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Espianto (no tap)

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espianto

Crosta di pane abbarbicata alla terra,
che per secoli hai stillato oro
sui nostri piatti e
luce su strade lontane,
innumerevoli tramonti la tua vecchiezza
ha vegliato per noi,
mentre con dita nodose
ricamavi un cielo
troppo vasto per non spaventarci…

Cala ora su di te
una notte improvvisa come una scure,
un fiume scuro sopraggiunge
ad irrorare questa terra riarsa
coi suoi miasmi incendiari:
devi fargli posto,
dicono.

Te ne vai nel fracasso delle prefiche,
di chi non riesce a sopportare
il tuo urlo silenzioso:
il tuo espianto
è il nostro pianto.

Mai stata l’aria
attorno a te tanto
fastidiosa.

Teresa Manara

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Teresa ManaraTeresa Manara è una donna. Nell’Italia degli anni Cinquanta lascia le agiatezze della natia Imola per seguire il marito in una penisola magica e remota, che le appare cinta di superstizioni come di viti, il Salento.

“Teresa Manara” è  un vino, uno chardonnay prodotto dall’azienda vitivinicola gestita dai suoi figli e nipoti e dedicata alla memoria di questa madre.

Teresa Manara è ora un libro, una sorta di piccola biografia dei sentimenti i cui sorsi vanno centellinati con cura per essere assaporati al meglio.

L’autrice, Luisa Ruggio, sceglie come titolo – e pretesto – di ogni capitolo una parola del dialetto salentino e la spreme, quasi fosse un acino d’uva in bocca a Teresa, per far sprizzare ricordi ad essa in qualche modo collegati.

Ciò che ne viene fuori, al netto di una scrittura fin troppo densa, ha ben poco del racconto inteso come sequenza di avvenimenti. La storia fermenta tra le righe, suggestioni come bollicine sul palato, e ha bisogno di tempo e pazienza per essere gustata senza inebriare.

Fire and eyes

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Vagheggiando di prodigi millenari che si incrociano nella mia città, ho immaginato questa scena tra i tavolini di un luogo che i leccesi non faticheranno a riconoscere. Del mosaico ipotizzato anni fa è rimasto questo racconto breve: rileggendolo adesso, sembra proprio che sia il suo carattere frammentario a conferirgli quel tono perturbante che ho ricercato componendolo.

The fire within by safara333 - dettaglio

Safara333, The fire within (dettaglio)

Il dottore siede puntuale a metà mattinata ai tavolini del bar. Sciorina battute volgari, mentre succhia qualche oliva. Ordina il solito aperitivo ghiacciato con fare da gran padrone, non risparmia parolacce alla sua grassa risata. Nell’attesa sfoglia qualche quotidiano leccandosi le dita. Appioppa qualche appellativo non proprio simpatico ai politici locali di centrosinistra, prima di mettere i giornali da parte, braccato dal caldo. Si affossa sulla sedia che scotta, lasciandosi andare ai commenti sul fondoschiena della nuova cameriera tamil. Sbottona il colletto, c’è un’afa terribile.

Dal tavolino di fronte alla libreria, un uomo punta il suo sguardo su di lui. Sorseggia un caffè in ghiaccio.

Il dottore geme rumorosamente. Ma quando cazzo arriva quest’aperitivo? Il viso è imperlato di sudore. Gli occhiali da sole che scivolano per terra danno adito a nuove imprecazioni. Non si capisce cosa abbia a che vedere Dio con le sue costose lenti rotte. Sotto le ascelle la camicia lascia trasparire ampie chiazze di sudore.

L’uomo dall’altra parte della sala continua a fissarlo.

Il dottore prende ad agitarsi sulla sedia, ora anche il cuscino è fradicio. Riprende vigore sull’avambraccio l’abbronzatura del suo ultimo turismo sessuale. L’epidermide assume il colore rossastro di una forte ustione, un intollerabile pizzicore si fa largo sotto la pelle.

Si accorge a malapena di un tizio che lo guarda freddo negli occhi. Lui brucia. Prova a sfregarsi, ma un dolore acuto gli arriccia i nervi. Lembi di pelle vengono via sotto le unghie. Lancia un grido e precipita a terra contorcendosi. Non gli porta sollievo versarsi addosso l’acqua del portafiori, è il suo stesso sangue a ribollire.

La gente in sala è allibita. Tra le urla di panico, qualcuno implora di chiamare un medico, nessuno muove un dito.

Quando la giovane cameriera sbuca dalla cucina con il sontuoso aperitivo, lascia che il vassoio si schianti al suolo alla vista del dottore. Il corpo davanti a lei ha il colore di un’aragosta bollita. Può ancora sentire gli occhi sfrigolare.

Lo sconosciuto nei pressi della libreria ha appena finito il suo dissetante caffè. Lascia qualche moneta sul tavolino, raccoglie la sua borsa e s’incammina lungo il corso.

(2010)

“Con un’ostrica al posto del cuore”

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Voi non saprete mai cosa vuol dire perdere,
voi siete nati per vincere
e tutt’al più per pareggiare…
Ma quando si tratta di dire addio ad ogni cosa
e ad ogni pietra
e persino le rondini sono sparite
e il gabbiano ferito vola nella sua gabbia di tristezza,
tu capisci che in questa provincia senza fine rimani solo tu,
ultimo cavaliere senza briglia e né staffe,
a portare il peso di una storia che finisce.
Ma io come farò a diventare un mito,
povero pescatore d’amuleti con un’ostrica al posto del cuore?

(Rina Durante)

Io mi attengo al testo, anche se è difficile resistere alla tentazione di considerarlo un insieme chiuso di parole, un recinto sacro e inviolabile che ha reciso ogni legame con la realtà per custodire in sé una verità magica. Mi attengo al testo in fondo per un limite personale, che da una parte è la necessità spasmodica – irrealizzabile – di dominare ogni dato e dall’altra, proprio in funzione di ciò, il bisogno strutturale di fissare un punto e assumere una prospettiva, con tutti i rischi della parzialità – e talvolta persino della falsità – che essa comporta.

Leggo dunque così queste parole di Rina Durante, “raccontratrice” della mia terra, e da lettore sensibile ai modi e ai moti del raccontare vedo in esse di più che la storia di emarginazione di tutte le province, di più che l’esilio a cui le condanna lo straripare della cultura dominante, di più: il continuo fraintendimento con cui noi stessi cancelliamo la nostra, sempre di più.

Quanta ironia c’è nella chiosa di questo testo? Sono solo io a notarla, a scorgere la luce ancora più struggente che conferisce a quanto la precede? O magari è del tutto non voluta o, quel che è peggio, assente?

Eppure, basta guardarsi intorno per accorgersi degli ingenti sacrifici che compiamo sull’altare del pensiero dominante. Usiamo, ad esempio, parole straniere come se in italiano non esistessero omologhi corrispondenti: calchi vuoti con cui mutiliamo la nostra lingua della capacità di descrivere una realtà autentica. In questo atteggiamento da “provincia dell’impero” teniamo in così poco conto tutto ciò che è locale

Viviamo nella frustrazione di ambire invano ai grandi palcoscenici, ai traguardi segnati per noi dalla pubblicità. Aspiriamo, come città, a fregiarci del riconoscimento di “capitale europea della cultura” piuttosto che capitalizzare la nostra cultura, magari difendendo gli ulivi dai dettami europei.

E mentre umiliamo la nostra piccolezza per sentirci grandi abbastanza, continuiamo a ignorare quale tesoro custodisca chi vive “con un’ostrica al posto del cuore”.

Lecce sotto la luna

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Lecce sotto la luna

“Luna,
ca semini l’argentu
subbra sta chianche barocche,
dimme: de ce ssu ffatti li senni mei?”
chiese nna fiata nnu poeta
derimpettu a Santa Cruce.
E iddha nni respuse:
“Troppu lu sta ‘nterroghi st’animu tou.
Tie la sai che li senni su vaghi
e se stutano facili,
come le stiddhe de stu cielu.
Nna furma eterna
nnila pueti dare sulamente signuria
e ddha furma se chiama
puesia”.

(2004)

La ferocia di Nicola Lagioia

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La ferocia“Se i Salvemini fossero degli animali, sarebbero senza dubbio degli squali” ha dichiarato Nicola Lagioia durante la presentazione del suo ultimo libro, La ferocia, a Lecce, alludendo alla famiglia barese al centro delle vicende narrate nel romanzo.

E, in effetti, gli animali, largamente presenti nel libro, con la legge dell’istinto inscritta in ciascuno di essi, nelle mani dell’autore divengono un perfetto contraltare dell’umano, ora specchio tragico di comportamenti omicidi, che persino travalicano le leggi di natura, ora quadro senza speranza di una ferocia che non può che ripetersi con l’avvicendarsi di ogni nuova generazione.

A meno che qualcuno (questa è la chiave interpretativa offerta dallo stesso autore), pur attraverso un percorso del tutto tortuoso, che pure lo squalifica agli occhi dei suoi simili, non riesca a riconquistare quel briciolo di umanità necessario ad arrestare il degrado in cui è invischiato e fare i conti con una condizione che paradossalmente gli appare innaturale.

 – Lo sai qual è la disciplina che meglio spiega il nuovo secolo? – disse ancora l’uomo.
Una leggere brezza marina scompigliava i capelli di entrambi.
 – L’etologia – si rispose il direttore tecnico. – Metti una volpe affamata davanti a un branco di conigli. Corri in una piazza piena di colombi e li vedrai volare. Trovami il colombo che non vola.
 – Non siamo animali, facciamo cose strane, – disse Michele.
Si sentiva sconcertato. Aveva le vertigini. Davanti a sé non c’era più Clara, ma i giorni che ancora dovevano arrivare. Lo spazio vuoto e spaventoso, un’immensa pagina bianca.
 – Facciamo quello che la natura ha deciso per noi, i limiti sono abbastanza chiari, – rispose l’uomo.
Michele lo guardò negli occhi. Che senso aveva, se lei non c’era più? Sentì un brivido alle gambe.
 – Ci comportiamo in modo assurdo, siamo imprevedibili, – disse allora e fu come muovere i primi passi senza che Clara lo tenesse per mano, avanzare in linea retta dopo aver gettato a terra le stampelle, – qualcuno in passato ha fatto per me qualcosa che non poteva fare. Azioni contrarie alle leggi di natura. Mi è stato fatto del bene senza nessun motivo pratico, e io adesso sto facendo questa cosa. Innaturale. Assurda anche per me. Un miracolo. Ci pensi.
Dopo essere stato nascosto per tanto tempo, iniziò a prendere forma. A Michele sembrava finalmente di vederlo. Il futuro. Splendido e feroce come la bocca spalancata della tigre di cui aveva letto da ragazzo.

Con periodi spesso molto brevi e parole precise come bisturi, Nicola Lagioia plasma un racconto complesso, che alterna i punti di vista per guadagnare spessore e sovverte ogni ordine cronologico allo scopo di restituire un senso ad una realtà altrimenti inconcepibile.

Così il lettore, al netto dell’impegno profuso per seguire una vicenda da subito coinvolgente ma poco chiara, viene via via ripagato da una narrazione che attraverso il velo della finzione manifesta vibranti squarci di realtà.

Leggere La ferocia, infatti, dà l’opportunità di osservare un artista al lavoro, ovvero un autore che, bisturi alla mano, passo dopo passo opera dei piccoli tagli sul tessuto della sua storia perché chi legge possa comprenderla senza prenderne immediatamente le distanze, fino ad accettarla, poiché alla fine essa altro non è che una sezione del nostro mondo.

Se è vero che il valore di una letteratura si misura sulla qualità dei romanzi che riesce a produrre, allora questo, col suo stile postmoderno e il tentativo di rilettura della società contemporanea che offre, è davvero un buon segnale.