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Sense8

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sense8Una canzone d’improvviso ti frulla per la testa e non puoi fare a meno di canticchiarla. Una tristezza inconsolabile ti avvolge senza alcuna ragione. Scoppi di felicità e non sai perché. Avverti il gelido scroscio della pioggia nel bel mezzo di una giornata di sole. Senti le voci.

La tua mente sta andando a rotoli? No, secondo i fratelli Wachowski e J. Michael Straczynski (già sceneggiatore di ChangelingBabylon 5) si sta solo espandendo.

Probabilmente, solo l’epoca dei social networks avrebbe potuto suggerire agli autori di Sense8 – serie tv targata Netflix – un’idea tanto semplice quanto intrigante: otto persone sparse per il globo, che non si conoscono ed hanno poco o nulla in comune, scoprono pian piano di essere connesse fra loro da uno straordinario legame empatico, che consente loro di contattarsi e condividere emozioni e sensazioni meglio di quanto la più aggiornata versione di facebook potrà mai fare.

Una sorta di sensibilità estrema che irrompe nelle loro vite dapprima come un impaccio. Ciascuno degli otto, infatti, è alle prese con guai personali di varia natura e gli eventi bizzarri (talvolta persino comici) a cui vanno incontro rischiano di peggiorare la situazione. Il ritmo della narrazione si rivelerà poi un crescendo, tuttavia la lentezza dei primi episodi lascia presagire allo spettatore impaziente personaggi e ambientazioni piuttosto scontati, se non addirittura stereotipati.

Il che risulta anche condivisibile, stando almeno al punto di partenza di ciascuno degli otto. A rendere sempre più avvincente il racconto, però, oltre al congegno narrativo dell’empatia (e alla trama fantascientifica ad esso sottesa), è la giustapposizione dei diversi contesti culturali nonché dei generi ad essi legati. Ciò che nasce come il classico caso di coscienza del classico poliziotto americano, o come la contraddizione di un attore messicano che interpreta ruoli da duro essendo di tutt’altra pasta nella vita di tutti i giorni, o ancora come i dubbi di una promessa sposa indiana nella cornice di un matrimonio in perfetto stile “bollywoodiano” (e via dicendo) diventa pian piano un originale mosaico che esalta l’alternanza dei toni e la composizione dei punti di vista.

Tema cruciale quello della diversità (esplorata a diversi livelli ma forse soprattutto nella sfera sessuale, con l’evidente accento autobiografico di Lana Wachowski) che sfocia in momenti di straziante liricità, come in particolare la sequenza finale del quarto episodio (dal titolo What’s going on?, da subito un cult tra gli appassionati) e quella in coda al episodio numero dieci, What is human?.

A fare da contraltare, fughe adrenaliniche e momenti di quotidianità, siparietti ironici e confronti esistenziali, il tutto condito da una colonna sonora da urlo. Al netto di un paio di scene poco credibili, la prima stagione Sense8 si rivela un prodotto innovativo, capace di tenere incollati allo schermo soprattutto perché incentrato sui personaggi, con la trama orizzontale a srotolarsi sullo sfondo. Inevitabilmente, quest’ultima prima  o poi verrà in primo piano: vedremo in che modo gli autori saranno in grado di gestirla mantenendo vivo l’interesse per le vite e le scelte degli individui e del gruppo.

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