True Detective 2

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true detective 2Nel bene o nel male, il vantaggio di una serie antologica come True Detective è non potere in alcun modo sciupare quanto è stato già raccontato o, in un altro verso, avere la possibilità di ripartire di anno in anno da zero: davvero una fortuna per Nic PIzzolatto, perché l’attesissima seconda stagione della sua creatura regge il confronto con la prima giusto il tempo della sigla di apertura affidata all’ammaliante Nevermind di Leonard Cohen.

E sì che a raccogliere l’ingombrante eredità di Rust e Marty stavolta sono ben quattro protagonisti, peraltro interpretati da un cast altisonante, fra cui spicca un Colin Farrell particolarmente convincente nei panni del detective Ray Velcoro. Forse, a ben vedere, è tutto qui il peccato originale di quest’annata: incentrarsi forzatamente su troppi personaggi, che, per di più, appaiono troppo a lungo non necessari alla narrazione.

Il padre tormentato (Farrell), l’uomo d’affari che cerca di affermarsi con ogni mezzo (Vince Vaughn), la poliziotta molestata in tenera età (Rachel McAdams) e l’omosessuale represso (Taylor Kitsch) sembrano non avere motivi sufficienti per far pesare di continuo il loro passato sulla storia e comunicano la paradossale impressione di non avere – in quattro – abbastanza da raccontare. Per questo, lo spettatore non è quasi mai indotto a empatizzare con i loro personaggi, nonostante tutta l’attenzione che a questi viene dedicata a scapito della chiarezza della trama e del racconto.

Infatti, sebbene il caso da risolvere rappresenti stavolta una piacevole variazione sul tema (atmosfera meno rarefatta, più azione, maggiore verosimiglianza delle vicende), il suo sviluppo non si è rivelato affatto avvincente, poiché per larghi tratti inintelligibile, relegato com’era sullo sfondo, affidato a nomi che non avevano volto o volti poco mostrati nel tentativo di non svelare troppo in anticipo le carte.

Ne consegue l’impressione che, a fronte di una buona storia, l’intreccio sia stato danneggiato sia dall’eccessivo spazio riservato ai protagonisti (invece che ad una migliore definizione di ciò che li circondava), nonché dagli evidenti riferimenti agli stereotipi di genere (David Lynch in primis, ma anche un certo noir d’annata) che mal si armonizzavano con il tono generale del racconto.

Ciononostante, con questa seconda stagione True Detective si è confermato un prodotto di punta della serialità televisiva targata HBO, magari pagando più del dovuto il paragone con il successo dello scorso anno. In fin dei conti, le due storie ci sono state raccontate secondo un andamento diametralmente opposto, visto che la prima si concludeva rivelando il trucco con cui ci aveva a lungo stregati e questa invece è finita col botto, affidandosi ad un finale intenso, da all in, forse un po’ prevedibile, ma decisamente coinvolgente.

Sempre interessante dal punto di vista tecnico (per quanto si sia avvertita eccome l’assenza di Fukunaga alla regia), rivedibile l’intreccio: buon per noi che True Detective è una serie antologica, l’anno prossimo avremo ancora di che godere.

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