Diamogli il cinque!

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Julio Florencio Descotte CortázarDa quando Il Secolo Corta ha cominciato a vomitare coniglietti scegliendo un racconto da cinque raccolte di quel gran bel pezzo d’uomo che fu Julio Florencio Cortázar Descotte, non sono più riuscito a tenere a bada le mancuspie e così eccomi qua ad eleggere anch’io i miei racconti preferiti, rigorosamente uno per ogni raccolta.

da Bestiario (1951)

Eh sì, Bestiario prende il nome dall’omonimo racconto con cui si conclude (ottimo esempio tra l’altro dell’uso del perturbante in Cortázar: c’è una tigre che si aggira per casa, ma è una cosa normale per tutti tranne che per il lettore); eppure possiede un titolo ancor più programmatico, dal momento che quasi ogni testo ospita una o più creaturine che ben figurerebbero ne Il libro degli esseri immaginari di Borges. Tuttavia, propendo per lo scorcio di paradiso che appare nella milonga di Le porte del cielo: nessuna bestiola, ma è un racconto che mi ha lasciato con una nuova suggestione per immaginare la realtà. (Naturalmente, una menzione tutta speciale va a Circe e il ripugnante pasticcino di Delia, che mai potrò dimenticare.)

da Fine del gioco (1956)

Dove faccio la conoscenza di un altro animaletto grazioso, l’axolotl, e scopro peraltro che esiste e sul serio e non è che una salamandra, solo più carina. Il racconto a cui dà il nome ci dice, fra le altre cose, della passione di Cortázar per le situazioni speculari e i loro ribaltamenti, come grosso modo accade in La notte supina. In Le Menadi L’idolo delle Cicladi l’immaginazione del Nostro gioca piacevolmente a mischiare le carte tra mitologia e realtà moderna, ma è inutile girarci troppo attorno: Continuità dei parchi vince a mani bassissime. Metanarratività à gogo, intrigo, azione e un labirinto: cosa vuoi di più dalla vita?

da Le armi segrete (1959)

Beh, qui è sin troppo facile dire Il persecutore, Charlie Parker, la rayuelita, etc. e allora vado controcorrente e dico che se Le bave del diavolo (sono in spagnolo le secrezioni del ragno, forte!) ha un meccanismo narrativo così potente da ispirare un film di successo (Blow up di Antonioni) finanche lasciandosi modificare così tanto nell’intreccio, il racconto per così dire eponimo, Le armi segrete, ha tutte le carte in regola per essere il preferito del lotto. Lascia fino all’ultimo il lettore sullo stesso precario equilibrio del protagonista, domande incomprensioni paranoie insieme a lui; e poi si conclude con uno di quegli esiti à la Cortázar che hanno contribuito a ridefinire il fantastico nel Novecento.

da Tutti i fuochi il fuoco (1966)

Autostrada del sud, certo, geniale nella sua assurdità. Tutti i fuochi il fuoco e il continuo specchiarsi della storia, che suggeriscono come Cortázar lavorasse per visioni e connessioni. Va bene Riunione (epico) e d’accordo L’isola a mezzogiorno (una magnifica ossessione e il dubbio di averla abbracciata in modo diverso da come appariva), ma volendo essere onesto opto per La salute degli infermi, ciò che più mi ha colpito alla prima lettura. La mente dell’uomo è un abisso strano: gli anziani vi si smarriscono spesso, a volte anche coloro che li accudiscono.

da Ottaedro (1974)

L’anello meno scintillante della catena, non per questo da buttare. Estate e la sua inquietante presenza notturna sarebbero perfetti nella cornice di BestiarioLuogo chiamato Kindberg ha in sé tutta l’insondabile tristezza dei sogni svaniti. Alla fine, nell’ora in cui scrivo, la mia altalenante preferenza va all’assurda veglia di Le fasi di Severo, in cui l’infermo del titolo riveste il doppio ruolo del bisognoso di cure e del dispensatore di misteriosi prodigi.

Direi che questo è tutto. All’appello manca soltanto Tanto amore per Glenda, una raccolta che mi dicono mica male. Intanto, fuori concorso, mi piace nominare Manoscritto trovato accanto a una mano (Carte inaspettate, 2009): non c’è nulla di più divertente dei violinisti schiavi delle superstizioni.

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