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Un altro salto nella biblioteca dei #LibriParlanti

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Lorenzo Antonazzo10

La rosa profonda, / la mite / rosa candida / come un romanzo / sostiene Pereira.

Perché occorre fare silenzio in biblioteca? Semplice, per ascoltare i libri che parlano fra loro! Delle lunghe conversazioni che intrattengono avevamo parlato in un’altra circostanza, di seguito invece altri brevi scambi…

#LibriParlanti... Uno, nessuno e centomila / Esercizi di stile. (Lorenzo Antonazzo)

#LibriParlanti… Uno, nessuno e centomila / Esercizi di stile.

Igiene dell'assassino: / è proibito amare / i detective selvaggi.

Igiene dell’assassino: / è proibito amare / i detective selvaggi. 

Cari mostri, / se questo è un uomo / la grammatica è una canzone dolce.

Cari mostri, / se questo è un uomo / la grammatica è una canzone dolce.

After dark, / american gods / dance dance dance.

After dark, / american gods / dance dance dance.

Doppio sogno / lo specchio nello specchio. / Io e te: / l'uomo duplicato, / l'amico ritrovato.

Doppio sogno / lo specchio nello specchio. / Io e te: / l’uomo duplicato, / l’amico ritrovato.

Il tempo per leggere

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Terry Border, Kindle-jetpack

In pratica, a scuola ti insegnano a non leggere.

O meglio, a divenire così abile nell’arte della lettura da riconoscere e decifrare le parole senza doverle effettivamente leggere dalla prima all’ultima lettera. Lo dimostra uno studio di circa dieci anni fa della Cambridge University: l’oridne dllee letetre in una paorla non ha ipmotranza, a patot che la pirma e l’utlima sinao nlela psoiizone coretrta, dal moemtno che il crvelelo non lgege le letetre da sloe, ma la paorla glolabmetne. Chiaro no?

Ebbene, su questo meccanismo fa leva Spritz, un’applicazione presentata pochi mesi fa e che si propone un obiettivo non da poco: “reading reimagined”. Gli sviluppatori ritengono che il tempo della lettura venga perlopiù speso per lo spostamento dell’occhio da una parte all’altra delle righe e che perciò possa essere di gran lunga ottimizzato sottoponendo al lettore una sola parola per volta, con una velocità crescente. In particolare, le lettere che si succedono sullo schermo sono posizionate in base al loro optimal recognition point, ovvero quella lettera (evidenziata in rosso e posta lungo un immaginario asse verticale) che le rende immediatamente riconoscibili al cervello. Un essere umano legge in media 220 parole al minuto: la promessa di Spritz è di superare le 700. Scettici? Provare per credere.

In realtà, Spritz non è che l’ultima frontiera in materia di lettura veloce. Si registrano esperimenti in questo ambito sin dagli anni Cinquanta del secolo scorso e altri tentativi sono stati fatti in tempi più recenti. Ad esempio, è disponibile online il servizio di Spreeder, attraverso il quale ci si può cimentare nella lettura veloce di un testo a nostra scelta. Anche in questo caso vedremo scorrere sullo schermo le parole una dopo l’altra, ma senza ricorso all’ORP: il concetto di base qui è leggere così velocemente da impedire alla nostra voce interiore di tenere il ritmo e quindi di rallentarci. Di questo passo, anche i tomi più voluminosi rischiano di volare via nell’arco di una giornata.

Solo una domanda: perché? No, sul serio: quale necessità sottende tutto ciò? a quale guadagno mira?

Se l’intento dichiarato degli ideatori di Spritz è di risparmiare tempo “per altre attività e godertele davvero”, è evidente che l’idea di lettura alla base di questi progetti è abbastanza discutibile. Forse si rivolgono ai lettori svogliati o forse fanno riferimento a quelle letture che ci sono magari necessarie eppure vorremmo evitare. Ma, pur concedendolo, cosa rimane al lettore che si serva di questo metodo? Non troppo, non abbastanza, come si può desumere dall’esperimento giocoso (condotto peraltro alla velocità di 400 parole al minuto) riportato su La Lettura del 23 marzo scorso. Io di certo non mi farei mettere le mani addosso da un medico che si tiene aggiornato con Spreeder.

In ogni caso, se anche per lettura intendessimo il mero atto di decrittare una successione di segni, non potremmo ignorare (perlomeno non qui, dove riteniamo che sia il racconto a fare la storia) che la loro disposizione concorre molto più di quanto immaginiamo alla formulazione di un senso specifico e contestuale. Un rigo bianco fra due paragrafi indica uno stacco inequivocabile non meno di quanto un “a capo” possa offrire un effetto di rara pregnanza (si veda, per esempio, il tono drammatico che assume quel “Usurpatore.” con cui si chiude il primo capitolo dell’Ulisse).

C’è una dimensione spaziale nella struttura del testo letterario che incrocia quella temporale nella sequenzialità. Non solo un prima e un dopo, ma anche uno spazio fra i due stadi, che è altrettanto essenziale. Vale a dire che il tempo lungo della lettura  è il luogo in cui si sedimentano le suggestioni e trovano posto le nuove intuizioni; è il luogo della rielaborazione.

Accartocciare questo spazio, equiparando la lettura alla velocità disgraziata dei mezzi del nostro tempo, equivale a un vero e proprio suicidio, dal momento che (Pennac docet):

Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.

C’è chi ricorda

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Nelson Rolihlahla Mandela (1918-2013)

Nelson Rolihlahla Mandela (1918-2013)

Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Ci sono quelli che parlano del più e del meno sull’orlo della tomba, e continuano in macchina, del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia, ci sono quelli che piangono e cicatrizzano in fretta; quelli che annegano nelle lacrime che versano, quelli che sono contenti, sbarazzati da qualcuno, ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto, tentano, ma non ce la fanno, il morto ha portato con sé la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue foto, traslocano, cambiano continente,  ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore, ci sono quelli che fanno il pic-nic al cimitero e quelli che lo evitano perché hanno una tomba scavata nella testa, ci sono quelli che non mangiano più, ci sono quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito, ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza, ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con-l’età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che, è la guerra, è la malattia, è la moto, è la macchina, l’epoca, la vita, ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.
E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi. Che per esempio si mettono a correre, a correre come se non dovessero più fermarsi…

Daniel Pennac, La fata carabina

Ognuno reagisce a modo suo di fronte alla morte, però auguriamoci almeno che ci sia sempre chi ricorda: non chi commemora, ma chi rinnova nel proprio cuore l’insegnamento che ogni uomo, con la sua storia, rende ai suoi fratelli.

Grazie, Madiba!

Hic sunt dracones

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hic sunt dracones

Ci sono segnalibri fedeli come una nave al suo capitano. Libro dopo libro, solcano la spuma delle pagine, gettando l’ancora in porti sempre più lontani, finché prima o poi non finiscono per naufragare contro una quarta di copertina o si inabissano in qualche cassetto.

Ci sono segnalibri inutili e preziosi, come biglietti di un treno che è già passato. Ormai inservibili per un nuovo viaggio, rimangono quali pegni dell’avventura vissuta con il libro: sono legati ad esso, adagiati tra le sue pagine, a segnare un passaggio, a distinguerlo dai tanti che su quella stessa tratta si avvicendano.

Ci sono segnalibri inamovibili come lapidi. Restano inchiodati nella carta, indicando il fallimento della spedizione per la quale erano stati ingaggiati. Inghiottiti dalle pagine di libri abbandonati per sempre, monito per chiunque pensi di ritentare l’impresa. Hic sunt dracones sembrano dire, con la stessa dicitura utilizzata nelle mappe antiche per descrivere i territori più estremi di cui nulla si poteva immaginare, se non che fossero abitate da mostri.

Hic sunt dracones: pagine e pagine di lande sconosciute oltre quel segnalibro, un attraversamento da cui siamo stati vinti come la Compagnia dell’Anello dalle nevi del Caradhras. Altri viandanti ne riportavano notizie, sostenevano si trattasse di un viaggio imperdibile, “alla nostra portata” testimoniavano; eppure noi abbiamo desistito, ci siamo trascinati fin quanto potevamo e quando non siamo più riusciti ad avanzare oltre abbiamo abbandonato il segnalibro tra le grinfie della carta.

Non una situazione poi così rara, vero? Come si premurano di ricordarci lettori del calibro di Calvino e Pennac, interrompere o sospendere una lettura è un diritto che possiamo esercitare a piacimento, visto che cambiare strada non è sempre una fuga o un insuccesso.

Nel mio personale cimitero degli elefanti giacciono, ad esempio, Ulisse di James Joyce e Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse, fra le cui righe ho pure pescato amuleti, senza però mai riuscire ad afferrare i fili più saldi dell’intreccio narrativo.

Essi tuttavia rappresentano una sfida. Come già accaduto altre volte, attendono solo il loro momento: verrà un giorno in cui tenterò di nuovo di riscattare i segnalibri che tengono in ostaggio.

Il Paradiso degli Orchi ora è anche un film

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Una locandina indicata di sfuggita da un amico: ho scoperto così, quasi per caso, che la sgangherata tribù di Belleville sta per approdare al cinema, con tanto di cani, spacciatori, scacchisti e compagnia bella.

Magnifico!, ho pensato. Mi avvicino a guardare meglio e…

Nooo, ma quel carciofo lì non ha proprio nulla a che vedere con Malaussène!

Il paradiso degli orchi_locandina

Vedere tale Raphael Personnaz nei panni del nostro capro espiatorio preferito non mi fa proprio un bell’effetto. Almeno, a fargli da contraltare, vedo la simpatica Bérénice Bejo (già ammirata in The Artist) e penso che in effetti starebbe davvero bene nella parte di una delle sorelle di Ben, magari la dolce Clara… anche se forse non è abbastanza giovane… allora Louna, ma non è abbastanza incinta… Thérèse?

Nooo, è Julie! Ma io me la immaginavo più tosta… più prorompente…

È ineluttabile. Persino il lettore dalla mente più aperta non può non sentirsi tradito almeno un po’ dalla trasposizione di una storia che ama in un linguaggio diverso. Potenza dell’immaginazione, inconvenienti del medium.

Ammetto perciò di aver guardato il primo teaser trailer con qualche preconcetto. La forza del ciclo di Malaussène, per me, più che nell’intreccio risiede soprattutto nei personaggi coloriti e nelle situazioni surreali: un film che vi si ispiri potrà essere brillante, o maledettamente mediocre. E a vedere questa anteprima…

Non tutto è perduto. Per fortuna, Koch Media ha rilasciato un secondo trailer, stavolta decisamente più accattivante, in cui abbiamo un assaggio della famiglia e delle sue adorabili stravaganze.

Intendiamoci, non è che tutte le perplessità siano sciolte e ci sono alcuni dettagli di colore che non tornano, del tipo: ma Il Piccolo non aveva gli occhiali rosa?! Non è mica roba da poco… In compenso, Julius, il cane, è esattamente come me l’aspettavo.

Non resta che aspettare il 14 novembre, nella speranza di essermi sbagliato. In ogni caso, vi terrò informati.