“Con un’ostrica al posto del cuore”

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Voi non saprete mai cosa vuol dire perdere,
voi siete nati per vincere
e tutt’al più per pareggiare…
Ma quando si tratta di dire addio ad ogni cosa
e ad ogni pietra
e persino le rondini sono sparite
e il gabbiano ferito vola nella sua gabbia di tristezza,
tu capisci che in questa provincia senza fine rimani solo tu,
ultimo cavaliere senza briglia e né staffe,
a portare il peso di una storia che finisce.
Ma io come farò a diventare un mito,
povero pescatore d’amuleti con un’ostrica al posto del cuore?

(Rina Durante)

Io mi attengo al testo, anche se è difficile resistere alla tentazione di considerarlo un insieme chiuso di parole, un recinto sacro e inviolabile che ha reciso ogni legame con la realtà per custodire in sé una verità magica. Mi attengo al testo in fondo per un limite personale, che da una parte è la necessità spasmodica – irrealizzabile – di dominare ogni dato e dall’altra, proprio in funzione di ciò, il bisogno strutturale di fissare un punto e assumere una prospettiva, con tutti i rischi della parzialità – e talvolta persino della falsità – che essa comporta.

Leggo dunque così queste parole di Rina Durante, “raccontratrice” della mia terra, e da lettore sensibile ai modi e ai moti del raccontare vedo in esse di più che la storia di emarginazione di tutte le province, di più che l’esilio a cui le condanna lo straripare della cultura dominante, di più: il continuo fraintendimento con cui noi stessi cancelliamo la nostra, sempre di più.

Quanta ironia c’è nella chiosa di questo testo? Sono solo io a notarla, a scorgere la luce ancora più struggente che conferisce a quanto la precede? O magari è del tutto non voluta o, quel che è peggio, assente?

Eppure, basta guardarsi intorno per accorgersi degli ingenti sacrifici che compiamo sull’altare del pensiero dominante. Usiamo, ad esempio, parole straniere come se in italiano non esistessero omologhi corrispondenti: calchi vuoti con cui mutiliamo la nostra lingua della capacità di descrivere una realtà autentica. In questo atteggiamento da “provincia dell’impero” teniamo in così poco conto tutto ciò che è locale

Viviamo nella frustrazione di ambire invano ai grandi palcoscenici, ai traguardi segnati per noi dalla pubblicità. Aspiriamo, come città, a fregiarci del riconoscimento di “capitale europea della cultura” piuttosto che capitalizzare la nostra cultura, magari difendendo gli ulivi dai dettami europei.

E mentre umiliamo la nostra piccolezza per sentirci grandi abbastanza, continuiamo a ignorare quale tesoro custodisca chi vive “con un’ostrica al posto del cuore”.

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