Vizio di forma

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Quando nel 2009 Thomas Pynchon pubblica il suo settimo romanzo coglie tutti di sorpresa, poiché per la prima volta pare abbandonare i territori del postmoderno per rifugiarsi in una forma narrativa più tradizionale, quella del noir.

Vizio di forma, neanche a dirlo, è un noir del tutto atipico, gremito dal solito codazzo di personaggi dai nomi improbabili e persino involuto dal punto della risoluzione, sebbene almeno in apparenza più lineare di altre opere dell’autore di Glen Cove. In altre parole: una vera e propria delusione per tutti coloro (non pochi, stando ai dati delle vendite) che si aspettavano un Pynchon for the masses.

Eppure, a ben pensarci, cosa c’è di meglio del noir, un genere in cui per definizione ogni elemento, anche il più piccolo, può risultare risolutivo, per instillare il sospetto che tutto rimandi sempre ad altro mentre magari in realtà non significa proprio niente, o niente di più di un’allucinazione? È la paranoia, bellezza.

Più che raccontare il tramonto precoce di una stagione, la fine degli anni Sessanta con i suoi ideali, Vizio di forma ne rievoca l’atmosfera con un tono per certi versi scanzonato eppure a suo modo struggente. Un’operazione nostalgica, visto che la fittizia Gordita Beach non può non richiamare la spiaggia californiana frequentata dall’autore in gioventù? O magari la vicenda di Mickey Wolfmann e della Golden Fang altro non è che una critica al sistema, che fagocita da una parte ciò che rigetta dall’altra? Oppure, ancora, siamo forse dinanzi ad una storia di redenzione, dal momento che chi si è preso la briga di incrociare gli avvenimenti citati nel libro ha stabilito che il trip di Doc comincia tre giorni prima del venerdì santo del 1970 e termina il giorno dell’Ascensione dello stesso anno?

Il titolo dell’opera, d’altro canto, fa appello alla terminologia giuridica per indicare quel difetto congenito che compromette una situazione a priori. Il che, riferito all’epoca in questione e alla controcultura che è stata in grado di generare ma non di far attecchire, suona un po’ come dire “è stato bellissimo, ma avremmo dovuto saperlo tutti che non sarebbe durata”.

Sembrava che, qualunque cosa fosse successa, avesse raggiunto una specie di limite. Era come trovare la porta del passato incustodita, non vietata perché non doveva esserlo. Incastonato nell’attimo del ritorno c’era infine questo scintillante mosaico di dubbio. Un elemento come quello che i colleghi di Sauncho nell’assicurazione marittima amavano chiamare un vizio intrinseco.
– È come un peccato originale? – opinò Doc.
– È quello che non puoi evitare – disse Sauncho…

L’adattamento cinematografico di Paul Thomas Anderson (irresistibile Joaquin Phoenix nei panni di Doc Sportello!) ben rende sia lo stile caleidoscopico di Pynchon, sia il “vizio” che questi ha inteso rappresentare. Ne viene fuori un film complesso e intricato, che se da un lato delizia gli appassionati, dall’altro pare sconcertare la maggioranza degli spettatori.

Pur dovendo inevitabilmente semplificare l’intrigo (accentuandone così il carattere pretestuoso, perché in fin dei conti in un noir ciò che conta è il sentimento), Anderson nella sua qualità di regista e sceneggiatore rimane fedele alla lettera del libro, salvo regalarci un’inedita scena finale che ne riassume al meglio tutto lo spirito malinconico. Un ritorno di fiamma, ma più consapevole che mai. Stavolta è Doc a dire a Shasta

Questo non significa che torniamo insieme.

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