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Il racconto del racconto dei racconti

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Il racconto dei raccontiUn acrobata su un filo infuocato. L’inquadratura con cui si chiude Il racconto dei racconti rimanda senz’altro alla scena iniziale dei buffoni di corte, nonché al principio di equilibrio (“una vita per un’altra”) enunciato dal negromante come legge fondamentale del mondo fiabesco. Più di tutto, però, proprio sottolineando l’unico elemento di coesione del film, ne denuncia la pecca più grande: l’esiguità della struttura narrativa.

Per essere una riduzione cinematografica de Lo cunto de li cunti, ovvero una raccolta di cinquanta fiabe dai temi complessi, contenute in un racconto-cornice e disposte in giornate secondo il modello del Decamerone, il film di Garrone non solo risulta confusionario nell’introdurre i vari protagonisti, ma lega in modo molto blando le tre vicende, che fa succedere sullo scherma senza che il loro intreccio suggerisca un senso unitario.

A mancare, insomma è una certa autorialità – ed è davvero ironico considerando il titolo. Non c’è nulla di avvincente e ben poco di suggestivo; dalla trama non emerge alcun significato complessivo, fosse anche soltanto estetico, né una determinata visione del mondo: non è questo raccontare.

Gli evidenti problemi di scrittura finiscono per eclissare anche i meriti del film, che riguardano in primo luogo la fotografia e la fattura di scene come quella del drago marino o del pipistrello gigante, ma soprattutto concernono l’attenzione riservata al materiale folclorico italiano, vero e proprio scrigno di storie che meritano di essere tramandate e rinnovate.

Il racconto dei racconti prova a farlo con la qualità e il respiro di una produzione internazionale e gli perciò va dato atto di aver riaperto una strada importante, che altri possono intraprendere, magari più consci di quanto quei racconti abbiano ancora da dire ai giorni nostri. Farebbe bene a chi volesse tentare l’impresa una lettura dell’introduzione di CalvinoFiabe italiane:

Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d’un destino: la giovinezza, dalla nascita, che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, tutto: la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e poi subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste.

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Il decennio d’uno scrutatore d’umanità

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L’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

La giornata d'uno scrutatoreFa uno strano effetto scoprire solo ora una parte del Calvino migliore e ancor di più non scoprirla tra le sue pagine fantastiche, che forse, d’altro canto, conosciamo meglio.

È invece un autore calato in una realtà strettissima quello che scrive La giornata d’uno scrutatore. Tanto lontano dal suo noto sperimentalismo, da temere che la preponderanza della riflessione sull’azione possa far pensare al saggio piuttosto che al romanzo. Tanto ancorato al dato circostante, da scegliere per il suo protagonista un nome – Amerigo – che si rivela sin da subito un trasparente alter ego per l’autore stesso.

Elezioni politiche del ’53: Italo/Amerigo, in qualità di scrutatore e intellettuale devoto alla causa del Partito Comunista, trascorre un’intera giornata al “Cottolengo” di Torino, impegnato a far sì che i voti di coloro che sono chiaramente incapaci di intendere e  volere non finiscano per gonfiare in modo illegittimo il consenso della DC. Accade però che le figure dei diversamente abili che incrocia in quello che appare a tutti gli effetti un mondo a parte, una città nella città, senza saperlo mettano in crisi il suo sistema di valori, la sua stessa idea di umanità, segnalando via via tutte le incongruenze della sua utopia.

Se il solo mondo al mondo fosse il “Cottolengo”, pensava Amerigo, senza un mondo di fuori che, per esercitare la sua carità, lo sovrasta e schiaccia e umilia, forse anche questo mondo potrebbe diventare una società, iniziare una sua storia…
Di una diversa possibilità d’essere dell’umanità ci si ricorderebbe come nelle favole, d’un mondo di giganti, un Olimpo… Come capita a noi: che forse siamo, senza rendercene conto, deformi, minorati, rispetto a una diversa possibilità d’essere, dimenticata…
E più la possibilità che il “Cottolengo” fosse l’unico mondo possibile lo sommergeva, più Amerigo si dibatteva per non esserne inghiottito, il mondo della bellezza svaniva all’orizzonte delle realtà possibili come un miraggio e Amerigo ancora nuotava nuotava verso il miraggio, per riguadagnare questa riva irreale…

Italo/Amerigo è dunque un uomo che si lascia mettere in scacco dalla realtà, che le consente di scandalizzarlo e di interrogarlo, di innescare quel rovello interiore di cui La giornata d’uno scrutatore rappresenta soltanto il prodotto ultimo.

Ad Italo occorre una travagliato decennio per raccontarci la giornata di Amerigo, ma naturalmente è vero anche il contrario: è la giornata di Italo (realmente vissuta, in due occasioni, nel 1953 e nel 1961) a segnare il decennio di Amerigo, il tempo evidentemente necessario a prendere le distanze dal dato stringente e stemperare le invettive democristiane; approfondire con umiltà e consegnare ai lettori questo straordinario scrutatore d’umanità.

Anche l’ultima città dell’imperfezione ha la sua ora perfetta, pensò lo scrutatore, l’ora, l’attimo, in cui in ogni città c’è la Città.

Estratti di zoologia fantastica/4

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cronopio

Più che esseri immaginari: due immagini dell’essere.

cronopios e i famas sono una felice creazione dello scrittore argentino Julio Cortázar, protagonisti (assieme alle esperanzas) di brevi storie in cui vivono le situazioni del quotidiano attraverso il filtro della loro sensibilità del tutto particolare.

Tutto ciò che sappiamo su di loro lo apprendiamo appunto da questi piccoli apologhi un po’ strampalati, i quali mettono in luce soprattutto gli atteggiamenti di queste creature (e di quella sorta di mediazione fra gli opposti che sono le esperanzas).

Nel descriverne la genesi, Cortázar sembra fare riferimento a un’esperienza comune ai bambini, quando chiedono invano alla madre cosa siano le scie gialle, i lampi verdi e i punti arancioni che vedono quando strizzano gli occhi e che talvolta persino rimangono sospesi per un po’ davanti a loro quando li riaprono. A lui capita a Parigi, a teatro, durante l’intervallo fra due atti.

Stavo dunque seduto e all’improvviso ho visto (ma mi domando se bisogna prendere il verbo nel suo significato direttamente sensoriale o se si è trattato di una visione d’altro ordine, come la visione che tu puoi avere quando chiudi gli occhi o quando evochi qualche cosa che vedi nel ricordo), ho dunque visto fluttuare nella sala degli oggetti di colore verde, sorta di piccole palle verdi che facevano evoluzioni intorno a me… E insieme all’apparizione di quegli oggetti verdi, che sembravano gonfiati come piccoli palloni, come rospi, o animali del genere, m’è venuta l’idea che quelli erano Cronopios. La parola e la visione mi sono arrivate simultaneamente.

"Cronologicamente, il primo cronopio è stato Louis [Armstrong]" (Julio Cortàzar, foto di Alberto Jonquieres)

“Cronologicamente, il primo cronopio è stato Louis [Armstrong]” (Julio Cortázar, foto di Alberto Jonquieres)

È stato comunque Calvino (grande sponsor di Cortázar presso Einaudi e grazie al quale gli scritti dell’argentino sono approdati in Italia) a offrire la descrizione più nota ed efficace di queste “due genìe d’esseri”:

Dire che i cronopios sono l’intuizione, la poesia, il capovolgimento delle norme, e che i famas sono l’ordine, la razionalità, l’efficenza, sarebbe impoverire di molto, imprigionandole in definizioni teoriche, la ricchezza psicologica e l’autonomia morale del loro universo. Cronopios famas possono essere definiti solo dall’insieme dei loro comportamenti. I famas sono quelli che imbalsamano ed etichettano i ricordi, che bevono la virtù a cucchiaiate col risultato di riconoscersi l’un l’altro carichi di vizi, che se hanno la tosse abbattono un eucalipto invece di comprare le pasticche Valda. I cronopios sono coloro che, se si lavano i denti alla finestra, spremono tutto il tubetto per veder volare al vento festoni di dentifricio rosa; se sono dirigenti della radio fanno tradurre tutte le trasmissioni in rumeno; se incontrano una tartaruga le disegnano una rondine sul guscio…

E voi, siete più cronopios o famas?

[Precedenti estratti: la Fama, il colombre, i croccamauri.]

La voce dello scrittore

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Stai leggendo o stai fantasticando? Tanta suggestione hanno dunque su di te le affabulazioni di un grafomane?

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

Dopo il trionfale successo della saga di Harry Potter, J.K. Rowling ha deciso di smarcarsi dal ruolo di scrittrice per ragazzi dando alle stampe un titolo, Il seggio vacante, destinato ai lettori adulti. L’operazione non deve essere andata secondo le previsioni, visto che per la successiva pubblicazione la scrittrice inglese si è servita di uno pseudonimo, quasi a voler ricominciare da capo la sua avventura narrativa, priva dell’ingombro del famoso maghetto. Qualcuno, però, le ha rovinato l’esperimento, rivelando a tutti come dietro la facciata dell’esordiente fittizio Robert Galbraith si celasse in realtà la mano di un’autrice ben più nota e amata. Il sospetto di una trovata pubblicitaria è forte (e in effetti le vendite de Il richiamo del cuculo si sono impennate), ma la Rowling si dice furiosa per l’accaduto: a tradirla sarebbe stato proprio il suo stile di scrittura, per mezzo del quale alcuni critici l’avrebbero riconosciuta.

Se, infatti, ogni comune parlante ha il suo proprio idioletto, ovvero un modo distintivo con cui fa uso della lingua, tanto più chi scrive per professione sviluppa una voce originale per la quale può essere riconosciuto e apprezzato. Si tratta, certo, di una voce del tutto particolare, senza suono, poiché passa dagli occhi invece che per le orecchie: spesso si legge e non si pronuncia. Un linguaggio dunque visuale, come esplicitato da Calvino rispondendo alla domanda “come si legge il nome Qfwfq?”: non si legge, si vede.

Eppure, mi sono sempre chiesto quale fosse il suono della voce di quei narratori capaci di affascinarmi così tanto il loro racconto, come fosse la loro parlata, con quale inflessione, con quale cadenza abbiano raccontato a sé e ai vicini le storie che avrebbero steso sulla pagina. Non conosceremo mai la voce di Omero, Tasso, Shakespeare o Dumas, ma almeno per i nostri contemporanei godiamo di questo privilegio.

Curiosi di conoscere Calvino con le orecchie? Godetevi questa breve intervista.

I cavalieri del congiuntivo

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...questo è il dilemma del gatto di Schroedinger.

…è questo il dilemma del gatto di Schröedinger.

Ogni visita alla biblioteca di Babele è un po’ come una passeggiata nel giardino dei sentieri che si biforcano, un’esplorazione delle situazioni umane per mezzo del prisma dell’immaginazione. Attiene alla natura della narrazione, infatti, congiuntivizzare la realtà, ovvero attualizzare i “cosa se…?” e scandagliare i mondi alternativi che ne scaturiscono per gettare una luce nuova su quelli che abitiamo.

Non è, dopotutto, la condizione paradossale della lettura quella di astrarci temporaneamente dal mondo per trovargli un (altro) senso?

Il racconto, perciò, non è mai una finestra trasparente sul reale, poiché possiede una proprietà in-formante, finisce cioè col plasmare la stessa esperienza su cui è plasmato, ottenendo riflessi e riflessioni su quanto è possibile. Va per questo considerato alla stregua di una vera e propria modalità della conoscenza, peraltro basata sul medesimo funzionamento del cervello umano, all’interno del quale il pensiero, muovendosi lungo collegamenti neuronali numerosi come le stelle della Via Lattea, procede e si sviluppa per continui dilemmi.

Proprio in virtù di tale meccanismo, si può allora ben capire come, a vario titolo, ogni narratore sia un “cavaliere del congiuntivo”: ne sia riprova il fatto che, talvolta, alcuni fra questi sognatori riescano persino a prevedere con un certo grado di approssimazione gli sviluppi dell’umanità.

Se ricordate, avevamo già parlato di come Calvino avesse in qualche modo anticipato la scoperta del bosone di Higgs e ulteriori esempi non scarseggiano certo. Basta pensare alla Guida galattica per gli autostoppisti che Douglas Adams descrive nell’omonima “trilogia in cinque libri” (!) e si rinverrà un antesignano dei moderni tablet, oppure dare uno sguardo al modo in cui Don De Lillo, nel suo Cosmopolis, abbia precognizzato l’attuale stato dell’economia mondiale…

A quanto pare, dunque, occorre prestare fede ai racconti. Schliemann, che ne prese alcuni sul serio, riportò alla luce le spoglie della città di Troia, per secoli ritenuta confinata all’invenzione omerica, e restituì la rocca di Ilio alla storia.

Cosa saremmo senza l’ausilio di ciò che non esiste?

Erik Orsenna, I cavalieri del congiuntivo

Hic sunt dracones

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hic sunt dracones

Ci sono segnalibri fedeli come una nave al suo capitano. Libro dopo libro, solcano la spuma delle pagine, gettando l’ancora in porti sempre più lontani, finché prima o poi non finiscono per naufragare contro una quarta di copertina o si inabissano in qualche cassetto.

Ci sono segnalibri inutili e preziosi, come biglietti di un treno che è già passato. Ormai inservibili per un nuovo viaggio, rimangono quali pegni dell’avventura vissuta con il libro: sono legati ad esso, adagiati tra le sue pagine, a segnare un passaggio, a distinguerlo dai tanti che su quella stessa tratta si avvicendano.

Ci sono segnalibri inamovibili come lapidi. Restano inchiodati nella carta, indicando il fallimento della spedizione per la quale erano stati ingaggiati. Inghiottiti dalle pagine di libri abbandonati per sempre, monito per chiunque pensi di ritentare l’impresa. Hic sunt dracones sembrano dire, con la stessa dicitura utilizzata nelle mappe antiche per descrivere i territori più estremi di cui nulla si poteva immaginare, se non che fossero abitate da mostri.

Hic sunt dracones: pagine e pagine di lande sconosciute oltre quel segnalibro, un attraversamento da cui siamo stati vinti come la Compagnia dell’Anello dalle nevi del Caradhras. Altri viandanti ne riportavano notizie, sostenevano si trattasse di un viaggio imperdibile, “alla nostra portata” testimoniavano; eppure noi abbiamo desistito, ci siamo trascinati fin quanto potevamo e quando non siamo più riusciti ad avanzare oltre abbiamo abbandonato il segnalibro tra le grinfie della carta.

Non una situazione poi così rara, vero? Come si premurano di ricordarci lettori del calibro di Calvino e Pennac, interrompere o sospendere una lettura è un diritto che possiamo esercitare a piacimento, visto che cambiare strada non è sempre una fuga o un insuccesso.

Nel mio personale cimitero degli elefanti giacciono, ad esempio, Ulisse di James Joyce e Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse, fra le cui righe ho pure pescato amuleti, senza però mai riuscire ad afferrare i fili più saldi dell’intreccio narrativo.

Essi tuttavia rappresentano una sfida. Come già accaduto altre volte, attendono solo il loro momento: verrà un giorno in cui tenterò di nuovo di riscattare i segnalibri che tengono in ostaggio.

Epigoni di Penelope

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penna filografica

Per quel che ne so, è proprio il filo nero che esce da quella punta di scettro da poche lire la strada che m’ha portato fin qui…

Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati

Quando abbiamo incontrato Jekyll e Hyde per la prima volta, neanche a dirlo, litigavano: una lotta tragica e inestricabile la loro. L’odio e il rancore li separano e li accomunano, l’uno non può esistere senza l’altro, morto uno morto l’altro, perciò ciascuno di loro non fa che combattere contro se stesso. Ma, ecco il punto, ci siamo mai chiesti quale sia il nodo della loro disputa? Si contendono, pensa un po’, il primato della creazione di quel classico personaggio che è Robert Louis Stevenson.

C’è una parte dell’io che dà forma ai personaggi a cui sono i personaggi a dare forma.

Così, dopo secoli di dibattito sulla cosiddetta “questione omerica”, tutto ciò che sappiamo sull’aedo è ciò che emerge dall’intrecciarsi dei suoi racconti. Di quanto possiamo errare, allora, nel sostenere che sia Penelope l’immagine che più si addice ad Omero, ad ogni omero?

Potremmo allora dire che gli autori della biblioteca di Babele sono gli epigoni di Penelope, continuamente tesi nell’atto di tessere e ritessere storie per sfidare l’incomprensibilità del proprio vissuto e provare a comprenderlo nella maglie della sua stessa trama.

È l’umano talento narrativo che ci fa trovare un senso alle cose anche quando non sembrano averlo. Esso è talmente radicato in noi, ce ne nutriamo a tal punto, che giungiamo a tramutare le situazioni narrative classiche in paradigmi per l’esperienza.

Attraverso la letteratura in modo privilegiato (ma in generale con ogni narrazione), l’uomo cerca e ricrea la propria identità, poiché il è un prodotto del nostro raccontare o non una qualche essenza nascosta da scoprire scavando nei recessi della soggettività.

Una simile impresa, tuttavia, rimarrà incompiuta se portata avanti nel segreto. Ogni narratore, che gli piaccia o no, è sempre in attesa di qualcun altro, un lettore che completi la tessitura.

Proprio come Penelope.