Fire and eyes

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Vagheggiando di prodigi millenari che si incrociano nella mia città, ho immaginato questa scena tra i tavolini di un luogo che i leccesi non faticheranno a riconoscere. Del mosaico ipotizzato anni fa è rimasto questo racconto breve: rileggendolo adesso, sembra proprio che sia il suo carattere frammentario a conferirgli quel tono perturbante che ho ricercato componendolo.

The fire within by safara333 - dettaglio

Safara333, The fire within (dettaglio)

Il dottore siede puntuale a metà mattinata ai tavolini del bar. Sciorina battute volgari, mentre succhia qualche oliva. Ordina il solito aperitivo ghiacciato con fare da gran padrone, non risparmia parolacce alla sua grassa risata. Nell’attesa sfoglia qualche quotidiano leccandosi le dita. Appioppa qualche appellativo non proprio simpatico ai politici locali di centrosinistra, prima di mettere i giornali da parte, braccato dal caldo. Si affossa sulla sedia che scotta, lasciandosi andare ai commenti sul fondoschiena della nuova cameriera tamil. Sbottona il colletto, c’è un’afa terribile.

Dal tavolino di fronte alla libreria, un uomo punta il suo sguardo su di lui. Sorseggia un caffè in ghiaccio.

Il dottore geme rumorosamente. Ma quando cazzo arriva quest’aperitivo? Il viso è imperlato di sudore. Gli occhiali da sole che scivolano per terra danno adito a nuove imprecazioni. Non si capisce cosa abbia a che vedere Dio con le sue costose lenti rotte. Sotto le ascelle la camicia lascia trasparire ampie chiazze di sudore.

L’uomo dall’altra parte della sala continua a fissarlo.

Il dottore prende ad agitarsi sulla sedia, ora anche il cuscino è fradicio. Riprende vigore sull’avambraccio l’abbronzatura del suo ultimo turismo sessuale. L’epidermide assume il colore rossastro di una forte ustione, un intollerabile pizzicore si fa largo sotto la pelle.

Si accorge a malapena di un tizio che lo guarda freddo negli occhi. Lui brucia. Prova a sfregarsi, ma un dolore acuto gli arriccia i nervi. Lembi di pelle vengono via sotto le unghie. Lancia un grido e precipita a terra contorcendosi. Non gli porta sollievo versarsi addosso l’acqua del portafiori, è il suo stesso sangue a ribollire.

La gente in sala è allibita. Tra le urla di panico, qualcuno implora di chiamare un medico, nessuno muove un dito.

Quando la giovane cameriera sbuca dalla cucina con il sontuoso aperitivo, lascia che il vassoio si schianti al suolo alla vista del dottore. Il corpo davanti a lei ha il colore di un’aragosta bollita. Può ancora sentire gli occhi sfrigolare.

Lo sconosciuto nei pressi della libreria ha appena finito il suo dissetante caffè. Lascia qualche moneta sul tavolino, raccoglie la sua borsa e s’incammina lungo il corso.

(2010)

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