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Fantasmi delle biblioteche

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foto di Amador Loureiro

La mia biblioteca è popolata da centinaia di migliaia di personaggi, alcuni reali e altri fittizi. Quelli reali sono i cosiddetti personaggi immaginari delle opere letterarie, quelli fittizi sono gli scrittori. Dei primi sappiamo tutto, o meglio sappiamo tutto ciò che c’è da sapere, ossia quello che è detto nel romanzo, nella favola, nella novella o nella poesia dove compaiono. Dal momento in cui gli scrittori hanno dato loro vita, non sono invecchiati, sono rimasti uguali a se stessi e così sarà per l’eternità. Ci basta avere in mano il testo (o i testi) in cui figurano per conoscere tutto quello che l’autore ha voluto farci sapere delle loro azioni, delle loro parole e talvolta dei loro pensieri. Il resto non conta. Non ci nascondono nulla, esistono, sono reali. […] Di Omero, di Virgilio e di Cervantes si sa pochissimo, mentre si sa molto di Ulisse, Enea o Don Chisciotte. […] Amleto è molto più vivo di quello Shakespeare della cui esistenza si sa pochissimo.

Jacques Bonnet, I fantasmi delle biblioteche

Una cosa viva e delicata

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foto di Steve Halama

All’inizio se ne sentiva molto orgoglioso, lo teneva tra le mani, ne accarezzava la copertina liscia e voltava lentamente le pagine. Gli sembrava una cosa viva e delicata, come un figlio. Una volta stampato, l’aveva riletto tutto, stupendosi vagamente di non trovarlo né migliore né peggiore di come se l’era aspettato. Dopo un po’ si era stancato di guardarlo, ma ogni volta che pensava a quel libro, e al fatto di esserne l’autore, restava stupito e incredulo di fronte alla propria temerarietà. E alla responsabilità che si era assunto.

John Williams, Stoner

L’ultima madre

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filo rosso di igor ovsyannykov

Igor Ovsyannykov, Red Thread

“Vuoi giudicare del come senza capire il perché? Tu hai sempre fretta di emettere sentenze, Maria.”
“Non sono io che ho fretta, anzi. Se le cose devono accadere, al momento giusto accadono da sole.”
La vecchia si tolse lo scialle bruscamente, lasciandolo cadere senza grazia sulla sedia. Gli occhi scuri fissarono Maria con una certa severa impazienza. […]
“Accadono da sole…” mormorò, sorridendo senza allegria. “Sei nata tu forse da sola, Maria? Sei uscita con le tue forze dal ventre di tua madre? O non sei nata con l’aiuto di qualcuno, come tutti i vivi?”
“Io ho sempre…” Maria accennò a replicare, ma Bonaria la fermò con un cenno imperioso della mano.
“Zitta, tu non sai cosa dici. Ti sei tagliata da sola il cordone? Ti sei forse lavata e allattata? Non sei nata e cresciuta due volte per grazia di altri, o sei così brava che hai fatto tutto da sola?”
Richiamata alla propria dipendenza con quello che le parve un colpo basso assestato con cattiveria, Maria rinunciò a replicare mentre la voce di Bonaria si abbassava fino a diventare una litania priva di qualunque enfasi.
“Altri hanno deciso per te allora, e altri decideranno quando servirà di farlo. Non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri ad ogni angolo di strada, Maria, e tu dovresti saperlo più di tutti.”
L’anziana sarta parlava con la sincerità con cui si fanno le confidenze agli sconosciuti sul treno, sapendo che non si dovrà sopportare mai più il peso dei loro occhi.
“Non mi si è mai aperto il ventre,” proseguì, “e Dio sa se lo avrei voluto, ma ho imparato da sola che ai figli bisogna dare lo schiaffo e la carezza, e il seno, e il vino della festa, e tutto quello che serve, quando gli serve. Anche io avevo la mia parte da fare, e l’ho fatta.”
“E quale parte era?”
“L’ultima. Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto.”
Maria rimase in silenzio per qualche minuto, mentre la rabbia moriva nel senso per lei inaccettabile di quelle parole. Quando parlò, Bonaria capì che non c’erano più spazi per capire.
“Per me siete stata la prima, e se mi chiedeste di morire, io non sarei capace di uccidervi solo perché è quello che volete.”
Bonaria Urrai la fissò e Maria vide che la vecchia era stanca.
“Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti ritrovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata.”

Michela Murgia, Accabadora

Due anni, otto mesi & ventotto notti

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Due anni, otto mesi & ventotto nottiSe è vero, come è vero, che scrivere un romanzo è leggere il mondo, allora anche una storia popolata di jinn ed altre creature incredibili come filosofi morti, giardinieri fluttuanti e donne molto arrabbiate, può parlarci tra le righe – con il mormorio impercettibile dei buoni racconti – della realtà. E col senno di poi, la più recente opera di Salman Rushdie si rivela di un’attualità ancor più sconcertante.

Due anni, otto mesi e ventotto notti è il tempo sospeso della fiaba, la temporanea amnistia dalle leggi del reale; l’anticamera in cui persino la morte deve attendere se c’è un narratore coi fiocchi a intessere i fili del meraviglioso. Due anni, otto mesi e ventotto notti è la trasposizione nel calendario gregoriano di quel periodo magico altrimenti noto come mille e una notte.

Raccontiamo questa storia così come è stata tramandata nei secoli passando di bocca in bocca per giungere fino alle nostre orecchie. È la storia della scatola avvelenata e dei racconti che essa contiene. Questo è ciò che sono tutte le storie, vicende raccontate da molte lingue alle quali talvolta diamo un solo nome: Omero, Vâlmikî, Vyâsa, Sheherazade. Nel nostro caso, ci chiamiamo semplicemente “noi”. “Noi” siamo la creatura che racconta storie a se stessa per comprendere la propria natura. Quando arrivano a noi queste storie si liberano dalle loro primigenie connotazioni di spazio e luogo, perdono la specificità di un’origine precisa e guadagnano in purezza essenziale, diventando semplicemente se stesse. E di conseguenza, in base allo stesso criterio,  come ci piace affermare – sebbene non sappiamo quale sia, o sia stato, questo criterio – queste storie diventano ciò che conosciamo, che comprendiamo, e ciò che siamo, o forse dovremmo dire piuttosto ciò che siamo diventati, o che forse potremmo essere.

Il narratore di Due anni, otto mesi & ventotto notti – un “noi” imprecisato che si presume essere l’umanità del futuro – si volta indietro per raccontare un passato in cui la ferocia e l’intolleranza ancora imperversavano tra gli uomini. Un periodo di disastri e distruzioni, scaturito da una disputa tra filosofi e scatenato dall’apertura di un varco tra il mondo di sopra e quello di sotto, il mondo degli uomini e il mondo dei jinn. Un’epoca violenta: proprio come la nostra, se non fosse per l’origine sovrannaturale delle cosiddette “anomalie”.

A cavallo tra allegoria e satira, Rushdie narra una storia di mostri ultramondani per parlare sottotraccia delle mostruosità del nostro mondo, dell’estremismo che può nascere in chiunque permetta che la propria componente razionale si addormenti.

Ragione e ragionevolezza sono i valori-baluardo che l’autore auspica per un futuro di pace e tuttavia la sua è una conclusione agrodolce, un monito: chi doma per sempre la propria irrazionalità smette di sognare. Siamo ancora in tempo per restare umani?

2666

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2666Quando un autore diventa di culto, soprattutto se accade all’improvviso come nel caso di Roberto Bolaño, gli si crea attorno una vera e propria mitologia, i cui elementi sono spesso perlopiù apocrifi. Dello scrittore cileno, a tutti i costi ritenuto un maledetto, si dice ad esempio che abbia trascurato la propria salute, già in condizioni critiche a causa di un’insufficienza epatica, pur di portare a termine il suo ultimo romanzo, mentre la realtà dei fatti, a quanto pare, è che tanta fretta fosse dovuta al desiderio di lasciare alla famiglia (“la mia sola madrepatria”) i proventi di quel duro lavoro. In un caso o nell’altro, si avverte chiara tra le pagine di 2666 tutta l’urgenza del racconto, la necessità di scrivere per comprendere nella letteratura il mistero del male.

Continuatore e innovatore di Borges, già con quel poderoso esempio di autofiction rappresentato da I detective selvaggi Bolaño aveva attuato quell’intreccio fra letteratura e vita auspicato dall’argentino e da lui condotto su altri territori. Allo stesso modo, anche in 2666 motore dell’azione è un uomo di lettere (lì il gruppo del realismo viscerale, qui lo sfuggente Benno von Arcimboldi), sebbene a conti fatti la traiettoria degli eventi narrati se ne distacchi per lunghi tratti in maniera considerevole, generando una varietà di personaggi e relative sottotrame che sulla scia del postmodernismo prova a dar ragione della struttura complessa del reale.

Ne è riprova la divisione del romanzo in cinque parti, ciascuna focalizzata su una visione in un certo senso periferica del quadro generale e la cui uniformità va in ogni caso pian piano disgregandosi. Ideate in origine per essere pubblicate separatamente e lette secondo un ordine arbitrario, comunque le si componga le cinque sezioni mantengono la non linearità del racconto, quasi fossero un groviglio di cavi annodati ma attorno ad un unico tema centrale: l’orrore del ventesimo secolo.

Che si tratti della tragedia del secondo grande conflitto o dello straniamento che avviene nella mente dei singoli individui, della generale marcescenza del tessuto sociale o della particolare piaga del femminicidio che negli anni Novanta rese tristemente famosa Ciudad Juarez (la città di Santa Teresa nel libro), risulta chiaro sin dal titolo come il fulcro della narrazione sia un male apocalittico, una calamità ineludibile per l’essere umano, che striscia ovunque ed esplode in modi clamorosi. 2666 vi affonda dapprima lentamente, nelle prime tre parti ci gira attorno sia pure seguendo una spirale discendente, fino a sprofondare in quello che appare un abisso senza fondo, un susseguirsi di delitti che non cessano di sgomentare il lettore.

In alcuni punti, i cadaveri vengono rinvenuti al ritmo di uno per paragrafo e non c’è personaggio che riesca a resistere più di tanto in scena, a fare da filo conduttore per chi legge, quasi che il continuo reiterarsi di stupri e omicidi divenga per chiunque una realtà sempre più insensata e disarmante.

Non siamo davanti ad un thriller o ad un racconto dell’orrore, sebbene la successione dei corpi ritrovati risulti alla lunga stomachevole. Non si tratta di un’inchiesta, nonostante tra i personaggi più o meno ispirati alla realtà ce ne sia uno, il giornalista Sergio González RodrÍguez, realmente esistente, nonché autore di un libro proprio sui delitti di Ciudad Juarez. Bolaño parla anche diffusamente di scrittori e letteratura e comunque il suo non è un trattato di semiotica né un testo di critica letteraria. Qualcuno sostiene a ragione che vi siano echi di Arlt, Bukowski, Cortázar e Márquez, ai quali va senz’altro aggiunta la chiarissima impronta pynchoniana nell’ultima parte. La verità è che 2666 è tanti libri e nessun libro, è alla pari del nostro mondo un diluvio di storie da ogni angolo del globo che la letteratura cerca di comprendere senza la pretesa di imporre un ordine definitivo e salvifico.

C’è un momento in cui le similitudini fra gli omicidi lasciano sospettare una sfumatura gialla nel romanzo, l’eventualità di un serial killer e dunque una spiegazione facile e univoca del male, la possibilità di separarsene e di estirparlo con un taglio netto: nient’altro che un’illusione, incrinata dai paradossi e distrutta col passare delle pagine.

«Si è spiegato con assoluta chiarezza, Mickey» disse Arcimboldi mentre pensava che il tipo in questione non era solo noioso ma anche ridicolo, ridicolo come sono soltanto gli istrioni e i poveri diavoli convinti di aver partecipato a un momento cruciale della storia, quando è ben noto, pensò Arcimboldi, che la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma un proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono fra loro in mostruosità.

Un altro salto nella biblioteca dei #LibriParlanti

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Lorenzo Antonazzo10

La rosa profonda, / la mite / rosa candida / come un romanzo / sostiene Pereira.

Perché occorre fare silenzio in biblioteca? Semplice, per ascoltare i libri che parlano fra loro! Delle lunghe conversazioni che intrattengono avevamo parlato in un’altra circostanza, di seguito invece altri brevi scambi…

#LibriParlanti... Uno, nessuno e centomila / Esercizi di stile. (Lorenzo Antonazzo)

#LibriParlanti… Uno, nessuno e centomila / Esercizi di stile.

Igiene dell'assassino: / è proibito amare / i detective selvaggi.

Igiene dell’assassino: / è proibito amare / i detective selvaggi. 

Cari mostri, / se questo è un uomo / la grammatica è una canzone dolce.

Cari mostri, / se questo è un uomo / la grammatica è una canzone dolce.

After dark, / american gods / dance dance dance.

After dark, / american gods / dance dance dance.

Doppio sogno / lo specchio nello specchio. / Io e te: / l'uomo duplicato, / l'amico ritrovato.

Doppio sogno / lo specchio nello specchio. / Io e te: / l’uomo duplicato, / l’amico ritrovato.

#LibriParlanti

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Lorenzo Anronazzo1

L’arcobaleno della gravità, / un cuore così bianco / caduto fuori dal tempo.

In occasione di BookCity Milano, Il Libraio lancia l’hashtag #LibriParlanti, ovvero un gioco che rispolvera la sfiziosa idea della Poesia dorsale: incolonnare i libri in modo da tramutare in versi i titoli giustapposti.

Nessuno scrive al colonnello, / voi non la conoscete / una solitudine troppo rumorosa. (Lorenzo Antonazzo)

Nessuno scrive al colonnello, / voi non la conoscete / una solitudine troppo rumorosa.

“Ulisse, / se la mente avesse gli occhi…” / Cose che Nessuno sa.

Contro il giorno ogni cosa è illuminata, tutto è fatidico sotto la luna. (Lorenzo Antonazzo)

Contro il giorno / ogni cosa è illuminata, / tutto è fatidico / sotto la luna.

Cronaca di una morte annunciata: diario di un killer sentimentale. (Lorenzo Antonazzo)

Cronaca di una morte annunciata: / diario di un killer sentimentale.

Lettera a un bambino mai nato: / vizio di forma / in nome della madre.

Lettera a un bambino mai nato: / vizio di forma / in nome della madre.