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L’ultima madre

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filo rosso di igor ovsyannykov

Igor Ovsyannykov, Red Thread

“Vuoi giudicare del come senza capire il perché? Tu hai sempre fretta di emettere sentenze, Maria.”
“Non sono io che ho fretta, anzi. Se le cose devono accadere, al momento giusto accadono da sole.”
La vecchia si tolse lo scialle bruscamente, lasciandolo cadere senza grazia sulla sedia. Gli occhi scuri fissarono Maria con una certa severa impazienza. […]
“Accadono da sole…” mormorò, sorridendo senza allegria. “Sei nata tu forse da sola, Maria? Sei uscita con le tue forze dal ventre di tua madre? O non sei nata con l’aiuto di qualcuno, come tutti i vivi?”
“Io ho sempre…” Maria accennò a replicare, ma Bonaria la fermò con un cenno imperioso della mano.
“Zitta, tu non sai cosa dici. Ti sei tagliata da sola il cordone? Ti sei forse lavata e allattata? Non sei nata e cresciuta due volte per grazia di altri, o sei così brava che hai fatto tutto da sola?”
Richiamata alla propria dipendenza con quello che le parve un colpo basso assestato con cattiveria, Maria rinunciò a replicare mentre la voce di Bonaria si abbassava fino a diventare una litania priva di qualunque enfasi.
“Altri hanno deciso per te allora, e altri decideranno quando servirà di farlo. Non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri ad ogni angolo di strada, Maria, e tu dovresti saperlo più di tutti.”
L’anziana sarta parlava con la sincerità con cui si fanno le confidenze agli sconosciuti sul treno, sapendo che non si dovrà sopportare mai più il peso dei loro occhi.
“Non mi si è mai aperto il ventre,” proseguì, “e Dio sa se lo avrei voluto, ma ho imparato da sola che ai figli bisogna dare lo schiaffo e la carezza, e il seno, e il vino della festa, e tutto quello che serve, quando gli serve. Anche io avevo la mia parte da fare, e l’ho fatta.”
“E quale parte era?”
“L’ultima. Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto.”
Maria rimase in silenzio per qualche minuto, mentre la rabbia moriva nel senso per lei inaccettabile di quelle parole. Quando parlò, Bonaria capì che non c’erano più spazi per capire.
“Per me siete stata la prima, e se mi chiedeste di morire, io non sarei capace di uccidervi solo perché è quello che volete.”
Bonaria Urrai la fissò e Maria vide che la vecchia era stanca.
“Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti ritrovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata.”

Michela Murgia, Accabadora

Il racconto del racconto dei racconti

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Il racconto dei raccontiUn acrobata su un filo infuocato. L’inquadratura con cui si chiude Il racconto dei racconti rimanda senz’altro alla scena iniziale dei buffoni di corte, nonché al principio di equilibrio (“una vita per un’altra”) enunciato dal negromante come legge fondamentale del mondo fiabesco. Più di tutto, però, proprio sottolineando l’unico elemento di coesione del film, ne denuncia la pecca più grande: l’esiguità della struttura narrativa.

Per essere una riduzione cinematografica de Lo cunto de li cunti, ovvero una raccolta di cinquanta fiabe dai temi complessi, contenute in un racconto-cornice e disposte in giornate secondo il modello del Decamerone, il film di Garrone non solo risulta confusionario nell’introdurre i vari protagonisti, ma lega in modo molto blando le tre vicende, che fa succedere sullo scherma senza che il loro intreccio suggerisca un senso unitario.

A mancare, insomma è una certa autorialità – ed è davvero ironico considerando il titolo. Non c’è nulla di avvincente e ben poco di suggestivo; dalla trama non emerge alcun significato complessivo, fosse anche soltanto estetico, né una determinata visione del mondo: non è questo raccontare.

Gli evidenti problemi di scrittura finiscono per eclissare anche i meriti del film, che riguardano in primo luogo la fotografia e la fattura di scene come quella del drago marino o del pipistrello gigante, ma soprattutto concernono l’attenzione riservata al materiale folclorico italiano, vero e proprio scrigno di storie che meritano di essere tramandate e rinnovate.

Il racconto dei racconti prova a farlo con la qualità e il respiro di una produzione internazionale e gli perciò va dato atto di aver riaperto una strada importante, che altri possono intraprendere, magari più consci di quanto quei racconti abbiano ancora da dire ai giorni nostri. Farebbe bene a chi volesse tentare l’impresa una lettura dell’introduzione di CalvinoFiabe italiane:

Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d’un destino: la giovinezza, dalla nascita, che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, tutto: la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e poi subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste.

Logica dell’intreccio

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Maria Lai, Le parole imprigionate (filo su tela, 2008)

Maria Lai, Le parole imprigionate (filo su tela, 2008)

Poiché leggere e scrivere sono
due gesti che compongono il medesimo atto,
ovvero quello del raccontare,
sono scrittori tutti quelli che leggono,
anche se non tutti sono scriventi.

(2015)

Ci vuole la giusta artitudine…

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Terry Border, Giulio Cesare

Ci sarà un motivo se Terry Border si definisce nell’ordine: umorista, fotografo, terrestre. Desumendo (dall’ultima voce) che si tratti di una descrizione dallo specifico al generico, potremmo allora considerarlo anzitutto una persona di spirito e, in quanto anche fotografo, un artista, poiché rappresenta la vita segreta degli oggetti munendoli di… arti.

Terry Border, Odissea

Gli basta qualche pezzo di fil di ferro (e a volte neanche quello) per dare vita ai suoi “oggetti piegati”, spassosissimi quadretti in cui possiamo guardare in modo davvero diverso dal solito a tappi, lampadine, banane, noccioline, palline, scatolette… e libri, naturalmente, libri.

Terry Border, Il signore degli anelli

Quasi a dire: “Ehi, anche in un rotolo di carta igienica c’è una storia, basta saperla immaginare!” Ma non è forse quello che ci ricordano ogni giorno questi adorabili parallelepipedi di carta, colla, inchiostro e sogni?

Terry Border, I viaggi di Gulliver

Terry Border, Dracula

Terry Border, 1984

Terry Border, La bisbetica domata

La freccia di Ulisse

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Vassily Kandinsky, Arco e freccia (1923)

Vassily Kandinsky, Arco e freccia (1923)

Si è detto di Penelope e dei suoi epigoni, della trama che tesse nell’attesa di colui che ne sappia riconoscere l’intreccio e penetrare le maglie. Per comprenderla, per raggiungerla. Ora il momento è giunto, adesso tocca a lui.

Ulisse fa ritorno a Itaca sotto mentite spoglie, c’è una prova che deve affrontare per rivelarsi e al contempo insinuarsi nel piano tessuto dalla moglie. Allo stesso modo, nell’arte del racconto, si verifica un doppio occultamento che coinvolge scrittore e lettore, l’uno assente nella lettura, l’altro nella scrittura. È il testo a separare questi versanti, ben distinti eppure in contatto fra loro: per mezzo di esso si può stabilire un incontro fra i significati enunciati dall’autore e quelli estratti dal lettore, incontro che può diventare dialogo solo a patto che quest’ultimo riesca a cogliere e a illuminare le traiettorie di senso tracciate dal testo nella sua indipendenza.

Può sembrare una prova impossibile e per certi versi oziosa, ma è l’unica che Penelope statuisce per concedersi. Come se tendere l’arco del marito non fosse già abbastanza, i pretendenti sono chiamati a far passare le loro frecce attraverso i fori di dodici scuri.

Ulisse conosce il suo strumento, l’abilità affinata da una lunga pratica non svanisce nemmeno dopo dieci anni di guerra. Sa che occorre scaldare il legno perché sciolga la sua fissità, ma si tratta di un vantaggio che da solo non è sufficiente. Per arrivare a Penelope, deve intuire la regolarità nella disposizione dei vuoti e vedere l’invisibile: la traiettoria che essi disegnano. Scagliare la sua freccia lungo di essa, a quel punto, è la parte più facile.

Al pari di Ulisse, il lettore ha il compito di individuare i fili invisibili all’interno del testo, cioè selezionare le informazioni pertinenti rispetto a un dato codice. Senza una chiave di lettura, infatti, vagherebbe come in un labirinto, ma, una volta ottenuto l’accesso, non gli resta che seguire le traiettorie trasversali alla manifestazione lineare del testo, ovvero quei fili sotterranei chiamati isotopie.

Esse rappresentano il luogo deputato all’attualizzazione dei significati dell’intreccio, indirizzano il lettore alla ricerca del senso profondo che soggiace alla semplice esposizione dei fatti. Individuate dal reiterarsi di riferimenti, più o meno espliciti, alla medesima tematica, le isotopie, come una vena aurea che viaggia fra la nuda roccia, spesso rivelano la parte più preziosa del senso narrativo, o, comunque, conducono il lettore che le colleziona alla sede di un senso ulteriore. Sono fiumi sotterranei che trasportano la linfa del testo e, laddove non affiorano, spetta al lettore assetato rintracciarli.

Talvolta, il testo racchiude isotopie di cui perfino l’autore è ignaro. Con il volo della sua freccia, Ulisse rende visibile a Penelope un filo della sua stessa tela.

Tutti i nodi vengono al pettine

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Ricardo Pelaez, Lettori Pirata

Ricardo Pelaez, Lettori pirata

Dalla tensione che sorregge i fili di una storia scaturiscono le peripezie che rendono avventuroso il cammino dell’eroe: una particolare forma di tiro alla fune ben rappresentata dal gioco che oggi vi propongo. Ancora una volta, l’obiettivo principale è divertirsi raccontando.

Ad introdurre il gioco è un narratore, delineando con pochi tratti un’ambientazione fantastica (l’isola del tesoro, la torre di un mago, il labirinto…), che preveda uno scopo da raggiungere (una fortuna da conquistare, una principessa da salvare, la fuga da una prigione…) e due o più parti che se lo contendono (pirati e gendarmi, cavalieri e maghi, prigionieri e carcerieri…). A questo punto, i partecipanti si dividono in due squadre, prendendo le parti di uno dei contendenti e disponendosi ai capi di una corda: il loro compito sarà quello di condurre la storia all’epilogo voluto.

Ma non sarà così facile! La fune, infatti, è annodata in diversi punti e ogni nodo corrisponde ad una peripezia da affrontare. Ogni volta che una squadra riesce a trascinarne uno dalla propria parte, il tiro viene sospeso e la squadra deve affrontare una difficoltà, che abbia inerenza con l’ambientazione (un confronto tra singoli, un indovinello, una prova di abilità…): se la prova viene superata il nodo è sciolto e quel pezzo di corda è conquistato; altrimenti, il nodo non sciolto viene riportato nella posizione originaria e la squadra che ha fallito la prova potrebbe subirne le conseguenze (per es., un giocatore è stato fatto prigioniero ed è fuori dal gioco per trenta secondi).

Vince chi riesce a superare tutte le peripezie e a raggiungere la fine della storia.

Il pelo nell’uomo

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Il racconto di una radioascoltatrice carpito stamattina ascoltando Il ruggito del coniglio ha stuzzicato non poco la mia sensibilità. Quella che segue è la reverie che ne ho tratto…

guerrilla knitting a Bari

guerrilla knitting a Bari

Forse erano al parco.

Eccoli, sì, li vedo;  una panchina e loro due. Mi perdonerete se riesco a figurarmeli solo come sono adesso, tanto tempo dopo questo loro incontro, la faccia intagliata dagli anni, una nuvola bianca in capo e quella curva leggera che gli incassa la testa nelle spalle.

Lei è la nonna, il contegno che riconosceresti tra mille, come il pettinino di osso con cui raccoglie i capelli sottili dietro la nuca. La stessa persona che con quello stesso pettinino  bagnato sotto l’acqua del rubinetto mi correggeva la zazzera quand’ero bambino.

Non la vedete, seduta composta, con le mani in grembo e lo sguardo dritto davanti a sé? Lo guarda di sottecchi questo pretendente spettinato, che non trova pace su quella panchina, tanta è la voglia di protendersi verso di lei. Lo mette alla prova, non bastano a conquistarla le folte sopracciglia che poi avrei ereditato.

Perché le labbra le si contraggono a quel modo? Eppure il nonno ha fatto di tutto per quell’occasione, ha indossato la camicia stirata e il vestito buono. E si è rasato bene una volta tanto, ha tagliato i capelli corti. Chissà come lo deriderebbero i colleghi muratori, vedendo ora le sue guance divampare di vergogna.

Ecco, è partita la mano che corregge e avanza inesorabile. Il cuore sta per impazzire.

Un filo scucito! Mai sfuggiti alla nonna simili dettagli, lei così sensibile alla piega dei pantaloni, all’abbinamento dei colori. Roba da poco comunque, su cose così è disposta a soprassedere. Dopo averle corrette, naturalmente.

Le sarebbe sufficiente tirarlo via perché tutto finisca lì. E invece no.

Il filo non se ne vuole proprio venire. O meglio, viene e rimane allo stesso tempo. Più lei lo tira, più lui si allunga e così in breve una matassa inconcepibile si affastella ai piedi della panchina. Un cagnolino prende a giocare lì in mezzo e poi un bimbo, mentre intanto le costellazioni tramontano e sorge un nuovo sole. Muta la città attorno a quel continuo filare, svaniscono spazi di campagna per far posto ai palazzi e altre costruzioni cambiano colore. Più volte la processione annuale del santo patrono sfila lì nei pressi e in una circostanza il codazzo dei fedeli inciampa nel filo.

Preoccupati, i parenti di tanto in tanto portano del cibo, increduli di fronte all’inatteso protrarsi di questa storia. La più sorpresa è proprio la nonna, via via sempre più incantata da una situazione che ha dell’incredibile. Un timido sorriso di speranza comincia allora ad apparire sul viso del nonno.

Il bimbo intanto cresce e riceve in dono una sorellina. I due prendono a ricorrersi intorno alla panchina, a farsi i dispetti, a giocare al tiro alla fune, a litigare, ad abbracciarsi, fino a quando non diventano adulti ed hanno i loro figli a cui badare – sì, insomma, fino a quando la sorellina non trova marito e compaio io. Per non rimanere troppo ingarbugliati in quel filo, i fratelli fanno un passo indietro, ma non lasciano soli i genitori. Soli loro non lo sono mai stati.

Da subito uno stuolo di compari li ha aiutati a raccogliere per bene la matassa, soprattutto le colleghe sarte della nonna e i muratori, che ne hanno approfittato per fare loro il filo. Per non parlare degli amici, che li coprono con l’ombrello quando piove, degli spazzini che mantengono il parco pulito intorno a loro, dei giardinieri che ne curano le aiuole, dei turisti che si fanno fotografare con loro… Alla fine, c’è tanta di quella gente a metterci le mani che rimangono tutti col fiato sospeso quando finalmente, con uno strattone, il filo scucito viene via.

Legato all’altro capo c’è un anello di fidanzamento.

Il nonno era questo, molto più che le nostre belle sopracciglia. E quanto se la gode lei questa sorpresa, quanto se la ride, quanto se lo abbraccia.

Questa era la nonna, mia nonna. La stessa persona che quand’ero piccolo bagnava il suo pettine sotto l’acqua del rubinetto per raddrizzarmi la zazzera. E poi mi scompigliava i capelli con una carezza sulla testa.