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I fenomeni del “quarantismo”

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CGS_40Ascolti e riascolti Quaranta e sai che “la taranta è viva e non è morta”. La disoccupazione giovanile, il degrado della società, le problematiche ambientali: il male di vivere cambia nomi e forme, ma rimane un tormento comune, tanto più per l’uomo di oggi, che pare aver dimenticato i rimedi efficaci di un tempo. A ricordarti la terapia perfetta sono i componenti del Canzoniere Grecanico Salentino, veri e propri fenomeni del “quarantismo”.

Lungi da ogni operazione di tipo nostalgico o museale, per celebrare il proprio quarantennale il gruppo salentino capeggiato da Mauro Durante attinge al fondo più autentico della cultura popolare riscoprendo un linguaggio in grado di comprendere ed esorcizzare la realtà. Nessuno sterile attaccamento al benché minimo purismo formale, nessuna concessione ai ritmi ormai così in voga quando si parla di “pizzica”: semplicemente Quaranta racconta la riscoperta della felicità.

Si comincia con Tienime tata, brano che sin da subito mette in luce da una parte la tematica dell’intreccio generazionale, vena sotterranea che percorre l’intero disco, dall’altra l’inquietudine giovanile, non del tutto estranea al tema delle radici, di chi è appunto teso in modo tragico tra il calore della terra natia e l’aspirazione a cieli più tersi, dove i propri sogni possono forse trovare uno spazio.

Tata lu ientu e poi
li tramonti lenti
pena ca nu more mai
terra d’emigranti…

Su questa visione crepuscolare, che pare delineare il quadro di una società in cui la crisi (soprattutto quella dei valori) intacca ogni possibilità di gioia piena, irrompe subito la vera protagonista di quest’album, ovvero la danza. Con il canto tradizionale in griko Rirollalla, il CGS evoca quel ritmo antico e irrefrenabile che sa trasmettere il gusto della buona compagnia e l’aspirazione ad una letizia che non ignora le difficoltà, eppure non si lascia mai da esse determinare. Lo stesso ritmo che ha già infiammato i palcoscenici di mezzo mondo, che ad ogni latitudine smuove i piedi di chiunque, senza eccezioni. Nelle parole di Mauro Durante:

La danza in particolare, oltre che la musica, per definizione annulla le distanze. Quando ci si trova a ballare con qualcuno non c’è più una barriera, non c’è differenza di classe, non c’è differenza di sesso, non c’è differenza di religione, non c’è alcuna differenza: si è allo stesso livello, si è a contatto con la terra, ci si guarda negli occhi, ci si può toccare. E questo è un simbolo di quello che deve essere la riscoperta di una condivisione vera, fatta di contatto.

Non a caso, di condivisione e di contatto parla la traccia che risuona in questi giorni di più triste attualità. Solo andata è frutto dell’incontro tra Daniele Durante, uno dei fondatori del gruppo, ed Erri De Luca, che ha definito le canzoni di Quaranta “lettere spedite da un condominio in fiamme”. Musicare i versi del poeta, toccanti ma non troppo orecchiabili, deve essere stato arduo, per questo colpisce ancor di più il risultato finale, un accompagnamento in tutto e per tutto degno della bellezza delle parole di De Luca e delle immagini che esse evocano. Particolarmente emozionante la sezione strumentale in coda al brano: il video con la regia di Alessandro Gassman ha gioco facile nell’esplicitare le sensazioni di una canzone già di per sé molto suggestiva.

Il tono si fa più mordace con I love Italia, sorta di tarantella le cui strofe, una più acuta dell’altra, sono scritte in inglese dal cantautore Piers Faccini. Il brano, tanto più nel contrasto fra il testo e l’arrangiamento scanzonato, evidenzia tutte le contraddizioni del Bel Paese, quello che il ritornello richiama con ironia facendo appello ad immagini ingenue e stereotipate.

Mona Lisa’s smiling
but we don’t get the joke…

È a questo punto che salgono in cattedra Maria Mazzotta Massimiliano Morabito, l’una voce solista e l’altro organettista in una Ninna nanna che strega e che intriga. Così dolente, così accorata, da suggerire l’immagine di una madre che veglia il figlio fino all’ultimo dei sonni.

e ninnë ninnë e quantë të vogghjë benë
së benë nun të vulèssë ijë nun të cantàssë…

Una parentesi di quiete, un altro accenno alla solidarietà tra le generazioni, ed è subito tempo di immergersi in Taranta, titolo tanto impegnativo quanto importante a livello musicale è il suo nume Ludovico Einaudi. Pezzo moderno e ispirato, non a caso vicino al cuore del disco, dal momento che ne riassume appieno il concept, ovvero l’amore e la socialità (simbolizzati dalla danza) come unico possibile esorcismo al male.

e osce ca li tempi hannu cangiati
ci è ca po sentire lu miu dulore
e ci me porta l’acqua pe sanare
a ci chiedu la grazia pe guarire
nu sacciu ci è taranta ca me tene
ma nu me lassa e me face mpaccire
ci è taranta nu me abbandunare
ci balli sulu nu te puei curare…

Un percorso in ogni caso non così semplice: Mara l’acqua, il brano centrale, è un passaggio scuro, come il nero che i passi di danza cercano di dissipare sulla copertina. Un canto antico, di morte e amore precluso, una melodia arcaica che qui poggia solo sulla potenza di tre voci, tra canone e intrecci, e rende al meglio l’eccezionalità di un gruppo come il Canzoniere: un’anima solida e la perfetta compenetrazione di artisti eccellenti; nessuno (o quasi) indispensabile e tutti in stato di grazia.

Sin dal titolo, in No TAP trova spazio in modo più esplicito la critica civile, con chiaro riferimento al gasdotto che senza curarsi delle proteste minaccia il Salento. Parole salaci e una critica che sbeffeggia: inconfondibile l’impronta dell’ironia di Daniele Durante, così come d’altronde nell’incipit di Ziccate, pezzo che ci fa ballare sulle storture che noi stessi (prima ancora delle compagnie petrolifere) imponiamo al nostro territorio.

quiddhu ca li antichi n’ianu lassatu
senza vergogna l’amu squagghiatu
mo ci tuttu quantu nvelenamu
li sordi tocca ni mangiamu…

Emanuele Licci, già voce in No Tap, imbraccia il suo bouzuki per i due minuti scarsi di Pu e to rodo t’orio, altro brano tradizionale in griko, altro canto di un solitario infelice, di amore negato, che in questa interpretazione – come da qualcuno giustamente suggerito – ricorda da vicino la figura di certi bluesmen americani.

Ma è tempo di bandire la tristezza! È quanto i “fenomeni del quarantismo” sono venuti a curare e diventa ormai chiarissimo in Iessi fore, traccia che tra l’altro mette in luce la qualità di Giulio Bianco (coautore dell’arrangiamento) ai fiati. Senza eguagliare le vette poetiche toccate altrove nell’album, il testo esprime la necessità di rompere i muri dell’isolamento e propone come strada da seguire quell’esternazione nella pubblica piazza (sia pure oggigiorno quella globale) che soltanto la musica è in grado di propiziare.

apri la porta e senti cu lu core
nu ni nde sciamu ci nu iessi fore…

Si giunge per questo tramite a Quaranta, esperimento voluto dal produttore Ian Brennan nel quale è possibile sentire anche Silvia Perrone, ballerina del CGS, danzare su un’asse di legno. Una traccia criptica, praticamente astratta, che però funge da felice svolta per il disco. Il suono cupo che lentamente sfuma in chiusura, infatti, potrebbe rappresentare la nuvola scura che la danza ha infine disperso.

Ed è l’apoteosi: Respiri cantata dalla voce delicata e potente di Giancarlo Paglialunga. Amore al primo ascolto, musica che ti lusinga il cuore, ti resta in testa come un buon auspicio. L’idea che l’origine di ogni miglioramento, il fulcro stesso delle nostre esistenze, poggi sugli altri e sulla relazione che ci unisce a loro.

e de quandu nci sinti tie cu mie
ogni sogno è raggiungibile
statte de coste a mie nu te nde scire
nu voju me perdu mancu unu de
tutti li toi
respiri…

Non c’è di meglio per concludere i circa quaranta minuti di Quaranta. O forse sì, basta ascoltare bene e fino in fondo.

La maschera bianca

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Il racconto breve di seguito riportato nasce da una vecchia suggestione e come tale ho voluto renderlo al lettore, perché sia quanto più possibile permeabile alla sua immaginazione. Nella stesura, per liberare il testo dal mio controllo sulla struttura, mi sono lasciato guidare dall’ipnotica composizione di Jocelyn Pook che fa parte della colonna sonora di Eyes Wide Shut: un accompagnamento ideale anche per la lettura di questo racconto dal titolo La maschera bianca.

E infine tutti giunsero al suo cospetto, assiepati nella cripta dove erano stati a lungo attesi.

Lì terminavano i loro passi e l’illusione che qualcuno all’infuori di lei li avesse governati.

Attendevano, non meno immobili delle colonne che svettavano al di sopra delle loro teste, le forme parimenti adombrate. Il corpo scolpito della roccia si stagliava nel crepuscolo, mentre la schiera degli evocati vi annegava quasi per intero e soltanto alcuni dettagli venivano a galla. Si scorgeva ora il cupo riflesso di un monile, ora l’orlo ricamato di una veste, un fiore secco, un guanto, uno scarpone.

Nessuno che osasse in alcun modo varcare la porzione di terra ancora irrorata dal sangue del sole. Esaurito per loro il tempo dell’esposizione. La luce si concentrava su colei che fino ad allora non aveva fatto che rifuggirla.

La Maschera Bianca appassiva sul seggio, priva di tutta la maestà con cui ciascuno l’aveva vagheggiata all’inizio della propria strada. L’oro e il cremisi del tramonto adornavano con ferocia il carico della sua vecchiezza.

Inscenò nel silenzio lo spettacolo lento e penoso. Con ogni sforzo delle dita cercò di intaccare lo strato di gesso che gli ricopriva il volto, finché l’esasperazione delle nocche riuscì dove fallirono le unghie e il gesso si sgretolò all’altezza della guancia, rivelando una voglia a forma di stella sotto l’occhio sinistro.

Tra gli accoliti un uomo trasalì riconoscendo il proprio pallore nel viso che pian piano veniva liberato, le sue stesse labbra sottili, il suo naso. La Maschera Bianca lo strappò senza riguardo, faticando a venire a capo dei filamenti che lo seguivano, lavorando al contempo con l’altra mano per staccarsi di dosso il secondo rivestimento.

Venne fuori un colorito olivastro e il lieve strabismo di uno sguardo d’ambra che non pochi, oltre alla donna che vi si rifletteva, seppero identificare. Nondimeno, anche quelle pupille vennero cancellate e con esse la grazia del sembiante.

Grigie sopracciglia si arricciavano sulla fronte e capelli di platino piovvero su orecchie dai lobi trafitti. Emerse allora il folto di una barba e sotto ancora il mento delicato di un bambino. Inganno dopo inganno, la Maschera Bianca assumeva i connotati di tutti, salvo poi sbriciolarli con le sue stesse mani.

Quando infine lasciò cadere l’ultimo velo, le sue dita tastarono un viso ormai piagato, che nessuno più reclamava per sé.

A quel punto, null’altro che ombre abitava la sua cecità.

(2015)

Solo andata

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Siamo gli innumerevoli,
raddoppia ogni casella di scacchiera:
lastrichiamo di corpi il vostro mare
per camminarci sopra.

Non potete contarci: se contati aumentiamo,
figli dell’orizzonte che ci rovescia a sacco.
Nessuna polizia può farci prepotenza
più di quanto già siamo stati offesi.

Faremo i servi, i figli che non fate:
le nostre vite i vostri libri di avventura.
Portiamo Omero e Dante, il cieco e il pellegrino,
l’odore che perdeste, l’uguaglianza che avete sottomesso.

Da qualunque distanza, arriveremo a milioni di passi,
noi siamo i piedi e vi reggiamo il peso:
spaliamo neve, pettiniamo prati,
battiamo tappeti, raccogliamo il pomodoro e l’insulto.

Noi siamo i piedi e conosciamo il suolo passo a passo,
noi siamo il rosso e il nero della terra,
un oltremare di sandali sfondati,
il polline e la polvere nel vento di stasera.

Uno di noi, a nome di tutti, ha detto:
“Non vi sbarazzerete di me.
Va bene, muoio, ma
in tre giorni resuscito e ritorno”.

(In braccio al Mediterraneo, migratori di Africa e di Oriente affondano nel cavo delle onde.
Il pacco dei semi portati da casa si sparge fra le alghe e i capelli…
La teraferma Italia è terra chiusa, li lasciamo annegare per negare.)

Life is sweet

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Di parole si può vivere? Ce l’eravamo chiesti in un post di qualche tempo fa, citando una canzone di Max Gazzè per raccontare la bella storia della fondazione Parole di Lulù e del viaggio in Sudan che Niccolò, Max e Daniele avevano intrapreso per recapitare il contributo raccolto insieme a “Medici con l’Africa CUAMM”.

Parole che fanno bene avevamo all’epoca commentato, citando l’omonima canzone di Fabi. Un bene che sembrava aver toccato per primi i benefattori, almeno a giudicare da questo tweet condiviso da tutti e tre:

Ma chi poteva immaginare, parafrasando stavolta Daniele Silvestri, che intanto le loro dita tessevano parole? In quel viaggio a quanto pare magico, i tre hanno composto una canzone da cui traspare in modo contagioso tutta la loro passione per la vita e per la musica. Una creazione originale anzitutto da un punto di vista artistico, una mescola esplosiva in cui – come qualcuno ha già giustamente osservato – rimane comunque ben riconoscibile l’impronta caratteristica di ciascuno degli autori. L’intelligente ironia di Daniele Silvestri, il lirismo concettuale di Max Gazzè e il minimalismo esistenzialista di Fabi producono un’opera ad ogni ascolto sempre più convincente, che si giova di una musicalità nient’affatto banale e di un ritmo che pure non piega le esigenze del testo. Tutto, dalla costruzione d’ensemble alla scelta di una lingua a suo modo universale come l’inglese per il titolo, testimonia quanto sia dolce la vita, anche nelle condizioni più avverse, a patto che si tratti di un viaggio davvero condiviso.

Perché l’ultimo che passa vale come il primo…

Disteso sul fianco
passo il tempo, passo il tempo
fra intervalli di vento e terra rossa.
Cambiando cambiando prospettive,
cerco di capire il verso giusto,
il giusto slancio per ripartire.

Questa partenza è la mia fortuna,
un orizzonte che si avvicina…
Sotto il mio camion c’è la mia cucina
e intanto aspetto aspetto aspetto
che il fango liberi le mie ruote,
che la pianura calmi la paura,
che il giorno liberi la nostra notte…
tutti insieme, tutti insieme!

Ma tutti insieme siamo tanti, siamo distanti,
siamo fragili macchine che non osano andare più avanti;
siamo vicini ma completamente fermi,
siamo i famosi istanti divenuti eterni.
E continuare
per questi pochi chilometri
sempre pieni di ostacoli e baratri
da oltrepassare,
sapendo già che fra un attimo ci dovremo di nuovo fermare…

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno,
con le scarpe nelle mani, in fila uno ad uno.
Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno,
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!

Un ponte lascia passare le persone,
un ponte collega i modi di pensare
un ponte chiedo solamente,
un ponte per andare andare andare…

E non bastava già questa miseria,
alzarsi e non avere prospettiva;
e le punture quando viene sera
e la paura, la paura…

La paura che ci arresta, che ci tempesta,
non insetti che volano ma proiettili sopra la testa.
È una puntura ma direi che è un po’ diversa…
La cura c’è, ma l’aria non è più la stessa

E continuare
non è soltanto una scelta,
ma è la sola rivolta possibile.
Senza dimenticare
che dopo pochi chilometri ci dovremo di nuovo fermare.

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno,
con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno.
Da qui passeranno tutti, fino a quando c’è qualcuno
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!

A prescindere dal tempo, che è un concetto qui inutilizzabile,
mi basterebbe avere un posto giusto da raggiungere…

Da qui passeranno tutti fino a quando c’è qualcuno,
perché l’ultimo che passa vale come il primo.
Life is sweet!
(don’t you think that life is just so sweet?)
Life is sweet!

La punta dell’iceberg

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Le canzoni sono fatte anche di suggestioni e se è perlopiù la musica deputata a regolare l’atmosfera, alle volte può bastare una sola parola per metterci i brividi.

Lo intuiamo già dal titolo che la storia raccontata da De Gregori in Titanic avrà un esito tragico. Non serve che l’autore lo espliciti nel testo, tanto è nota la tragedia del transatlantico; anzi, è proprio questo sottotesto, in contrasto con le speranze degli emigranti e il ritmo ballabile della canzone, a conferire un tono agrodolce al racconto di questi uomini che partono con l’illusione di una vita nuova e invece vanno incontro alla morte.

presagi di certo non mancano, ma come interpretarli? Non capita anche a noi di comprenderli solo a fatti compiuti? La finezza del De Gregori narratore sta tutta nel reiterarsi di una parola, che passa quasi inosservata mentre preannuncia il peggio: quello che tintinna nei brindisi al futuro, il simbolo della durezza di una vita quasi alle spalle, inevitabile come gli occhi di uno straniero che ci ammalia, è lo stesso ghiaccio che a tutto porrà una fine.

La prima classe costa mille lire, 
la seconda cento, la terza dolore e spavento…
e puzza di sudore dal boccaporto 
e odore di mare morto. 
Sior Capitano, mi stia a sentire, 
ho bell’e e pronte le mille lire, 
in prima classe voglio viaggiare 
su questo splendido mare. 

Ci sta mia figlia che ha quindici anni ed a Parigi ha comprato un cappello, 
se ci invitasse al suo tavolo a cena come sarebbe bello. 
E con l’orchestra che ci accompagna con questi nuovi ritmi americani, 
saluteremo la Gran Bretagna col bicchiere tra le mani 
e con il ghiaccio dentro al bicchiere faremo un brindisi tintinnante 
a questo viaggio davvero mondiale, a questa luna gigante. 

Ma chi l’ha detto che in terza classe, 
che in terza classe si viaggia male?
Questa cuccetta sembra un letto a due piazze, 
ci si sta meglio che in ospedale. 
A noi “cafoni” ci hanno sempre chiamato,
ma qui ci trattano da signori, 
che quando piove si può star dentro 
ma col bel tempo veniamo fuori…

…su questo mare nero come il petrolio ad ammirare questa luna metallo 
e quando suonano le sirene ci sembra quasi che canti il gallo. 
Ci sembra quasi che il ghiaccio che abbiamo nel cuore piano piano 
si vada a squagliare in mezzo al fumo di questo vapore di questa vacanza in alto mare. 
E gira gira gira gira l’elica e gira gira che piove e nevica, 
per noi ragazzi di terza classe che per non morire si va in America. 

E il marconista sulla sua torre, 
le lunghe dita celesti nell’aria, 
riceveva messaggi d’auguri 
per questa crociera straordinaria. 
E trasmetteva saluti e speranze 
in quasi tutte le lingue del mondo, 
comunicava tra Vienna e Chicago 
in poco meno di un secondo. 

E la ragazza di prima classe, innamorata del proprio cappello, 
quando la sera lo vide ballare lo trovò subito molto bello. 
Forse per via di quegli occhi di ghiaccio così difficili da evitare, 
pensò “Magari con un po’ di coraggio, prima dell’arrivo mi farò baciare”. 
E com’è bella la vita stasera, tra l’amore che tira e un padre che predica, 
per noi ragazze di terza classe che per non sposarci si va in America,
per noi ragazze di terza classe che per non sposarci si va in America.

@lerigheinfondo

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lerigheinfondo

Quando è apparso per la prima volta questo account su Twitter, ci siamo tutti per un attimo raggelati: esiste davvero al mondo qualcuno così pazzo e crudele da voler svelare in centoquaranta caratteri i finali dei nostri libri preferiti e sperare addirittura che qualcuno di noi lo segua? Sembrava di essere precipitati in una canzone di Caparezza

Con gran sollievo di tutti, però, dietro l’angolo non abbiamo trovato una sadica e insensibile macchina da spoiler, ma un interessante divertissement  letterario, una versione domestica e digitale dello spulciare tra i volumi di una libreria, segnalandosi e ricordandosi a vicenda le “righe in fondo” che più ci hanno colpito.

Leggere questa cascata di explicit si è rivelato da subito innocuo quanto impugnare una pistola al contrario: non spara e non ci si scotta a meno che non sia da poco partito un colpo. Allo stesso modo, i finali si caricano di senso mediante tutto ciò che li precede e solo se letti nella giusta sequenza hanno il potere di esploderci tra le mani, oppure, quando non assecondano la discesa di un sipario calante, di rispedirci dritti là dove tutto è cominciato. La lettura non è, in fondo, quel “processo dinamico di autocorrezione” per il quale ogni pagina, ogni riga modifica l’interpretazione delle precedenti?

Ecco, è bastato astrarre le ultime righe dal loro contesto per creare una sorta di nuovo genere letterario, lieve e fugace. Leggere le parole in fondo: almeno una volta, tanti fra voi l’avranno fatto. Un’arte praticata per curiosità e incertezza, affacciarsi lì dove tutto (quello che si vede) finirà.  Quelli di @lerigheinfondo hanno il merito di averla applicata in maniera sistematica, regalando a chi li segue suggestioni  inattese e, talvolta, sprazzi di involontaria poesia.

Wislawa Szymborska

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Wisława Szymborska

E quando canti sento
l’inconsistenza amica,
la sorpresa del mondo
come una perla antica.

E quando canti chiedo
ma chi le ha dato il cuore,
la legge del sospiro,
per scrivere parole?

E quando canti il mondo
mi svela il suo motivo,
casuale ed inspiegabile
magia d’essere vivo.

E quando canti, canti
e sfilano i sorrisi
fra i denti di Wislawa bella,
ad occhi semichiusi.

E quando canti vedo
le strade di Cracovia,
l’innamorato amato
come veleggiando l’aria…

E quando canti aspetto
che il verso sia finito
e la gioia di vivere
mi prenda all’infinito.

E quando canti imparo
che siamo nella storia
come un’anomalia,
costretti alla memoria.

E quando canti, canti,
si snuvola la sera
davanti a quel miracolo
che siamo e che non c’era.

E quando canti, canti
le magie del destino,
l’assurdità del tempo
fra le corde di un violino.

E quando canti, canti
e il giorno mi si perde,
ha un senso anche il dolore
in questo sterminato verde.

E quando canti, canti,
e lo diresti amore,
e “senti come batte forte
dentro me il tuo cuore”…

(Roberto Vecchioni, 2013)