Archivi tag: J.R.R. Tolkien

Not all those who wander are lost

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Segnalibro_Depplain-Graphix

Leggendo,
attraversiamo certe pagine
come candide distese,
deserti fra le cui dune
non rinveniamo per noi
alcunché di speciale.

Senza lasciare impronta alcuna
le lettere ci scorrono dinanzi:
scompaiono ai primi aliti di tempo,
non appena le sfogliamo.

Vaghiamo quindi raminghi
per quelle lande che nulla ci offrono
da ricordare
e ad esse segni del nostro passaggio
non rendiamo.

Né solchi
tracciamo sulla carta,
né troppo a lungo
tra una duna e l’altra
ci accampiamo.

Eppure accade talvolta
che oasi inattese si schiudano
e la scoperta di una sola parola
faccia del libro,
come fa della vita,
un viaggio degno di essere compiuto.

Posiamo allora il nostro bagaglio,
piantiamo un segnalibro
come una tenda:
ecco un altro posto da chiamare
casa.

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Lo Stroncatore (novantadue minuti di applausi)

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emuli di fantozziSono lì da tempo, ad arricchire gli archivi di siti come AmazonIBS anobii, eppure nessuno finora era riuscito a cogliere il genio in essi compreso: parliamo dei commenti dell’utente medio ai grandi classici della letteratura e de Lo Stroncatore, il tumblr che finalmente raccoglie le voci della “critica letteraria ai tempi di internet”.

Non lasciatevi ingannare, lo Stroncatore ha nomi sempre diversi, ma la sua figura è inconfondibile. Mediamente colto, in alcuni casi dichiara persino di essere un professore e si confronta alla pari con i grandi autori del passato, senza guardare in faccia nessuno. Emette giudizi privi della minima incertezza, eppure, malgrado la sua brutalità, sfoggia spesso una tagliente ironia. Insomma, è il paladino del popolo, colui che si scaglia contro tutti gli spocchiosi che scambiano un libro di fama per un classico intoccabile: l’unico eroe che ha il coraggio di alzarsi dalla platea e dichiarare ad alta voce che questo o quel capolavoro in realtà…

è una cagata pazzesca

A differenza di Paolo Villaggio, che con la sua celeberrima battuta criticava il pregiudizio pseudo-intellettuale spesso rivolto a opere di valore universalmente riconosciuto e non certo una delle massime espressioni della narrazione cinematografica, gli odierni emuli di Fantozzi dileggiano a cuor leggero le migliori pagine della letteratura mondiale senza alcun riguardo per il contesto storico in cui sono state scritte.

Privi di una qualsivoglia prospettiva che non sia il piacere immediato, ignorano le differenze basilari fra il romanzo e la narrativa e perciò non esitano a giudicare noioso (nel migliore dei casi) un libro che ad ogni rigo non propini loro un colpo di scena. In altre parole, esprimono il loro legittimo gradimento assumendo un ruolo, quello del critico, per svolgere il quale non possiedono il ben che minimo requisito.

Così, a loro dire, Daniel Defoe avrebbe una “capacità immaginativa e strutturale di massimo sette anni” e la scrittura di Herman Hesse sarebbe “piana e senza guizzi”; Carlo Emilio Gadda avrebbe fatto meglio a fare l’ingegnere, mentre il messaggio di Primo Levi sarebbe  “troppo scontato” e il fantasy di J.R.R. Tolkien “troppo fantasy”; William Shakespeare avrebbe scritto un libro “incapibile” con Amleto e “privo di senso” con Romeo e Giuletta, peggio di Lev Tolstoj che con Anna Karenina se la sarebbe cavata almeno con “una specie di mega Harmony”, etc.. E, naturalmente, le versioni su grande schermo di qualunque opera risultano sempre di gran lunga le migliori.

Verrebbe da chiedersi come mai, con simili presupposti, certa gente si imbarchi in letture del genere. L’ideatore de Lo Stroncatore forse prova a darci una risposta: per farci morire dal ridere!

In realtà, dietro questo tumblr c’è una forte autorialità, che trascendendo la scrittura dei testi emerge attraverso la loro disposizione, affidando all’intreccio il compito di suggerire un’idea o stimolare una riflessione sulla nostra capacità di lettura e sul ruolo che internet può rivestire per una reale diffusione della cultura.

“Novantadue minuti di applausi” a Lo Stroncatore non li toglie nessuno.

La scoperta di Guy Gavriel Kay

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La rinascita di Shen TaiFantasy storico, questo mi mancava.

Se George Martin ha reinventato un genere che languiva negli stereotipi, restituendogli la carica sovversiva che gli è propria e fissando con A song of ice and fire un punto di non ritorno per la letteratura fantastica, l’autore canadese Guy Gavriel Kay regala al fantasy una sfumatura inedita ed estremamente intrigante, capace anch’essa, sia pure a un livello diverso, di dare un senso nuovo e ulteriore al filone narrativo scaturito da Tolkien.

D’altronde, Kay ha goduto del raro privilegio di poter lavorare nell’officina del maestro, avendo coadiuvato (tra il 1974 e il 1975) Christopher Tolkien nella sistemazione di quei testi, ancora inediti alla morte del professore di Oxford, che sono poi confluiti nella pubblicazione de Il Silmarillion. Tale esperienza non può non aver dato un’impronta significativa all’arte di Kay, che da lì a qualche anno avrebbe pubblicato il suo primo romanzo.

Non è, infatti, mai stato un mistero quanto l’universo tolkeniano sia il frutto di un’appassionata tessitura, una reinvenzione, prima ancora che una geniale creazione; ma mentre il maestro trova nella mitologia la fonte del suo Mondo Secondario, l’allievo si rivolge alla Storia e dagli uomini e dai mondi del passato trae linfa il suo raccontare.

Allora perché non dedicarsi direttamente ai romanzi storici? Sul sito riguardante la sua opera, Kay fornisce alcune argomentazioni degne di nota, richiamandosi innanzitutto al gusto di ogni narratore, che desidera essere seguito sul filo che è lui a tendere: se basasse le sue storie su un passato solo leggermente alterato, ciascuno potrebbe in qualche misura prevedere ciò che sta per accadere.

La Storia funziona allora da modello (e non da mera ispirazione, come avviene per Martin) e perciò la stesura di un romanzo è preceduta dallo studio approfondito di un determinato periodo  e della cultura di riferimento: un momento indispensabile del processo creativo in cui la sensibilità dell’uomo e quella dello scrittore (se mai sono distinte) si incontrano in modo particolare.

Sensibilità che a Kay non sembra far difetto. Egli, ad esempio, sceglie di non avvalersi di figure storiche non solo allo scopo di liberare da ogni vincolo la sua immaginazione, ma anche per non sfruttare indebitamente la fama di una persona realmente esistita, trasferendone sulla pagina un’immagine pretestuosa e magari fuorviante.

Risiede altrove, dunque, il senso del guardare al passato per rielaborarlo attraverso un’opera di finzione e riguarda, più che la ricerca di suggestioni esotiche, una concezione della Storia cara a studiosi come Marc Bloch e Edward Carr, che in essa rintracciavano la chiave per comprendere il presente. Ben lo esprime Kay con una frase rivelatoria del suo modo di raccontare:

Using the fantastic as a prism for the past, done properly, means a tale is universalized in powerful ways.

Il fantastico come prisma per guardare il passato per cogliere l’umanità universale racchiusa in esso e parlarne a tutti, poiché è patrimonio comune. Non è un caso che tanti lettori da diverse parti del mondo abbiano scritto all’autore, cercando conferme sul fatto di essere effettivamente loro (e la loro attuale condizione sociale e politica) l’oggetto delle sue narrazioni.

D’altra parte, questa sorta di universalizzazione non si traduce affatto in un appiattimento dei personaggi, modellati magari su archetipi in cui ciascuno si possa facilmente riconoscere. Anzi, sono proprio i personaggi, insieme all’originale ambientazione (la Cina dell’VIII secolo), il punto di forza dell’ultimo romanzo di Kay ad essere stato tradotto nel nostro paese, La rinascita di Shen Tai.

Pur non sempre particolarmente vividi (la voce dello storico interferisce a volte con quella del poeta e del narratore, creando un effetto didascalico), essi sono tuttavia del tutto singolari e sfaccettati, dotati di una psicologia complessa e raccontati in modo onesto da un autore che non invita mai il lettore a prendere le parti e dedica anche alle figure meno rilevanti cura e spazio perché acquisiscano il giusto spessore.

Purtroppo, in Italia Kay è poco tradotto e perlopiù fuori catalogo. Se per me sarà comunque un piacere continuare a leggerlo anche in lingua originale non posso che ringraziare chi in maniera tanto appassionata mi ha invitato alla scoperta di Guy Gavriel Kay.

Ci vuole la giusta artitudine…

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Terry Border, Giulio Cesare

Ci sarà un motivo se Terry Border si definisce nell’ordine: umorista, fotografo, terrestre. Desumendo (dall’ultima voce) che si tratti di una descrizione dallo specifico al generico, potremmo allora considerarlo anzitutto una persona di spirito e, in quanto anche fotografo, un artista, poiché rappresenta la vita segreta degli oggetti munendoli di… arti.

Terry Border, Odissea

Gli basta qualche pezzo di fil di ferro (e a volte neanche quello) per dare vita ai suoi “oggetti piegati”, spassosissimi quadretti in cui possiamo guardare in modo davvero diverso dal solito a tappi, lampadine, banane, noccioline, palline, scatolette… e libri, naturalmente, libri.

Terry Border, Il signore degli anelli

Quasi a dire: “Ehi, anche in un rotolo di carta igienica c’è una storia, basta saperla immaginare!” Ma non è forse quello che ci ricordano ogni giorno questi adorabili parallelepipedi di carta, colla, inchiostro e sogni?

Terry Border, I viaggi di Gulliver

Terry Border, Dracula

Terry Border, 1984

Terry Border, La bisbetica domata

La desolazione di Smaug

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La desolazione di Smaug

Permettetemi di dirlo con un luogo comune: mai titolo fu più azzeccato. È infatti davvero desolante assistere per più di due ore e mezzo all’imbarbarimento cui viene sottoposto non solo l’originario materiale tolkeniano, ma persino la trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli,della quale questa seconda vuole essere il prequel.

Sta tutto qui, se vogliamo, l’errore di Peter Jackson: non tenere in debito conto come Lo Hobbit Il Signore degli Anelli, per quanto opere ambientate nel medesimo universo narrativo e dotate di una certa continuità cronologia, siano del tutto incongruenti fra loro rispetto ai toni del racconto. Da tale fraintendimento discendono tutti i difetti che affossano il film e il progetto narrativo in cui è inserito.

Intendiamoci, la messinscena è come sempre sontuosa (sia pure quasi per intero votata alla spettacolarizzazione); è piuttosto la sceneggiatura, con le licenze che si concede rispetto allo spirito dell’opera a cui si ispira, a risultare evidentemente fallace, inciampando nel tentativo di assumere il respiro epico della prima trilogia e, al contempo, mandando all’aria l’atmosfera fiabesca per cui la storia de Lo Hobbit è stata congegnata. Il risultato è un’avventura fracassona, magari bella da vedere, ma privata di ogni vena lirica; un’avventura, oltretutto, che non riesce mai davvero a far trepidare per i suoi protagonisti e da cui, da un punto di vista metadiegetico, più o meno tutti i personaggi vengono fuori abbastanza malconci.

Non sono qui in discussione le modifiche o le aggiunte (libro e film sono sempre opere autonome e distinte), bensì il loro senso all’interno della storia. L’inserimento di un nuovo personaggio può anche andare più che bene, a patto che il solo scopo non sia il mantenimento delle quote rosa o la presenza di una storia d’amore tanto pretestuosa quanto improbabile. L’inserimento di un nuovo personaggio può anche andare più che bene, a patto che poi si riescano a gestire le inevitabili conseguenze a livello di trama.

Conseguenze che, tra l’altro, comportano un Legolas (!) algido e innamorato e, soprattutto, tre nani che per spirito di solidarietà rinunciano a vedere le avite porte di Erebor! Non potrebbero fare altrimenti, inchiodati come sono a Pontelagolungo dalle stesse esigenze di trama che riducono gli orchi a esseri tanto brutti quanto innocui, capaci finora, in più di cinque ore di assalti, soltanto di ferire un nano (peraltro per le necessità di cui sopra) e per il resto sottoposti alle gratuite crudeltà di elfi acrobati e prestigiatori.

E gli altri non se la passano certo meglio. Se già Tolkien può sembrare per certi versi manicheo nella distinzione fra bene e male, Jackson opera un tale appiattimento nella psicologia dei personaggi da eliminare ogni sfumatura di grigio. Se da una parte Bilbo si rivela lo scassinatore provetto che toglie praticamente in ogni occasione le castagne dal fuoco alla compagnia, dall’altra del carisma di Thorin Scudodiquercia non c’è traccia evidente, mentre sulla pochezza del resto dei nani è meglio stendere un velo pietoso.

Purtroppo, una trama così rattoppata finisce per rovinare anche il tessuto della mitologia della Terra di Mezzo, in particolare in riferimento alla figura del Negromante e al lento rinfocolarsi delle sue forze. Qualcuno davvero è stato sorpreso di scoprire Sauron dietro questa minaccia? Lascia più basiti sentirlo parlare in modo comprensibile e vederlo duellare con Gandalf con dinamiche a dir poco imbarazzanti. Senza contare l’anomale circostanza per cui Gandalf il Grigio, il quale si dovrà portare all’inferno un Balrog di Morgoth pur di fermarlo, riesce a tenere testa all’Oscuro Signore di Mordor con relativa facilità.

Le perplessità sarebbero ancora tante. Che interesse ha Sauron nel disperdere le proprie risorse nell’ostacolare la cerca di Thorin e della sua gente? Perché Radagast deve apparire proprio così rincitrullito? Che senso ha mettere in bocca a un personaggio di Tolkien un’allusione volgare a ciò che porta nei pantaloni? A quale scopo complicare tanto la situazione di Pontelagolungo? Non si poteva scegliere, per Bard, un attore che ricordasse di meno Orlando Bloom? Etc.

In conclusione, il drago rappresenta la perfetta metonimia del film: tanto atteso e suggestivo, ma solo fino a quando non si rivela incredibilmente moscio e prolisso.

Chi trova un drago trova un tesoro

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Alan Lee, Smaug

Alan Lee, Smaug

Ce lo insegnano i vecchi racconti, da I NIbelunghiLo Hobbit: quando un drago, un drago vero, sbarra la strada all’eroe, allora questi è certo di essere di fronte alla prova suprema, all’ultimo baluardo da abbattere per conquistare il tesoro alla fine del suo percorso.

Nella vita di tutti i giorni, però, non teniamo spesso a mente questa lezione. Di eroi se ne vedono pochi e di draghi neanche a parlarne, così diventa difficile riconoscere la strada che conduce alle avventure più grandi, quelle tanto più rischiose quanto più importante è la posta in palio.

In realtà, se non ci sembra di vedere in giro un eroe è perché noi stessi siamo i protagonisti della nostra storia e la paura è il drago che ogni giorno ci troviamo a fronteggiare. Ci blocca, ci sfida, ci mette alle strette.

Respinge i nostri assalti e devia i nostri passi, eppure la bestia non può fare a meno di rivelare ad occhi attenti la propria evidenza: è il segnale inequivocabile che alle sue spalle giace qualcosa di prezioso. Ci dice che siamo sulla strada giusta, vicini ad una nuova felicità; che quel passaggio va affrontato.

È la lezione dei vecchi racconti: chi trova un drago trova un tesoro.

Hic sunt dracones

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hic sunt dracones

Ci sono segnalibri fedeli come una nave al suo capitano. Libro dopo libro, solcano la spuma delle pagine, gettando l’ancora in porti sempre più lontani, finché prima o poi non finiscono per naufragare contro una quarta di copertina o si inabissano in qualche cassetto.

Ci sono segnalibri inutili e preziosi, come biglietti di un treno che è già passato. Ormai inservibili per un nuovo viaggio, rimangono quali pegni dell’avventura vissuta con il libro: sono legati ad esso, adagiati tra le sue pagine, a segnare un passaggio, a distinguerlo dai tanti che su quella stessa tratta si avvicendano.

Ci sono segnalibri inamovibili come lapidi. Restano inchiodati nella carta, indicando il fallimento della spedizione per la quale erano stati ingaggiati. Inghiottiti dalle pagine di libri abbandonati per sempre, monito per chiunque pensi di ritentare l’impresa. Hic sunt dracones sembrano dire, con la stessa dicitura utilizzata nelle mappe antiche per descrivere i territori più estremi di cui nulla si poteva immaginare, se non che fossero abitate da mostri.

Hic sunt dracones: pagine e pagine di lande sconosciute oltre quel segnalibro, un attraversamento da cui siamo stati vinti come la Compagnia dell’Anello dalle nevi del Caradhras. Altri viandanti ne riportavano notizie, sostenevano si trattasse di un viaggio imperdibile, “alla nostra portata” testimoniavano; eppure noi abbiamo desistito, ci siamo trascinati fin quanto potevamo e quando non siamo più riusciti ad avanzare oltre abbiamo abbandonato il segnalibro tra le grinfie della carta.

Non una situazione poi così rara, vero? Come si premurano di ricordarci lettori del calibro di Calvino e Pennac, interrompere o sospendere una lettura è un diritto che possiamo esercitare a piacimento, visto che cambiare strada non è sempre una fuga o un insuccesso.

Nel mio personale cimitero degli elefanti giacciono, ad esempio, Ulisse di James Joyce e Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse, fra le cui righe ho pure pescato amuleti, senza però mai riuscire ad afferrare i fili più saldi dell’intreccio narrativo.

Essi tuttavia rappresentano una sfida. Come già accaduto altre volte, attendono solo il loro momento: verrà un giorno in cui tenterò di nuovo di riscattare i segnalibri che tengono in ostaggio.