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Cari mostri di Stefano Benni

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Cari mostri

Se davvero c’è una creatura spaventosa che si aggira fra queste pagine, è proprio lui, il vecchio Lupo, che semina di tanto in tanto tracce della sua passata grandezza: qui un ciuffo di peli ingrigito, là solchi di artigli e l’eco garrula di folli ululati…

Non ce ne voglia Stefano Benni, ma in Cari mostri si fatica a riconoscere lo stile immaginifico con cui ha appassionato i suoi lettori, l’umorismo sguaiato, i personaggi esagerati, la grottesca affabulazione. E a spaventare è tanta pochezza.

Nella sua veste editoriale, Cari mostri è presentata come una raccolta di racconti incentrata sul tema della paura. Feltrinelli ci promette un Benni alle prese con un genere per lui inedito, impegnato a sperimentare con le diverse declinazioni dell’orrore, a contaminarle con i propri stilemi, magari per insinuare che in fondo la vera mostruosità si cela negli uomini, in coloro che sono schiavi della tecnologia come negli adolescenti troppo presi dai loro idoli, nei burocrati e nei plutocrati, nei musicisti e nei religiosi, nei fanatici, negli arrivisti e via discorrendo.

Poco o nulla di tutto ciò traspare dal libro. Dei brividi preannunciati nemmeno l’ombra. La verità è che Cari mostri è uno di quei regali dall’incarto voluminoso, che creano attese del tutto immotivate rispetto al loro reale contenuto. La raccolta si dimostra infatti disomogenea quanto a contenuti, stile e persino qualità, quasi fosse – e a mio parere lo è, eccome – una miscellanea di testi senza migliore collocazione.

Che sia stato l’editore a creare questa confezione a dir poco fuorviante (ben sapendo che il nome sulla copertina avrebbe attirato gli appassionati) o lo stesso autore a “vendere” la raccolta già così composta, di certo il risultato finale suona un po’ troppo di raggiro per chi legge, soprattutto se la qualità dei racconti è così altalenante da lasciare interdetti in alcuni casi, particolarmente nella prima parte.

L’apertura affidata a Cosa sei?, ad esempio, riprende il tòpos del bizzarro negozio di animali in cui il protagonista scova una creatura sconosciuta ai più (un inizio un po’ alla Gremlins per intenderci), ma lo sviluppa senza mai discostarsi nemmeno per un attimo dal già visto, già sentito, il che è alquanto grave per uno scrittore come Benni.

Se partendo dal medesimo luogo comune Martin ha raggiunto ben altre vette con il suo I re di sabbia, è altrettanto impietoso il confronto con il Buzzati di Sette piani a cui l’autore sembra (involontariamente?) rifarsi in Numeri, senza peraltro ottenere lo stesso effetto perturbante.

I testi convolati in Cari mostri, in fin dei conti, appaiono da un lato come esercizi di stile non troppo riusciti e dall’altro come piccoli omaggi: sottotraccia troviamo il già citato Buzzati e l’ombra di Borges (Verso casa, La Parola), mentre direttamente in scena ci sono almeno un paio di presenze sorprendenti, che per ovvi motivi eviterò di menzionare.

Ad una di esse, in ogni caso, è dedicato il racconto più riuscito dell’intero lotto, ovvero L’Uomo dei Quadri. Raffinato e suggestivo, è quello da cui sono tratti la quarta di copertina del libro (uno degli elementi che contribuiscono al fraintendimento dell’opera), nonché l’esergo in fondo a questa rilettura.

Per il resto, la raccolta è completata da composizioni per nulla all’altezza del loro autore (Il mercante Lotto 165 su tutte), altre invece godibili (come Voodoo ChildReset Hotel del Lago) e altre ancora in cui l’impronta del vecchio Lupo è ben evidente (leggi: L’ispettore MitchCompagni di bancoPolpaLa storia della strega Charlotte).

Il genio? Una maledizione invocata dagli stupidi.

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Spoiler is coming

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no-look spoiler

Con la stagione appena conclusa, Game of Thrones sembra aver innescato in maniera definitiva quel processo di desatellizzazione da A Song of Ice and Fire che finalmente ne precisa la natura, definendosi non più (se mai lo è stata) come la trasposizione televisiva della saga di George R. R. Martin, ma come un racconto seriale che da essa trae solo lo spunto.

A dire il vero, già nelle scorse annate era stato possibile individuare delle divergenze fra le due narrazioni, differenze più o meno significative che inizialmente parevano riconducibili a questioni di adattamento nel passaggio da un medium all’altro e che in seguito si sono rivelate il frutto delle scelte (quasi sempre opinabili) operate dai due showrunner, David Benioff e D.B. Weiss, i quali – è bene ribadirlo – non solo conoscono a grandi linee la conclusione della storia, ma godono di una pressoché totale autonomia di intervento sull’originario materiale narrativo. Martin, pur scrivendo un episodio all’anno, non è che un semplice consulente.

Inevitabilmente, con il progredire e il complicarsi della storia, i cambiamenti apportati dagli autori televisivi hanno finito per generare il cosiddetto “effetto farfalla“, piccole difformità che conducono a conseguenze di portata imprevista. Fino alla quarta stagione, tuttavia, le modifiche operate sono state perlopiù all’insegna della semplificazione (con un conseguente, notevole impoverimento della qualità del racconto) e laddove sono state introdotte delle novità lo stravolgimento da queste causato non ha comunque spostato l’orizzonte della narrazione.

Personaggi ed eventi del tutto inventati non hanno infatti sortito il medesimo effetto di questa scena, con cui si è concluso il quarto episodio della quarta stagione, “Oathkeeper“:

Per la prima volta dopo quattro anni, guardando la serie i lettori non si sono trovati difronte all’ennesima variazione rispetto al libro, ma a quella che a tutti gli effetti rappresenta una vera e propria anticipazione su quanto il libro ha ancora da raccontare. Pur non riuscendo ancora ad appurarne il rilievo per gli sviluppi futuri, questa scena segna senza dubbio il definitivo distacco fra le due opere, che vanno d’ora in poi considerate come distinte, soprattutto perché la serie televisiva ha ormai in gran parte coperto gli eventi fin qui narrati su carta.

Si profila, perciò, all’orizzonte uno scenario tanto inedito quanto complesso. Davvero la Bantam Books (editore di Martin negli Stati Uniti) consentirà ad HBO di svelare anzitempo l’intreccio di una delle sue saghe di punta, anticipandone persino il gran finale? Come riusciranno Benioff e Weiss a gestire questo salto nel buio? E, soprattutto, come si comporteranno i lettori davanti a questo bivio? Data la progettazione a lunga scadenza che casa editrice ed emittente televisiva avranno certamente stabilito, non c’è che dubbio che saranno proprio loro a subire la sorte peggiore.

Se infatti Game of Thrones confermerà l’andazzo delle ultime stagioni, ovvero quello di puntare tutto sulla qualità del comparto tecnico e dell’impatto visivo, spiattellando uno dopo l’altro gli eventi salienti della trama con scarsissimo riguardo per l’intreccio, il lettore rischia di vedere vanificato il lavoro immaginativo di anni, con buona pace del coinvolgimento emotivo e della complessità della rappresentazione che Martin è così abile a ricreare. Se, invece, proverà a chiudere gli occhi, abbandonando la serie televisiva e aspettando paziente l’uscita non proprio puntualissima dei libri, andrà comunque incontro a un infido assedio, con l’eco dei più avvincenti colpi di scena in agguato dietro ad ogni pagina della rete, dietro ad ogni commento sui social network.

In un caso o nell’altro, per tutti gli appassionati di A Song of Ice and Fire è in arrivo davvero un periodaccio. Meglio allora essere preparati, Spoiler is coming…

La scoperta di Guy Gavriel Kay

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La rinascita di Shen TaiFantasy storico, questo mi mancava.

Se George Martin ha reinventato un genere che languiva negli stereotipi, restituendogli la carica sovversiva che gli è propria e fissando con A song of ice and fire un punto di non ritorno per la letteratura fantastica, l’autore canadese Guy Gavriel Kay regala al fantasy una sfumatura inedita ed estremamente intrigante, capace anch’essa, sia pure a un livello diverso, di dare un senso nuovo e ulteriore al filone narrativo scaturito da Tolkien.

D’altronde, Kay ha goduto del raro privilegio di poter lavorare nell’officina del maestro, avendo coadiuvato (tra il 1974 e il 1975) Christopher Tolkien nella sistemazione di quei testi, ancora inediti alla morte del professore di Oxford, che sono poi confluiti nella pubblicazione de Il Silmarillion. Tale esperienza non può non aver dato un’impronta significativa all’arte di Kay, che da lì a qualche anno avrebbe pubblicato il suo primo romanzo.

Non è, infatti, mai stato un mistero quanto l’universo tolkeniano sia il frutto di un’appassionata tessitura, una reinvenzione, prima ancora che una geniale creazione; ma mentre il maestro trova nella mitologia la fonte del suo Mondo Secondario, l’allievo si rivolge alla Storia e dagli uomini e dai mondi del passato trae linfa il suo raccontare.

Allora perché non dedicarsi direttamente ai romanzi storici? Sul sito riguardante la sua opera, Kay fornisce alcune argomentazioni degne di nota, richiamandosi innanzitutto al gusto di ogni narratore, che desidera essere seguito sul filo che è lui a tendere: se basasse le sue storie su un passato solo leggermente alterato, ciascuno potrebbe in qualche misura prevedere ciò che sta per accadere.

La Storia funziona allora da modello (e non da mera ispirazione, come avviene per Martin) e perciò la stesura di un romanzo è preceduta dallo studio approfondito di un determinato periodo  e della cultura di riferimento: un momento indispensabile del processo creativo in cui la sensibilità dell’uomo e quella dello scrittore (se mai sono distinte) si incontrano in modo particolare.

Sensibilità che a Kay non sembra far difetto. Egli, ad esempio, sceglie di non avvalersi di figure storiche non solo allo scopo di liberare da ogni vincolo la sua immaginazione, ma anche per non sfruttare indebitamente la fama di una persona realmente esistita, trasferendone sulla pagina un’immagine pretestuosa e magari fuorviante.

Risiede altrove, dunque, il senso del guardare al passato per rielaborarlo attraverso un’opera di finzione e riguarda, più che la ricerca di suggestioni esotiche, una concezione della Storia cara a studiosi come Marc Bloch e Edward Carr, che in essa rintracciavano la chiave per comprendere il presente. Ben lo esprime Kay con una frase rivelatoria del suo modo di raccontare:

Using the fantastic as a prism for the past, done properly, means a tale is universalized in powerful ways.

Il fantastico come prisma per guardare il passato per cogliere l’umanità universale racchiusa in esso e parlarne a tutti, poiché è patrimonio comune. Non è un caso che tanti lettori da diverse parti del mondo abbiano scritto all’autore, cercando conferme sul fatto di essere effettivamente loro (e la loro attuale condizione sociale e politica) l’oggetto delle sue narrazioni.

D’altra parte, questa sorta di universalizzazione non si traduce affatto in un appiattimento dei personaggi, modellati magari su archetipi in cui ciascuno si possa facilmente riconoscere. Anzi, sono proprio i personaggi, insieme all’originale ambientazione (la Cina dell’VIII secolo), il punto di forza dell’ultimo romanzo di Kay ad essere stato tradotto nel nostro paese, La rinascita di Shen Tai.

Pur non sempre particolarmente vividi (la voce dello storico interferisce a volte con quella del poeta e del narratore, creando un effetto didascalico), essi sono tuttavia del tutto singolari e sfaccettati, dotati di una psicologia complessa e raccontati in modo onesto da un autore che non invita mai il lettore a prendere le parti e dedica anche alle figure meno rilevanti cura e spazio perché acquisiscano il giusto spessore.

Purtroppo, in Italia Kay è poco tradotto e perlopiù fuori catalogo. Se per me sarà comunque un piacere continuare a leggerlo anche in lingua originale non posso che ringraziare chi in maniera tanto appassionata mi ha invitato alla scoperta di Guy Gavriel Kay.

La lettura che cattura (affina la mente)

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Ciò che qualunque lettore sa per esperienza ora i neurologi cominciano a dimostrarlo: un buon romanzo è in grado di catapultarci nel suo mondo, proprio come se fossimo lì con tutto noi stessi. Per il tempo della lettura e forse per qualche tempo in più.

Gli studi finora condotti avevano già dimostrato come il cervello umano, reagendo a determinate suggestioni presenti in un testo, ad esempio leggendo dell’aroma del caffè o dell’odore della pioggia appena caduta, innescasse subito le aree preposte al senso stimolato, in questo caso l’olfatto. Ora un nuovo esperimento ha messo in luce quanto la partecipazione della nostra mente a quanto raccontato in un libro non solo sia ancor più complessa, ma abbia anche effetti duraturi.

Per effettuare il test, ventuno studenti dell’Università Emory (Atlanta, Georgia) sono stati sottoposti per cinque giorni consecutivi ad una risonanza magnetica funzionale (fMRI). Il trattamento è proseguito nei nove giorni successivi, stante, però, una nuova condizione: gli stessi studenti in quel periodo hanno dovuto dedicarsi alla lettura di Pompei, un romanzo di Robert Harris. Infine, ancora cinque giorni di risonanze a libro chiuso.

I risultati hanno evidenziato, anche a distanza di giorni dalla lettura, un’incremento di connettività in alcune aree del cervello, quasi che questo venga scolpito dai libri che leggiamo. Embodied semantics è il nome che gli autori della ricerca hanno dato al processo cerebrale per il quale le azioni e le emozioni evocate in un romanzo mettono in moto le stesse connessioni neurologiche che si attiverebbero se fosse il lettore a compierle in prima persona.

Abbiamo così le prove biologiche di quanto a livello linguistico è noto da tempo, dal momento che ogni discorso di finzione è ritenuto un atto perlocutorio, ossia un atto linguistico che chiama in causa il destinatario. Un vero e proprio appello a quella che il narratologo francese Gérard Genette ha definito “cooperazione immaginativa del lettore”, un appello che il nostro cervello non può evitare di raccogliere. Che ci piaccia o no, il solo leggere di un gruppo di diseredati a cavallo alla cui compagnia si aggiunge un nobile nano evoca nella nostra testa l’immagine di questa lenta colonna o dei loro bivacchi, sia pure per il tempo necessario a respingerla come puerile.

Non respingetela! Sentite come ci ha azzeccato il nano sul nostro argomento:

Per continuare ad essere un’arma valida, la mente ha bisogno dei libri quanto una spada ha bisogno della pietra per affilarla. Per questo, Jon Snow, io leggo così tanto.

G.R.R. Martin, A game of thrones

Fiori di carta

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Il Grullo Parlante è davvero molto contento per il Nobel per la Letteratura di quest’anno, assegnato ad Alice Munro in quanto “master of contemporary  short stories”.

Un simile riconoscimento porta finalmente alla ribalta un’arte ritenuta da molti minore all’interno del panorama letterario, ovvero quella del racconto – a torto ritenuta una forma narrativa semplificata, piuttosto che un vero e proprio romanzo in miniatura (romanzo, avete presente? quella roba spesso incompiuta di cui noi grafomani imbrattacarte amiamo riempire i cassetti).

Ci sono, infatti, racconti che sono delle vere e proprie gemme, come fiori racchiudono nel piccolo il caleidoscopio della natura. Non a caso vengono raccolti in antologie, più o meno letteralmente “fiori scelti”.

È vero, i mazzi li compongono i fiorai, ma chi ci vieta di raccogliere il meglio (il fior fiore!) di un campo per regalarlo a qualcuno? Per festeggiare l’occasione, il Grullo Parlante vi propone due playlist di racconti.

Precipitango (per chi vuole un assaggio dei labirinti della mente che si possono nascondere in un racconto)

  • Julio Cortázar, Continuità dei parchi
  • Italo Calvino, Il conte di Montecristo
  • Dino Buzzati, Il colombre
  • Michael Ende, La signora scostò la tenda nera del finestrino della carrozza
  • Jorge Luis Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano

E…

Un passo prima dell’infinito (per chi da una storia si lascia interrogare)

  • Isaac Asimov, Nove volte sette
  • Dino Buzzati, Sette piani
  • George R.R. Martin, …E ricordati sette volte di non uccidere mai l’uomo

Che ne dite? Si può scegliere un tema, seguire un filo rosso, oppure assecondare semplicemente le proprie preferenze.

Divertente? E allora forza, fatevi sotto. Il Grullo Parlante attende i vostri suggerimenti!