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Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal

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Una solitudine troppo rumorosaIn un lurido sotterraneo di Praga, Hanta lavora per trentacinque anni con una pressa meccanica per macinare e ridurre in poltiglia tonnellate di carta straccia: allo stesso modo, Hrabal descrive questo sforzo impietoso servendosi di periodi via via sempre più contorti, rendendo il lettore partecipe della progressiva strettoia cui va incontro la vita del suo protagonista.

D’altro canto, la lunghezza dei paragrafi e i punti che non conducono mai a capo, se non al capitolo successivo, non fanno che immergerci nel turbinare di fogli che avvolge Hanta, gli scarti che lui ha il compito di sottrarre ai topi e alle mosche perché vengano smaltiti: il lettore non può fare a meno di vestire i suoi panni e guardare con i suoi occhi il tesoro celato in mezzo a tanta immondizia.

Stralci della migliore letteratura capitano infatti sotto l’occhio di Hanta, il quale, lungi dal farsi sedurre dal fascino dell’enciclopedismo, si cura soltanto del frammento e di volta in volta rumina dentro di sé la bellezza di quelle poche parole, facendosi pressa umana, tramutando in passione il proprio lavoro e trasformando la spazzatura in opera d’arte, incastonando sulle facce dei cubi di carta le stampe che altre mani hanno strappato, le pagine che altri hanno accartocciato.

Attraverso la vicenda paradossale del suo protagonista (e un elogio del frammento letterario che avrebbe senz’altro deliziato Roland Barthes), Bohumil Hrabal ci mostra come la cultura sia riemersa dai rottami della guerra solo per andare incontro alla sciagura del progresso tecnico disumanizzante e del consumismo: un bombardamento di segni che è vitale non subire in maniera passiva, senza sporcarsi le mani, per non condannarci a vivere una solitudine troppo rumorosa.

Si alza il vento

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Si alza il ventoÈ una gioia per gli occhi l’ultimo capolavoro di Hayao Miyazaki, il prodotto di un intreccio sottile, contraddistinto dalla cura per il dettaglio ad ogni livello della rappresentazione.

Tratto da un omonimo manga dello stesso maestro giapponese, il lungometraggio si intesse in realtà di una serie di ulteriori riferimenti, dei quali il verso del poemetto Il cimitero marino di Paul Valéry a cui deve il titolo è solo il più evidente. Esso infatti richiama una terza opera, dal medesimo titolo: si tratta del romanzo breve di Tatsuo Hori, che Miyazaki traspone in maniera quasi integrale nella seconda parte del film, allo scopo di arricchire il mondo interiore del protagonista. Figura che, a sua volta, ricalca quella dell’ingegnere aeronautico Jiro Horikoshi, noto per aver ideato i micidiali caccia “Zero”, in seguito impiegati per compiere attacchi suicidi e i cui piloti vennero chiamati “kamikaze”, ossia “vento divino”.

Per di più, il personaggio di Castorp, il tedesco critico nei confronti dei nazisti e della politica militarista giapponese, che Jiro incontra nella stessa località di villeggiatura nella quale ritrova la futura moglie Nahoko, riecheggia quell’Hans Castorp, anch’egli ingegnere, protagonista de La montagna incantata di Thomas Mann. Quest’ultimo romanzo, ambientato nel periodo immediatamente precedente al primo conflitto mondiale e quindi in parte degli anni coperti dalla narrazione di Miyazaki, si svolge quasi del tutto all’interno di un sanatorio per malati di tubercolosi, medesima malattia che affligge Nahoko. Le vicende che la riguardano, come detto, sono ispirate al romanzo Si alza il vento di Tatsuo Hori, nel quale l’autore racconta il rapporto con la moglie Setsuko, affetta dalla tubercolosi: ebbene, il nome scelto per la compagna di Jiro è ancora un’eco, stavolta un omaggio ad un’altra opera di Hori, intitolata appunto Nahoko.

In ben tre scene, inoltre, è possibile scorgere la riproduzione di una calligrafia del poeta e monaco zen Ryokan Taigu, che recita:

Sopra il cielo il grande vento.

Un richiamo così esplicito che ha suggerito a chi meglio conosce la poesia nipponica come anche il finale, con un prato immenso battuto dal vento e sul quale giacciono i rottami degli aerei distrutti dalla guerra, possa essere una reminiscenza, non poi così inconscia, degli ultimi versi composti da Ryokan:

Come rugiada
sui fili d’erba
di Misashino
così scompare
la nostra vita
.

Si alza il vento2Questo conduce al livello più intimo di quest’intreccio, dal momento che Si alza il vento è l’ultima grande storia di Miyazaki e ne costituisce perciò il lascito artistico, o quantomeno l’occasione per un bilancio del suo “decennio”, così come nel finale viene richiesto a Jiro dal suo nume ideale, l’ingegnere italiano Caproni (un altro rimando, ça va sans dire).

Al pari del suo personaggio, anche il regista da bambino ha sognato invano di pilotare aeroplani, salvo poi essere indirizzato dalla miopia sulla strada del disegno, proprio come Jiro. L’identificazione tra i due, tuttavia, non esaurisce di certo l’indubbia componente autobiografica del film, situata con più precisione al livello tematico.  Le immagini che scorrono sullo schermo parlano, infatti, allo spettatore di sogni e passione, bellezza e contraddizioni.

E del fatto che tutto ciò incappi nel groviglio della guerra. In proposito, Miyakazi esprime sentimenti controversi, da un lato avvertendo come inaccettabile l’aggressività del suo paese durante la Seconda Guerra Mondiale (e il modo in cui ha rappresentato l’esercito nel film gli è costato più di qualche critica e censura in Giappone, dove è pure considerato un monumento vivente), dall’altro non nascondendo una sorta di inevitabile fascino per i meccanismi militari e persino di fierezza per quell’espressione del genio nipponico che gli “Zero” rappresentavano.

D’altro canto, la prima immagine della guerra è per lui (nato nel 1941) la meraviglia indimenticabile di un cielo notturno spalancato dai bombardamenti. Troppo piccolo allora per capire il pericolo da cui fuggiva con la propria famiglia; eppure, questo non gli evita, da adolescente, di provare un moto di repulsione verso la guerra e di vergogna nei confronti del padre ingegnere, il quale produceva nella sua fabbrica nientemeno che le estremità delle ali degli “Zero”.

Si alza il vento è dunque anche il racconto di una riconciliazione (non solo) familiare, del rifiuto di ogni utopica purezza, della lotta tra aspirazioni e frustrazione, tra il desiderio di volare e la paura di essere bloccati. “È poi questo il nocciolo del film – ha dichiarato il maestro giapponese in un’intervista a la Repubblica – che le autorità, più miopi di me, non hanno colto: un creativo deve impedirsi di realizzare il suo sogno a causa delle circostanze o vivere la sua passione, senza preoccuparsi delle conseguenze, magari devastatrici?”.

Si alza il vento3“Raccontare favole non significa rinunciare a prendere posizione” e perciò Miyazaki nel suo film sembra indicare anche una risposta, coraggiosa perché non definitiva, lontana da ogni certezza ideologica. In esso, il vento dei sogni non soffia nelle lande dell’egotismo o in paradisi artificiali avulsi dalla realtà. Sia pure più leggero della Storia, la sorvola senza ignorarla, anzi la sferza e non si risparmia nel breve periodo del suo passaggio. Così suggerisce l’intervento delle sequenze oniriche sul piano diegetico, privo di particolari stacchi, anzi intersecando il fluire del tempo e degli avvenimenti. E altrettanto si può dire del rigore della ricostruzione storica, della precisione con cui vengono rievocati luoghi, eventi, usi e costumi dell’epoca.

Attraverso il lirismo di un racconto dal ritmo lieve, Hayao Miyazaki con il suo Studio Ghibli ci regala una storia sulla caducità di ogni cosa, sulla transitorietà della vita e della bellezza e su come, nonostante tutto, valga comunque la pena esserci, anche per un brevissimo momento, cavalcare le raffiche piuttosto che lasciarsi travolgere. La Nahoko che ci appare pericolosamente in bilico sul treno in corsa o mentre si sporge dal balcone dell’albergo è forse il simbolo di una simile ebbrezza: una pagina aperta dal vento, una foglia che il vento trasporta altrove.

Metafisica dell’abbraccio

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Gustav Klimt, Amanti (Il bacio)

Gustav Klimt, Amanti (Il bacio)

Nel museo del Belvedere di Vienna, questo meraviglioso quadrato è incastonato al centro di una parete completamente nera, che ne esalta il fascino magnetico. Davanti ad esso, i visitatori compiono una sosta prolungata, poiché l’oro assorbe ogni attenzione. Persino l’indicazione del nome e della paternità dell’opera è posta su un altro muro, adiacente e bianco come tutti gli altri.

Due amanti avvinti in un così tenero abbraccio non necessitano di nient’altro che un lembo di terra su cui poggiarsi: quel prato che è tutto macchie e fiori. Tutto il resto non conta. La luce è puntata sulle due figure avvolte e fuse in quel gesto d’amore; ciò che brilla è la loro unità.

Arduo davvero distinguere l’uno e l’altra, se non per i motivi delle vesti, entrambe dorate, ma ornate da rettangoli e linee rette per lui e per lei da forme sinuose. È la disposizione dei corpi ad assegnare all’uomo il movimento attivo di chi si china sull’altra: la avvolge, le prende il viso tra le mani, la bacia, al di là di ogni reciprocità. Un atto del tutto gratuito.

E lei? Nell’ambiguità della sua risposta risiede una parte importante del fascino di questo quadro. Guardare i suoi piedi, come sospesi sull’orlo del baratro, per notare che è in ginocchio, forse pronta a lasciarsi cadere. Le sue mani poi, le sue mani sono così enigmatiche. Le dita della destra, leggermente ripiegate, sono soltanto appoggiate sul collo di lui e non paiono affatto intenzionate ad aggrapparsi. La posa della sinistra, d’altro canto, è ancora più toccante, quasi volesse schiudere un abbraccio che non può più essere. E se si trattasse un addio? Lui che tenta di trattenerla, di cristallizzare la loro unione in un attimo senza fine; mentre lei, più conscia, sa che ormai il suo tempo è sfiorito: è ora di separarsi, è ora di andare.

Dicono che i protagonisti del dipinto siano l’artista e una giovane donna che egli avrebbe amato sulle rive del lago Attersee. Acquisterebbe così un preciso significato l’oro dello sfondo, liquida luce riflessa sulla superficie delle acque. Eppure, lei conserva sempre quell’aria di debole diniego, una vana resistenza alla dedizione totale di lui. La raffigurazione di un amore non corrisposto nella sua intensità?

C’è una terza interpretazione ed è la più comune. La tenerezza che il quadro promana è intrisa di una passione per la quale all’iniziativa di lui corrisponde l’estasi del completo abbandono di lei, che si lascia amare senza resistenze: come il maschile e il femminile, i due atti combaciano e compartecipano a generare la pienezza della gioia. Assume allora tutta un’altra funzione l’oro che Klimt ha sottratto ai mosaici bizantini di Ravenna: raffigurare l’eternità di un abbraccio, trasferirla al di fuori del tempo.

Cuore di pietra

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Si fa presto a dire “cuore di pietra” e a pensare subito a un soggetto algido, spietato, privo di sensibilità. Eppure, c’è pietra e pietra…

Riconoscete fra questi il nostro ?

Riconoscete fra questi il nostro Pietro?

La mia città, ad esempio, ha un cuore di pietra leccese, che la rende magnificente e solare. Un materiale così malleabile ha consentito agli artisti di darle un volto ricco di sfaccettature, su cui il sole risplende e produce piccole ombre che esaltano i dettagli. Le facciate delle chiese traboccano di simboli e di frutti, raccontano il senso trascendentale della storia e della natura.

Non uno spazio rimane vuoto, la pietra non ha pace finché non esplode in un fiorire di forme. Altroché: la mia città ha un cuore di pietra, la mia città ha un cuore caldo.

Per i pochi che ancora non la conoscessero, ecco due succulenti assaggi di Lecce.

Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.
Un frenetico gioco
dell’anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.
Un’aria d’oro
mite e senza fretta
s’intrattiene in quel regno
d’ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l’infinito.

Vittorio Bodini, Lecce

La rosa infinita

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Eibo Jeddah, The Fibonacci Rose

Eibo Jeddah, The Fibonacci Rose

Buttate pure via / ogni opera in versi o in prosa. / Nessuno è mai riuscito a dire / cos’è, nella sua essenza, una rosa. (G. Caproni, Concessione)

Pare che nella rosa sia già inscritta la sembianza della nostra galassia, come se questo fiore fra tanti fosse la matrice di ogni spirale.

Deve esistere un nesso profondo fra la rosa e il nome con cui cerchiamo di evocarla, se in tanti – da Shakespeare a Rilke, passando per Borges e Mallarmé – se ne sono lasciati sedurre.

La rosa è l’immagine del mondo che i poeti da sempre inseguono, la realtà inafferrabile: il linguaggio è sempre un passo indietro.

La rosa è un labirinto,
non conosco la rosa.
Volteggia
come un ombrello
sotto la pioggia.
Ogni petalo è un plettro,
una sillaba ormai muta.

(2011)

Di parole si può vivere?

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parole di lulù
Sembrerebbe di sì. Soprattutto se le parole in questione sono Parole di Lulù, come il nome della fondazione attraverso la quale il cantautore romano Niccolò Fabi e la compagna Shirin Amini celebrano ogni anno la vita della piccola Olivia, la figlia che nel 2010 hanno perso a causa di una grave meningite.

Ogni volta, a Casale sul Treja (provincia di Roma), il 30 agosto è una festa, ci sono esibizioni canore e laboratori per i più piccoli e si raccolgono fondi perché la festa possa durare più a lungo e possa essere per molti.

E come per ogni festa, ci sono dei regali. Quest’anno Parole di Lulù, insieme a “Medici con l’Africa CUAMM”, ne ha confezionato uno per l’ospedale di Yrol in Sudan, che riceverà le attrezzature necessarie perché il nuovo reparto pediatrico in costruzione possa accogliere fino a 3500 piccoli pazienti. Un contributo non da poco, considerando che in Sudan la mortalità infantile riguarda 135 bambini su mille.

Sono partiti insieme per recapitarlo, tre “re magi” d’eccezione, tre amici in viaggio, tre colleghi che la sanno lunga sul potere delle parole.

Parole che fanno bene.

I poeti sprecano la carta

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origami gru

Non voglio assumermi meriti che non mi spettano. L’autore di questa affermazione è un ragazzino di seconda media invitato a spiegare la peculiarità dei componimenti in versi rispetto alla prosa.

Non fa una piega, vero?

Per me c’è del genio in queste parole. Intanto, magari senza accorgersene, Davide ha dimostrato uno spiccato senso dell’oltre, indicando in modo divergente le opacità della nostra vista di adulti, ovvero la differenza fra ciò che guardiamo e ciò che di solito vediamo. Come dire: siamo tutti buoni a fare due tagli, ma ci vuole un artista per ricordarci che al di là del quadro c’è la tela.

Lucio Fontana, Spatial Concepts: Expectations

Lucio Fontana, Spatial Concepts: Expectations (1960)

In un mondo che bada sempre di più alla funzionalità, caro Davide, hai colto tuo malgrado l’elemento caratteristico della bellezza, la sua assoluta gratuità. L’arte per l’arte, insomma. Lo slancio vitale dell’uomo verso ciò che lo trascende.

Vuoi sapere perché il poeta alla fine del verso va a capo, quando invece avrebbe ancora a disposizione sul foglio tutto lo spazio che vuole? E perché alcuni suoi colleghi, addirittura, spezzettano le frasi come gli pare e piace? O magari perché le possono invertire senza apparente criterio, mentre se ti azzardi a farlo tu il tuo tema diventa tutto striato di rosso, nemmeno fosse un film di Tarantino?

Prova a guardare L’anguilla di Montale e la vedrai strisciare nella lunghezza irregolare di quei versi.

Leggi ad alta voce L’acrobata della Szymborska e ti sembrerà di ondeggiare sul suo trapezio insieme a lui tra interruzioni e ripetizioni, interruzioni e ripetizioni.

Prendi pure in mano un prosatore, se preferisci, ti assicuro che il risultato cambierà di poco.

Osserva, ad esempio, i brevi paragrafi e i lunghi spazi bianchi che compongono i capitoli di Seta di Baricco e dimmi se non ti sembra di sentire tra le mani la soave levità di quel tessuto.

Se a ragione Dostoevskij sosteneva che sarà la bellezza a salvare il mondo, allora la poesia è uno degli sprechi che sono tanto più necessari in questi tempi di crisi.