eravamo chiesti in un post di qualche tempo fa, citando una canzone di Max Gazzè per raccontare la bella storia della fondazione Parole di Lulù e del viaggio in Sudan che Niccolò, Max e Daniele avevano intrapreso per recapitare il contributo raccolto insieme a “Medici con l’Africa CUAMM”.

Parole che fanno bene avevamo all’epoca commentato, citando l’omonima canzone di Fabi. Un bene che sembrava aver toccato per primi i benefattori, almeno a giudicare da questo tweet condiviso da tutti e tre:

Ma chi poteva immaginare, parafrasando stavolta Daniele Silvestri, che intanto le loro dita tessevano parole? In quel viaggio a quanto pare magico, i tre hanno composto una canzone da cui traspare in modo contagioso tutta la loro passione per la vita e per la musica. Una creazione originale anzitutto da un punto di vista artistico, una mescola esplosiva in cui – come qualcuno ha già giustamente osservato – rimane comunque ben riconoscibile l’impronta caratteristica di ciascuno degli autori. L’intelligente ironia di Daniele Silvestri, il lirismo concettuale di Max Gazzè e il minimalismo esistenzialista di Fabi producono un’opera ad ogni ascolto sempre più convincente, che si giova di una musicalità nient’affatto banale e di un ritmo che pure non piega le esigenze del testo. Tutto, dalla costruzione d’ensemble alla scelta di una lingua a suo modo universale come l’inglese per il titolo, testimonia quanto sia dolce la vita, anche nelle condizioni più avverse, a patto che si tratti di un viaggio davvero condiviso.

Perché l’ultimo che passa vale come il primo…

Disteso sul fianco
passo il tempo, passo il tempo
fra intervalli di vento e terra rossa.
Cambiando cambiando prospettive,
cerco di capire il verso giusto,
il giusto slancio per ripartire.

Questa partenza è la mia fortuna,
un orizzonte che si avvicina…
Sotto il mio camion c’è la mia cucina
e intanto aspetto aspetto aspetto
che il fango liberi le mie ruote,
che la pianura calmi la paura,
che il giorno liberi la nostra notte…
tutti insieme, tutti insieme!

Ma tutti insieme siamo tanti, siamo distanti,
siamo fragili macchine che non osano andare più avanti;
siamo vicini ma completamente fermi,
siamo i famosi istanti divenuti eterni.
E continuare
per questi pochi chilometri
sempre pieni di ostacoli e baratri
da oltrepassare,
sapendo già che fra un attimo ci dovremo di nuovo fermare…

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno,
con le scarpe nelle mani, in fila uno ad uno.
Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno,
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!

Un ponte lascia passare le persone,
un ponte collega i modi di pensare
un ponte chiedo solamente,
un ponte per andare andare andare…

E non bastava già questa miseria,
alzarsi e non avere prospettiva;
e le punture quando viene sera
e la paura, la paura…

La paura che ci arresta, che ci tempesta,
non insetti che volano ma proiettili sopra la testa.
È una puntura ma direi che è un po’ diversa…
La cura c’è, ma l’aria non è più la stessa

E continuare
non è soltanto una scelta,
ma è la sola rivolta possibile.
Senza dimenticare
che dopo pochi chilometri ci dovremo di nuovo fermare.

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno,
con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno.
Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!

A prescindere dal tempo, che è un concetto qui inutilizzabile,
mi basterebbe avere un posto giusto da raggiungere…

Da qui passeranno tutti fino a quando c’è qualcuno,
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!
(don’t you think that life is just so sweet?)
Life is sweet!

Un sentiero dorato

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doorstep_mosaic_by_veilside000

veilside000, Doorstep mosaic

Ogni storia nasce da un equilibrio che va in frantumi. Può trattarsi di una lieve variazione d’asse, a cui solo in seguito si riconduce l’inesorabile catena di eventi che da essa è stata innescata, oppure di un singolo, devastante avvenimento le cui conseguenze si riverberano a lungo raggio: in ogni caso, a un certo punto ci si ritrova con le mani piene di cocci che non sappiamo come sistemare, con l’unica certezza che ciò stringevamo non esiste più.

Non ci lasciano mai inalterati le storie, ci spezzano. A quel punto, l’unica via per ricomporre noi stessi è ricomporre loro, rintracciarne i frammenti per scoprire come ricombinarli per dare forma alla nostra verità. Questo processo in Giappone è chiamato kintsukuroi, ovvero “riparare con l’oro”.

D’oro e di resina sono infatti lì riempite le crepe degli oggetti di ceramica andati in pezzi, a significare che lesioni e imperfezioni accrescono il valore e la bellezza di chi le subisce, perché parlano della sua storia. Così è per noi l’arte del racconto, un sentiero che serpeggia attorno ai nostri vuoti e alle nostre ferite, rivelandosi infine un percorso in grado di far brillare il senso che da essi promana.