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Un altro salto nella biblioteca dei #LibriParlanti

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Lorenzo Antonazzo10

La rosa profonda, / la mite / rosa candida / come un romanzo / sostiene Pereira.

Perché occorre fare silenzio in biblioteca? Semplice, per ascoltare i libri che parlano fra loro! Delle lunghe conversazioni che intrattengono avevamo parlato in un’altra circostanza, di seguito invece altri brevi scambi…

#LibriParlanti... Uno, nessuno e centomila / Esercizi di stile. (Lorenzo Antonazzo)

#LibriParlanti… Uno, nessuno e centomila / Esercizi di stile.

Igiene dell'assassino: / è proibito amare / i detective selvaggi.

Igiene dell’assassino: / è proibito amare / i detective selvaggi. 

Cari mostri, / se questo è un uomo / la grammatica è una canzone dolce.

Cari mostri, / se questo è un uomo / la grammatica è una canzone dolce.

After dark, / american gods / dance dance dance.

After dark, / american gods / dance dance dance.

Doppio sogno / lo specchio nello specchio. / Io e te: / l'uomo duplicato, / l'amico ritrovato.

Doppio sogno / lo specchio nello specchio. / Io e te: / l’uomo duplicato, / l’amico ritrovato.

Il destino di un’Opera

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Per qualche tempo la Critica accompagna l’Opera, poi la Critica svanisce e sono i Lettori ad accompagnare l’Opera. Il viaggio può essere lungo o corto. Poi i Lettori muoiono a uno a uno e l’Opera prosegue da sola, anche se un’altra Critica e altri Lettori si aggiungono pian piano lungo il percorso. Poi la Critica muore di nuovo e di nuovo i Lettori muoiono e su questa traccia di ossa l’Opera continua il suo viaggio verso la solitudine. Avvicinarsi a lei, navigare nella sua scia, è un segno inequivocabile di morte certa, ma una nuova Critica e nuovi Lettori le si avvicinano instancabili e implacabili e il tempo e la velocità li divorano. Alla fine l’Opera viaggia irrimediabilmente sola nell’Immensità. E un giorno l’Opera muore, come muoiono tutte le cose, come si estingueranno il Sole e la Terra, e il Sistema Solare e la Galassia e il più remoto ricordo degli uomini. Tutto quel che inizia in commedia finisce in tragedia.

Roberto Bolaño, I detective selvaggi

@lerigheinfondo

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lerigheinfondo

Quando è apparso per la prima volta questo account su Twitter, ci siamo tutti per un attimo raggelati: esiste davvero al mondo qualcuno così pazzo e crudele da voler svelare in centoquaranta caratteri i finali dei nostri libri preferiti e sperare addirittura che qualcuno di noi lo segua? Sembrava di essere precipitati in una canzone di Caparezza

Con gran sollievo di tutti, però, dietro l’angolo non abbiamo trovato una sadica e insensibile macchina da spoiler, ma un interessante divertissement  letterario, una versione domestica e digitale dello spulciare tra i volumi di una libreria, segnalandosi e ricordandosi a vicenda le “righe in fondo” che più ci hanno colpito.

Leggere questa cascata di explicit si è rivelato da subito innocuo quanto impugnare una pistola al contrario: non spara e non ci si scotta a meno che non sia da poco partito un colpo. Allo stesso modo, i finali si caricano di senso mediante tutto ciò che li precede e solo se letti nella giusta sequenza hanno il potere di esploderci tra le mani, oppure, quando non assecondano la discesa di un sipario calante, di rispedirci dritti là dove tutto è cominciato. La lettura non è, in fondo, quel “processo dinamico di autocorrezione” per il quale ogni pagina, ogni riga modifica l’interpretazione delle precedenti?

Ecco, è bastato astrarre le ultime righe dal loro contesto per creare una sorta di nuovo genere letterario, lieve e fugace. Leggere le parole in fondo: almeno una volta, tanti fra voi l’avranno fatto. Un’arte praticata per curiosità e incertezza, affacciarsi lì dove tutto (quello che si vede) finirà.  Quelli di @lerigheinfondo hanno il merito di averla applicata in maniera sistematica, regalando a chi li segue suggestioni  inattese e, talvolta, sprazzi di involontaria poesia.

La lettura che cattura (affina la mente)

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Ciò che qualunque lettore sa per esperienza ora i neurologi cominciano a dimostrarlo: un buon romanzo è in grado di catapultarci nel suo mondo, proprio come se fossimo lì con tutto noi stessi. Per il tempo della lettura e forse per qualche tempo in più.

Gli studi finora condotti avevano già dimostrato come il cervello umano, reagendo a determinate suggestioni presenti in un testo, ad esempio leggendo dell’aroma del caffè o dell’odore della pioggia appena caduta, innescasse subito le aree preposte al senso stimolato, in questo caso l’olfatto. Ora un nuovo esperimento ha messo in luce quanto la partecipazione della nostra mente a quanto raccontato in un libro non solo sia ancor più complessa, ma abbia anche effetti duraturi.

Per effettuare il test, ventuno studenti dell’Università Emory (Atlanta, Georgia) sono stati sottoposti per cinque giorni consecutivi ad una risonanza magnetica funzionale (fMRI). Il trattamento è proseguito nei nove giorni successivi, stante, però, una nuova condizione: gli stessi studenti in quel periodo hanno dovuto dedicarsi alla lettura di Pompei, un romanzo di Robert Harris. Infine, ancora cinque giorni di risonanze a libro chiuso.

I risultati hanno evidenziato, anche a distanza di giorni dalla lettura, un’incremento di connettività in alcune aree del cervello, quasi che questo venga scolpito dai libri che leggiamo. Embodied semantics è il nome che gli autori della ricerca hanno dato al processo cerebrale per il quale le azioni e le emozioni evocate in un romanzo mettono in moto le stesse connessioni neurologiche che si attiverebbero se fosse il lettore a compierle in prima persona.

Abbiamo così le prove biologiche di quanto a livello linguistico è noto da tempo, dal momento che ogni discorso di finzione è ritenuto un atto perlocutorio, ossia un atto linguistico che chiama in causa il destinatario. Un vero e proprio appello a quella che il narratologo francese Gérard Genette ha definito “cooperazione immaginativa del lettore”, un appello che il nostro cervello non può evitare di raccogliere. Che ci piaccia o no, il solo leggere di un gruppo di diseredati a cavallo alla cui compagnia si aggiunge un nobile nano evoca nella nostra testa l’immagine di questa lenta colonna o dei loro bivacchi, sia pure per il tempo necessario a respingerla come puerile.

Non respingetela! Sentite come ci ha azzeccato il nano sul nostro argomento:

Per continuare ad essere un’arma valida, la mente ha bisogno dei libri quanto una spada ha bisogno della pietra per affilarla. Per questo, Jon Snow, io leggo così tanto.

G.R.R. Martin, A game of thrones

Ho letto millanta storie…

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DorottyaS, Feed your mind

DorottyaS, Feed your mind

Insomma, si sprofondò tanto in quelle letture, che passava le notti dalla sera alla mattina, e i giorni dalla mattina alla sera, sempre a leggere; e così, a forza di dormir poco e di legger molto, gli si prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione. Gli si riempì la fantasia di tutto quello che leggeva nei suoi libri: incanti, litigi, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e stravaganze impossibili; e si ficcò talmente nella testa che tutto quell’arsenale di sogni e d’invenzioni lette ne’ libri fosse verità pura, che secondo lui non c’era nel mondo storia più certa.

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia

L’iperlibro di J.J. Abrams

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Ship of Theseus

Si chiama S. l’ultima fatica letteraria di J.J. Abrams. Già, letteraria. Il creatore di serie tv come Alias, Lost e Fringe, che ha impresso il suo marchio, per quanto controverso, nella storia del racconto seriale, si è cimentato stavolta, in collaborazione con Doug Dorst, professore di scrittura creativa all’università del Texas, con la scrittura di un libro. E naturalmente  l’ha fatto a modo suo.

La trama di S. è semplice. Uno sconosciuto si risveglia in un luogo ignoto e non troppo rassicurante, senza la minima idea di come ci sia arrivato: questo l’incipit di Ship of Theseus, ultima opera del geniale e inafferrabile V.M. Straka. Nell’introduzione, il suo traduttore, F.X. Caldeira, si premura di farci sapere che nessuno pare averlo mai incontrato, né esistono dati o immagini che possano rendere conto della sua identità, sulla quale peraltro si specula da lungo tempo. A questo mistero dedica i suoi studi un giovane ricercatore di nome Eric, il quale non si fa scrupolo di sottolineare e annotare la copia del libro presa in prestito da una biblioteca universitaria. La stessa che Jen, studentessa alle prime armi, acquisisce e  annota man mano a sua volta, dando il via a uno scambio serrato fra le righe del libro, ma che ne trascenderà le pagine, riempendole di cartoline, ritagli di giornale, vecchie epistole, fogli manoscritti… Va bene, avete ragione: la trama non è affatto semplice. Ma non è questo a rendere complessa la lettura.

Infatti, S. ha così tanti piani di lettura che persino descriverlo è difficile. S. è un cofanetto che contiene Ship of Theseus, un tomo che possiede in tutto e per tutto l’odore e l’aspetto di un libro vecchio: una lettura di per sé accattivante, ma S. non si limita a questo. S. è un libro dentro un libro. Ship of Theseus presenta le grafie ben distinte di Eric e Jen che annotano intuizioni e interrogativi lungo i margini, allegano tra le pagine i documenti che ne approfondiscono la ricerca tra le righe e fra un’avventura e l’altra si rivelano attraverso le loro stesse parole. S., dunque, è il racconto di due letture incrociate. S. è un iperlibro.

Non ho una definizione migliore. So che Borges avrebbe adorato questo oggetto meraviglioso (con le sue impeccabili descrizioni di fatti storici mai avvenuti) e con lui tutti gli amanti dei libri e delle storie che raccontano, dei pensieri che ci suscitano e di quanta parte di noi e del nostro immaginario leghiamo ad essi. Con S., Abrams ci regala un’opera sull’avventura di leggere e lo fa con quella sua ipnotica capacità di raccontare che non ti abbandona neanche dopo l’ultima pagina, o l’ultimo episodio.

Aspettiamo di poter leggere presto questa meraviglia in italiano; intanto, ecco una delle anteprime rilasciate sulla rete.

Mangino polvere

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Emilia Dziuba, Smakosz

Emilia Dziuba, Smakosz

Che ci crediate o no, esistono diversi manuali dedicati alla pulizia dei libri e in molti di essi è indicato quello che librai e bibliotecari hanno ormai imparato da tempo: spolverare uno ad uno i libri è un’operazione che non vale nemmeno la pena di cominciare. La loro conformazione, infatti, e i materiali di cui si sostanziano li rendono dei veri e propri ricettacoli per la polvere, specie se rimangono fermi a lungo e magari insieme a tanti altri. La battaglia è persa in partenza, ma siamo sicuri che non sia meglio così?

Da un’altra prospettiva, in effetti, è proprio quanto si accumula su un libro (polvere, tempo, immagini, ricordi, sogni, citazioni, rimandi, ragnatele, etc.) a farne un oggetto culturale, ovvero un catalizzatore di significati condivisi, che, se da una parte esige che altri oltre all’autore vi impegnino il proprio investimento immaginativo, dall’altra è a sua volta il frutto di altri oggetti culturali della cui “polvere” si è inevitabilmente nutrito.

Perciò, possiamo dedurre che un buon libro non sia affatto schizzinoso e che, anzi, di proposito attiri su di sé tutta la polvere che può, molti più granelli di quanti punti esso contenga, dal momento che, lontano da influenze e contaminazioni, esso semplicemente non può esistere, se non nella sua forma materiale di carta, colla, inchiostro. Invece, i libri possiedono un’anima, volatile come la polvere, e una profondità che è data dalla stratificazione della cultura che contribuiscono a creare. Alla fine, l’opera di un singolo si rivela il prodotto della tessitura di molti.

A nessun uomo è dato di comporre
un libro. Perché un libro sia davvero,
occorrono tramonti e aurore, secoli,
armi, e il mare che unisce e che separa.

Jorge Luis Borges, Ariosto e gli arabi