Il goffo di Notre-Dame

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(una favoletta umoristica ambientata nel mondo di C’era un’altra volta)

dodoquestionmark

(immagine tratta da The lonely dodo)

C’era una volta o forse non ci fu,
c’era due volte o un’altra in più…
conta le stelle sulle tue dita,
ogni storia è una storia infinita!
Di ombra, di luce, di guerra, di pace,
veloce la tesse un filo di voce.
S’intesse, s’imbroglia, si perde, ripiega,
eppure quel filo tutti ci lega
Se lo annodate con mani maldestre,
mai verrete a capo delle cose sinistre
che turbano il vostro orecchio
nei giorni foschi della strega:
lei, attraverso uno specchio,
la vita distorce, camuffa, nega…

C’era un’altra volta un uccello così imbranato che era chiamato da tutti Quasi-un-dodo. Un dodo, infatti, lo saprete, è un uccello che viveva, ormai tanto tempo fa, su un’isola lontana e poiché in quel luogo i pericoli erano scarsi e il cibo abbondante, nessun dodo non aveva mai avuto alcun bisogno di imparare a volare, né per fuggire da un nemico, né per raggiungere i frutti sugli alberi più alti. Di conseguenza, quando su quell’isola approdarono i primi uomini e si videro venire incontro quell’animaletto zampettante e incapace di volare, pensarono fosse il più stupido degli uccelli e non cambiarono mai idea. Anche Quasi-un-dodo era un dodo, ma certe volte era talmente goffo da non essere paragonabile nemmeno a un dodo e per questo era per tutti Quasi-un-dodo.

Quasi-un-dodo abitava a Parigi. Ci era arrivato dentro un barile di rhum, in braccio a tre marinai olandesi, ed era stato acquistato per cinque bottoni lustri e una matassina di spago dall’arcidiacono di Notre-Dame. Quel giorno che a noi interessa, gironzolava come suo solito per la Corte dei Prodigi, lo slargo ai piedi della cattedrale dove aveva piantato le tende un combriccola di gente bizzarra. Contorsionisti muti che rappresentavano l’alfabeto con le loro pose impossibili, domatori di beoni, equilibristi squilibrati, mangiafuoco coi bruciori di stomaco, disillusi illusionisti, giocolieri e giocolierilaltro, folli folletti e persino una fata maschio, un pagliaccio che gioca coi mondi il cui nome è Fato; e, ancora, un chiassoso bestiario di pipistrilli, babbuini natale, ragnelli, ballerane, piccioni piaggiatori, porcelline di porcellana, topazzi, ammoscerini, scarabeoti, ostrichechi, elefinti, un griforifero e uno storione, pulci e pulcini, squalombrichi, scarafagiani, pappagatti, rinocerotti, carammelli… e infine un mare di cavalloni: tutte stramberie partorite da chissà quale fervida immaginazione. Tuttavia, ciò che più attraeva il nostro Quasi-un-dodo era Esme, il lucente specchio nella tenda della chiromante.

Nella penombra, dietro il velo della soglia, emanava un bagliore a cui Quasi-un-dodo non seppe resistere. E allora il dodo sbirciò col muso, incespicò nel telo, finì col becco in terra… e vide di fronte a sé uno splendido uccello esotico. Certo, era caduto nella polvere, ma ecco ora poteva vederlo rizzarsi col petto in fuori, sfoggiare un piumaggio degno di un’aquila, pavoneggiarsi e beccheggiare davanti allo specchio: «Ah, Esme, lo so che vuoi ingannarmi… quella che vedo davanti a me è solo la mia immagine riflessa. Ma sì, mi riconosco, sono io: bello come un pavone, rapace come un falco e regale come un’aquila reale!».

Povero Quasi-un-dodo, non sapeva neanche specchiarsi? Era credulone come un allocco, sempliciotto come un pollo e più tonto di un dodo! Non aveva capito che Esme non era che uno specchietto per le allodole e amava giocare brutti scherzi. Un sorriso sinistro scintillò alle spalle del nostro amico maldestro.

«Cruuu, guarda, cara, il dodo ha alzato la cresta». Quasi-un-dodo si voltò di scatto per individuare la voce insolente, ma le garguglie sopra di lui tacevano, lo sguardo di pietra rivolto altrove.

«Non dire così, caro, cruuu. Semplicemente, non ha resistito allo sbrilluccichio, è cascato nella stessa trappola delle gazze».

«Ah, sì, quelle ladre, cruuu. Credono che tutto quel che luccica sia loro!»

«Ehi, voi due, garguglie! Avete finito? O pensate che basti guardare da un’altra parte appena mi volto, perché non mi accorga di voi?»

«Cruuu, garguglie a chi??»

«A voi! Vi vedo, sapete? Non so come facciate a parlare senza muovere il becco, ma vi vedo…»

«Cruuuuuu! Alza lo sguardo, merlo…»

«Ah! Allora eravate voi due piccioncini!»

«Cruuu, te lo ripeto ogni volta che solo lui è un piccione. Io sono una colomba…»

«Beh, un piccione bianco è pur sempre un piccione! Dico, anche se ha il vezzo di masticare ramoscelli d’ulivo…»

«Cruuu, come ti permetti di rivolgerti così alla mia colombella, sottospecie di struzzo?»

«Rimani tranquillo, caro, cruuu. Bisogna capirlo, si è lasciato imbrogliare dallo specchio…»

«Imbrogliare?»

«Imbrogliare, cruuu, sì.»

«Imbrogliare io!»

«Cruuu, sì: imbrogliare! La smetti di fare il pappagallo?»

«Ma se sono più sveglio di un’aquila! Anzi, di più: sono un aquilone!»

«Cruuu! Ah, sì? Dimostramelo, allora: vola fin quassù!»

«Ecco… io… e va bene! Salirò fin lassù, vengo a prendere due piccioni con una clava» starnazzò Quasi-un-dodo, prima di tuffarsi nella sfida. E tre ore dopo, sudato e sfinito, raggiunse la meta… a piedi, salendo dalle scale! Il piccione lo sbeffeggiava, mentre la colomba cercava di farlo desistere dal suo intento. Quasi-un-dodo, però, non voleva sentire ragioni, avrebbe planato come un gabbiano sull’oceano, diceva, sferzato l’aria come le rondini che ora sfrecciavano intorno alla cattedrale urlando raggianti «hiiiiiiiiii, hiiiiiiiiii!». Uhm, ma com’era alto lassù! Forse, in effetti, non era il caso di cadere da quell’altezza e finire come uno struzzo, con la testa conficcata nella piazza. Sudava Quasi-un-dodo, mentre le rondini continuavano a fare «hiiiiiiiiii, hiiiiiiiiii!» e rimanevano ferme, perché era tutto il resto che gli girava… Hiiiiiiiiii, hiiiiiiiiii, cruuu, cruuu, Quasi-un-dodo cadde giù.

«Cruuu, ma che cervello di gallina!»

«È caduto, cruuu! Bisogna trarlo in salvo, cruuu!» si agitava la colomba.

«Ci pensiamo noi, hiiiiiiiiii!» risposero in coro le rondini e con una spettacolare virata nel cielo intercettarono il dodo e subito esultarono: «Hiiiiiiiiii, il dodo è tratto! Il dodo è tratto, hiiiiiiiiii!»

«Lasciatemi, devo volare…»

«Macché volare, hiiiiiiiiii! Lascia perdere questa faccenda, che rischi di farti male sul serio…»

«Vi mettete anche a gufare, ora? Vi dimostrerò che non solo so volare, ma ho anche un occhio di falco e so beccare gli oggetti al volo meglio di un martin pescatore!»

«Hiiiiiiiiii, e va bene, come vuoi… Prova a prendere un grappolo d’uva, se ci riesci!». E così dicendo, con una nuova violenta sterzata le rondini si sollevarono in cielo e il dodo lo lanciarono in picchiata verso il banco della frutta. Al che, questi annaspò più impacciato di un pinguino, fin quando non precipitò tra i grappoli, fracassando il banchetto e senza nemmeno riuscire a catturare un acino! Qualcosa, però, l’aveva catturata: l’attenzione di quell’omone paonazzo che gli correva incontro imprecando… era il fruttivendolo!

Quasi-un-dodo scappò via di là, hiiiiiiiiii, cruuu, cra cra! Le cornacchie si avventarono sulla pelata dell’omone e riuscirono a portare in salvo il dodo sul cornicione del vicolo.

«Cra, cra, ora la fai finita con questa stupida sfida?»

«No! È vero, oggi non ero in forma, ma…»

«Ma… cra?»

«Ma posso ancora dimostrare che ho il portamento di un airone!»

«Ma, cra, sei proprio un tordo!». Le cornacchie si dettero le ali sulla testa. «Prova a stare in equilibrio su una sola zampa, allora. Come un fenicottero, cra!»

Cra, cruuu, hiiiiiiiiii, hiiiiiiiiii: chi indovina cosa accadde a questo dodo qui?

Neanche il tempo di dire cinciallegra, che finì dritto dritto in un barile d’acqua al di sotto del cornicione.

«Cruuu, oggi brodo di dodo!»

I piccioncini, le rondini e le cornacchie si erano riuniti intorno al barile. Quando Quasi-un-dodo ne venne fuori aveva smesso di fare il galletto.

«Guardati, hiiiiiiiiii. Ora cosa vedi?»

Quasi-un-dodo si voltò verso la pozza d’acqua nel barile che ora gli fungeva da specchio e ammise: «Avevate ragione. Vedo un uccello bagnato come un pulcino, pavido come una quaglia e più stupido di un dodo…»

«Cra, craaa. E basta? Non vedi nient’altro?»

«Nient’altro, tranquilli…»

«Cruuu, stupido di un dodo!». La colomba sputò via il ramoscello. «Non hai capito ancora niente di te, guarda di nuovo!».

Altro che Esme: Quasi-un-dodo aveva bisogno di qualcuno che riflettesse, ma meglio di uno specchio. I piccioncini, le rondini e le cornacchie gli si fecero vicini e nel momento in cui il dodo rivolse di nuovo lo sguardo alla sua immagine riflessa riuscì finalmente a vedere chi era davvero: un uccello circondato da uno stormo di amici.

(2011)

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