Archivi tag: Jorge Luis Borges

2666

Standard

2666Quando un autore diventa di culto, soprattutto se accade all’improvviso come nel caso di Roberto Bolaño, gli si crea attorno una vera e propria mitologia, i cui elementi sono spesso perlopiù apocrifi. Dello scrittore cileno, a tutti i costi ritenuto un maledetto, si dice ad esempio che abbia trascurato la propria salute, già in condizioni critiche a causa di un’insufficienza epatica, pur di portare a termine il suo ultimo romanzo, mentre la realtà dei fatti, a quanto pare, è che tanta fretta fosse dovuta al desiderio di lasciare alla famiglia (“la mia sola madrepatria”) i proventi di quel duro lavoro. In un caso o nell’altro, si avverte chiara tra le pagine di 2666 tutta l’urgenza del racconto, la necessità di scrivere per comprendere nella letteratura il mistero del male.

Continuatore e innovatore di Borges, già con quel poderoso esempio di autofiction rappresentato da I detective selvaggi Bolaño aveva attuato quell’intreccio fra letteratura e vita auspicato dall’argentino e da lui condotto su altri territori. Allo stesso modo, anche in 2666 motore dell’azione è un uomo di lettere (lì il gruppo del realismo viscerale, qui lo sfuggente Benno von Arcimboldi), sebbene a conti fatti la traiettoria degli eventi narrati se ne distacchi per lunghi tratti in maniera considerevole, generando una varietà di personaggi e relative sottotrame che sulla scia del postmodernismo prova a dar ragione della struttura complessa del reale.

Ne è riprova la divisione del romanzo in cinque parti, ciascuna focalizzata su una visione in un certo senso periferica del quadro generale e la cui uniformità va in ogni caso pian piano disgregandosi. Ideate in origine per essere pubblicate separatamente e lette secondo un ordine arbitrario, comunque le si componga le cinque sezioni mantengono la non linearità del racconto, quasi fossero un groviglio di cavi annodati ma attorno ad un unico tema centrale: l’orrore del ventesimo secolo.

Che si tratti della tragedia del secondo grande conflitto o dello straniamento che avviene nella mente dei singoli individui, della generale marcescenza del tessuto sociale o della particolare piaga del femminicidio che negli anni Novanta rese tristemente famosa Ciudad Juarez (la città di Santa Teresa nel libro), risulta chiaro sin dal titolo come il fulcro della narrazione sia un male apocalittico, una calamità ineludibile per l’essere umano, che striscia ovunque ed esplode in modi clamorosi. 2666 vi affonda dapprima lentamente, nelle prime tre parti ci gira attorno sia pure seguendo una spirale discendente, fino a sprofondare in quello che appare un abisso senza fondo, un susseguirsi di delitti che non cessano di sgomentare il lettore.

In alcuni punti, i cadaveri vengono rinvenuti al ritmo di uno per paragrafo e non c’è personaggio che riesca a resistere più di tanto in scena, a fare da filo conduttore per chi legge, quasi che il continuo reiterarsi di stupri e omicidi divenga per chiunque una realtà sempre più insensata e disarmante.

Non siamo davanti ad un thriller o ad un racconto dell’orrore, sebbene la successione dei corpi ritrovati risulti alla lunga stomachevole. Non si tratta di un’inchiesta, nonostante tra i personaggi più o meno ispirati alla realtà ce ne sia uno, il giornalista Sergio González RodrÍguez, realmente esistente, nonché autore di un libro proprio sui delitti di Ciudad Juarez. Bolaño parla anche diffusamente di scrittori e letteratura e comunque il suo non è un trattato di semiotica né un testo di critica letteraria. Qualcuno sostiene a ragione che vi siano echi di Arlt, Bukowski, Cortázar e Márquez, ai quali va senz’altro aggiunta la chiarissima impronta pynchoniana nell’ultima parte. La verità è che 2666 è tanti libri e nessun libro, è alla pari del nostro mondo un diluvio di storie da ogni angolo del globo che la letteratura cerca di comprendere senza la pretesa di imporre un ordine definitivo e salvifico.

C’è un momento in cui le similitudini fra gli omicidi lasciano sospettare una sfumatura gialla nel romanzo, l’eventualità di un serial killer e dunque una spiegazione facile e univoca del male, la possibilità di separarsene e di estirparlo con un taglio netto: nient’altro che un’illusione, incrinata dai paradossi e distrutta col passare delle pagine.

«Si è spiegato con assoluta chiarezza, Mickey» disse Arcimboldi mentre pensava che il tipo in questione non era solo noioso ma anche ridicolo, ridicolo come sono soltanto gli istrioni e i poveri diavoli convinti di aver partecipato a un momento cruciale della storia, quando è ben noto, pensò Arcimboldi, che la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma un proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono fra loro in mostruosità.

Un altro salto nella biblioteca dei #LibriParlanti

Standard
Lorenzo Antonazzo10

La rosa profonda, / la mite / rosa candida / come un romanzo / sostiene Pereira.

Perché occorre fare silenzio in biblioteca? Semplice, per ascoltare i libri che parlano fra loro! Delle lunghe conversazioni che intrattengono avevamo parlato in un’altra circostanza, di seguito invece altri brevi scambi…

#LibriParlanti... Uno, nessuno e centomila / Esercizi di stile. (Lorenzo Antonazzo)

#LibriParlanti… Uno, nessuno e centomila / Esercizi di stile.

Igiene dell'assassino: / è proibito amare / i detective selvaggi.

Igiene dell’assassino: / è proibito amare / i detective selvaggi. 

Cari mostri, / se questo è un uomo / la grammatica è una canzone dolce.

Cari mostri, / se questo è un uomo / la grammatica è una canzone dolce.

After dark, / american gods / dance dance dance.

After dark, / american gods / dance dance dance.

Doppio sogno / lo specchio nello specchio. / Io e te: / l'uomo duplicato, / l'amico ritrovato.

Doppio sogno / lo specchio nello specchio. / Io e te: / l’uomo duplicato, / l’amico ritrovato.

Cari mostri di Stefano Benni

Standard

Cari mostri

Se davvero c’è una creatura spaventosa che si aggira fra queste pagine, è proprio lui, il vecchio Lupo, che semina di tanto in tanto tracce della sua passata grandezza: qui un ciuffo di peli ingrigito, là solchi di artigli e l’eco garrula di folli ululati…

Non ce ne voglia Stefano Benni, ma in Cari mostri si fatica a riconoscere lo stile immaginifico con cui ha appassionato i suoi lettori, l’umorismo sguaiato, i personaggi esagerati, la grottesca affabulazione. E a spaventare è tanta pochezza.

Nella sua veste editoriale, Cari mostri è presentata come una raccolta di racconti incentrata sul tema della paura. Feltrinelli ci promette un Benni alle prese con un genere per lui inedito, impegnato a sperimentare con le diverse declinazioni dell’orrore, a contaminarle con i propri stilemi, magari per insinuare che in fondo la vera mostruosità si cela negli uomini, in coloro che sono schiavi della tecnologia come negli adolescenti troppo presi dai loro idoli, nei burocrati e nei plutocrati, nei musicisti e nei religiosi, nei fanatici, negli arrivisti e via discorrendo.

Poco o nulla di tutto ciò traspare dal libro. Dei brividi preannunciati nemmeno l’ombra. La verità è che Cari mostri è uno di quei regali dall’incarto voluminoso, che creano attese del tutto immotivate rispetto al loro reale contenuto. La raccolta si dimostra infatti disomogenea quanto a contenuti, stile e persino qualità, quasi fosse – e a mio parere lo è, eccome – una miscellanea di testi senza migliore collocazione.

Che sia stato l’editore a creare questa confezione a dir poco fuorviante (ben sapendo che il nome sulla copertina avrebbe attirato gli appassionati) o lo stesso autore a “vendere” la raccolta già così composta, di certo il risultato finale suona un po’ troppo di raggiro per chi legge, soprattutto se la qualità dei racconti è così altalenante da lasciare interdetti in alcuni casi, particolarmente nella prima parte.

L’apertura affidata a Cosa sei?, ad esempio, riprende il tòpos del bizzarro negozio di animali in cui il protagonista scova una creatura sconosciuta ai più (un inizio un po’ alla Gremlins per intenderci), ma lo sviluppa senza mai discostarsi nemmeno per un attimo dal già visto, già sentito, il che è alquanto grave per uno scrittore come Benni.

Se partendo dal medesimo luogo comune Martin ha raggiunto ben altre vette con il suo I re di sabbia, è altrettanto impietoso il confronto con il Buzzati di Sette piani a cui l’autore sembra (involontariamente?) rifarsi in Numeri, senza peraltro ottenere lo stesso effetto perturbante.

I testi convolati in Cari mostri, in fin dei conti, appaiono da un lato come esercizi di stile non troppo riusciti e dall’altro come piccoli omaggi: sottotraccia troviamo il già citato Buzzati e l’ombra di Borges (Verso casa, La Parola), mentre direttamente in scena ci sono almeno un paio di presenze sorprendenti, che per ovvi motivi eviterò di menzionare.

Ad una di esse, in ogni caso, è dedicato il racconto più riuscito dell’intero lotto, ovvero L’Uomo dei Quadri. Raffinato e suggestivo, è quello da cui sono tratti la quarta di copertina del libro (uno degli elementi che contribuiscono al fraintendimento dell’opera), nonché l’esergo in fondo a questa rilettura.

Per il resto, la raccolta è completata da composizioni per nulla all’altezza del loro autore (Il mercante Lotto 165 su tutte), altre invece godibili (come Voodoo ChildReset Hotel del Lago) e altre ancora in cui l’impronta del vecchio Lupo è ben evidente (leggi: L’ispettore MitchCompagni di bancoPolpaLa storia della strega Charlotte).

Il genio? Una maledizione invocata dagli stupidi.

L’iperlibro di J.J. Abrams

Standard

Ship of Theseus

Si chiama S. l’ultima fatica letteraria di J.J. Abrams. Già, letteraria. Il creatore di serie tv come Alias, Lost e Fringe, che ha impresso il suo marchio, per quanto controverso, nella storia del racconto seriale, si è cimentato stavolta, in collaborazione con Doug Dorst, professore di scrittura creativa all’università del Texas, con la scrittura di un libro. E naturalmente  l’ha fatto a modo suo.

La trama di S. è semplice. Uno sconosciuto si risveglia in un luogo ignoto e non troppo rassicurante, senza la minima idea di come ci sia arrivato: questo l’incipit di Ship of Theseus, ultima opera del geniale e inafferrabile V.M. Straka. Nell’introduzione, il suo traduttore, F.X. Caldeira, si premura di farci sapere che nessuno pare averlo mai incontrato, né esistono dati o immagini che possano rendere conto della sua identità, sulla quale peraltro si specula da lungo tempo. A questo mistero dedica i suoi studi un giovane ricercatore di nome Eric, il quale non si fa scrupolo di sottolineare e annotare la copia del libro presa in prestito da una biblioteca universitaria. La stessa che Jen, studentessa alle prime armi, acquisisce e  annota man mano a sua volta, dando il via a uno scambio serrato fra le righe del libro, ma che ne trascenderà le pagine, riempendole di cartoline, ritagli di giornale, vecchie epistole, fogli manoscritti… Va bene, avete ragione: la trama non è affatto semplice. Ma non è questo a rendere complessa la lettura.

Infatti, S. ha così tanti piani di lettura che persino descriverlo è difficile. S. è un cofanetto che contiene Ship of Theseus, un tomo che possiede in tutto e per tutto l’odore e l’aspetto di un libro vecchio: una lettura di per sé accattivante, ma S. non si limita a questo. S. è un libro dentro un libro. Ship of Theseus presenta le grafie ben distinte di Eric e Jen che annotano intuizioni e interrogativi lungo i margini, allegano tra le pagine i documenti che ne approfondiscono la ricerca tra le righe e fra un’avventura e l’altra si rivelano attraverso le loro stesse parole. S., dunque, è il racconto di due letture incrociate. S. è un iperlibro.

Non ho una definizione migliore. So che Borges avrebbe adorato questo oggetto meraviglioso (con le sue impeccabili descrizioni di fatti storici mai avvenuti) e con lui tutti gli amanti dei libri e delle storie che raccontano, dei pensieri che ci suscitano e di quanta parte di noi e del nostro immaginario leghiamo ad essi. Con S., Abrams ci regala un’opera sull’avventura di leggere e lo fa con quella sua ipnotica capacità di raccontare che non ti abbandona neanche dopo l’ultima pagina, o l’ultimo episodio.

Aspettiamo di poter leggere presto questa meraviglia in italiano; intanto, ecco una delle anteprime rilasciate sulla rete.

Mangino polvere

Standard
Emilia Dziuba, Smakosz

Emilia Dziuba, Smakosz

Che ci crediate o no, esistono diversi manuali dedicati alla pulizia dei libri e in molti di essi è indicato quello che librai e bibliotecari hanno ormai imparato da tempo: spolverare uno ad uno i libri è un’operazione che non vale nemmeno la pena di cominciare. La loro conformazione, infatti, e i materiali di cui si sostanziano li rendono dei veri e propri ricettacoli per la polvere, specie se rimangono fermi a lungo e magari insieme a tanti altri. La battaglia è persa in partenza, ma siamo sicuri che non sia meglio così?

Da un’altra prospettiva, in effetti, è proprio quanto si accumula su un libro (polvere, tempo, immagini, ricordi, sogni, citazioni, rimandi, ragnatele, etc.) a farne un oggetto culturale, ovvero un catalizzatore di significati condivisi, che, se da una parte esige che altri oltre all’autore vi impegnino il proprio investimento immaginativo, dall’altra è a sua volta il frutto di altri oggetti culturali della cui “polvere” si è inevitabilmente nutrito.

Perciò, possiamo dedurre che un buon libro non sia affatto schizzinoso e che, anzi, di proposito attiri su di sé tutta la polvere che può, molti più granelli di quanti punti esso contenga, dal momento che, lontano da influenze e contaminazioni, esso semplicemente non può esistere, se non nella sua forma materiale di carta, colla, inchiostro. Invece, i libri possiedono un’anima, volatile come la polvere, e una profondità che è data dalla stratificazione della cultura che contribuiscono a creare. Alla fine, l’opera di un singolo si rivela il prodotto della tessitura di molti.

A nessun uomo è dato di comporre
un libro. Perché un libro sia davvero,
occorrono tramonti e aurore, secoli,
armi, e il mare che unisce e che separa.

Jorge Luis Borges, Ariosto e gli arabi

I cavalieri del congiuntivo

Standard
...questo è il dilemma del gatto di Schroedinger.

…è questo il dilemma del gatto di Schröedinger.

Ogni visita alla biblioteca di Babele è un po’ come una passeggiata nel giardino dei sentieri che si biforcano, un’esplorazione delle situazioni umane per mezzo del prisma dell’immaginazione. Attiene alla natura della narrazione, infatti, congiuntivizzare la realtà, ovvero attualizzare i “cosa se…?” e scandagliare i mondi alternativi che ne scaturiscono per gettare una luce nuova su quelli che abitiamo.

Non è, dopotutto, la condizione paradossale della lettura quella di astrarci temporaneamente dal mondo per trovargli un (altro) senso?

Il racconto, perciò, non è mai una finestra trasparente sul reale, poiché possiede una proprietà in-formante, finisce cioè col plasmare la stessa esperienza su cui è plasmato, ottenendo riflessi e riflessioni su quanto è possibile. Va per questo considerato alla stregua di una vera e propria modalità della conoscenza, peraltro basata sul medesimo funzionamento del cervello umano, all’interno del quale il pensiero, muovendosi lungo collegamenti neuronali numerosi come le stelle della Via Lattea, procede e si sviluppa per continui dilemmi.

Proprio in virtù di tale meccanismo, si può allora ben capire come, a vario titolo, ogni narratore sia un “cavaliere del congiuntivo”: ne sia riprova il fatto che, talvolta, alcuni fra questi sognatori riescano persino a prevedere con un certo grado di approssimazione gli sviluppi dell’umanità.

Se ricordate, avevamo già parlato di come Calvino avesse in qualche modo anticipato la scoperta del bosone di Higgs e ulteriori esempi non scarseggiano certo. Basta pensare alla Guida galattica per gli autostoppisti che Douglas Adams descrive nell’omonima “trilogia in cinque libri” (!) e si rinverrà un antesignano dei moderni tablet, oppure dare uno sguardo al modo in cui Don De Lillo, nel suo Cosmopolis, abbia precognizzato l’attuale stato dell’economia mondiale…

A quanto pare, dunque, occorre prestare fede ai racconti. Schliemann, che ne prese alcuni sul serio, riportò alla luce le spoglie della città di Troia, per secoli ritenuta confinata all’invenzione omerica, e restituì la rocca di Ilio alla storia.

Cosa saremmo senza l’ausilio di ciò che non esiste?

Erik Orsenna, I cavalieri del congiuntivo

Vuoti a rendere

Standard

universo Pixar

Che altri si vantino delle pagine che han scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto.

Jorge Luis Borges

Non fu certo la modestia a suggerire all’argentino simili parole, ma la profonda consapevolezza di come la lettura sia un atto creativo, strettamente necessario al testo, che impegna non poco chi lo compie.

Non molto diversamente deve forse, a questo punto, pensarla il blogger Jon Negroni, “uno scrittore” (come ci tiene ad autodefinirsi) che finora ha riscosso il suo più grande successo grazie ad una lettura.

Nello specifico, i testi su cui si è adoperato sono i lungometraggi della Pixar, sui quali ha formulato l’intrigante teoria secondo cui essi apparterrebbero tutti al medesimo universo narrativo e racconterebbero, in filigrana, di una diversa evoluzione del nostro mondo.

Per arrivare a proporre una simile interpretazione, si è basato sul gioco delle citazioni che la Pixar ripropone ad ogni nuova uscita, una peculiarità stilistica cui il pubblico guarda con curiosità, provando a rintracciare di volta in volta le piccole apparizioni di elementi o personaggi tratti da altri film.

Ebbene, dietro questi dettagli Negroni ha provato a indovinare un senso, stabilendo fra di essi dei collegamenti che rivelassero un disegno narrativo più ampio rispetto a quello manifesto. Per farlo, ha dovuto intrecciare da sé questi fili del racconto, destreggiandosi nei vuoti della narrazione: un’operazione non molto dissimile da quella che, in maniera più o meno conscia, tutti noi compiamo ogni volta che leggiamo.

Leggere è un’arte a cui i libri ci iniziano molto più di quanto non crediamo, eppure non si esaurisce certo ad essi. Tutti i mondi che abitiamo, infatti, sono leggibili, a patto che siamo disposti ad investire con la nostra creatività gli spazi vuoti tra i fili dell’intreccio. Parte del piacere del testo risiede proprio in questo.

È ora di accorgersene: pur con lo stesso libro in mano, non leggiamo mai lo stesso testo di un altro!

Coltivando quel particolare piacere dell’intertestualità, Negroni ha letto una storia che, a mio parere, neanche gli stessi narratori sapevano di aver raccontato. Capita. Se vi interessa conoscerla nel dettaglio, potete trovarla qui.