Due anni, otto mesi & ventotto notti

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Due anni, otto mesi & ventotto nottiSe è vero, come è vero, che scrivere un romanzo è leggere il mondo, allora anche una storia popolata di jinn ed altre creature incredibili come filosofi morti, giardinieri fluttuanti e donne molto arrabbiate, può parlarci tra le righe – con il mormorio impercettibile dei buoni racconti – della realtà. E col senno di poi, la più recente opera di Salman Rushdie si rivela di un’attualità ancor più sconcertante.

Due anni, otto mesi e ventotto notti è il tempo sospeso della fiaba, la temporanea amnistia dalle leggi del reale; l’anticamera in cui persino la morte deve attendere se c’è un narratore coi fiocchi a intessere i fili del meraviglioso. Due anni, otto mesi e ventotto notti è la trasposizione nel calendario gregoriano di quel periodo magico altrimenti noto come mille e una notte.

Raccontiamo questa storia così come è stata tramandata nei secoli passando di bocca in bocca per giungere fino alle nostre orecchie. È la storia della scatola avvelenata e dei racconti che essa contiene. Questo è ciò che sono tutte le storie, vicende raccontate da molte lingue alle quali talvolta diamo un solo nome: Omero, Vâlmikî, Vyâsa, Sheherazade. Nel nostro caso, ci chiamiamo semplicemente “noi”. “Noi” siamo la creatura che racconta storie a se stessa per comprendere la propria natura. Quando arrivano a noi queste storie si liberano dalle loro primigenie connotazioni di spazio e luogo, perdono la specificità di un’origine precisa e guadagnano in purezza essenziale, diventando semplicemente se stesse. E di conseguenza, in base allo stesso criterio,  come ci piace affermare – sebbene non sappiamo quale sia, o sia stato, questo criterio – queste storie diventano ciò che conosciamo, che comprendiamo, e ciò che siamo, o forse dovremmo dire piuttosto ciò che siamo diventati, o che forse potremmo essere.

Il narratore di Due anni, otto mesi & ventotto notti – un “noi” imprecisato che si presume essere l’umanità del futuro – si volta indietro per raccontare un passato in cui la ferocia e l’intolleranza ancora imperversavano tra gli uomini. Un periodo di disastri e distruzioni, scaturito da una disputa tra filosofi e scatenato dall’apertura di un varco tra il mondo di sopra e quello di sotto, il mondo degli uomini e il mondo dei jinn. Un’epoca violenta: proprio come la nostra, se non fosse per l’origine sovrannaturale delle cosiddette “anomalie”.

A cavallo tra allegoria e satira, Rushdie narra una storia di mostri ultramondani per parlare sottotraccia delle mostruosità del nostro mondo, dell’estremismo che può nascere in chiunque permetta che la propria componente razionale si addormenti.

Ragione e ragionevolezza sono i valori-baluardo che l’autore auspica per un futuro di pace e tuttavia la sua è una conclusione agrodolce, un monito: chi doma per sempre la propria irrazionalità smette di sognare. Siamo ancora in tempo per restare umani?

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