La maschera bianca

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Il racconto breve di seguito riportato nasce da una vecchia suggestione e come tale ho voluto renderlo al lettore, perché sia quanto più possibile permeabile alla sua immaginazione. Nella stesura, per liberare il testo dal mio controllo sulla struttura, mi sono lasciato guidare dall’ipnotica composizione di Jocelyn Pook che fa parte della colonna sonora di Eyes Wide Shut: un accompagnamento ideale anche per la lettura di questo racconto dal titolo La maschera bianca.

E infine tutti giunsero al suo cospetto, assiepati nella cripta dove erano stati a lungo attesi.

Lì terminavano i loro passi e l’illusione che qualcuno all’infuori di lei li avesse governati.

Attendevano, non meno immobili delle colonne che svettavano al di sopra delle loro teste, le forme parimenti adombrate. Il corpo scolpito della roccia si stagliava nel crepuscolo, mentre la schiera degli evocati vi annegava quasi per intero e soltanto alcuni dettagli venivano a galla. Si scorgeva ora il cupo riflesso di un monile, ora l’orlo ricamato di una veste, un fiore secco, un guanto, uno scarpone.

Nessuno che osasse in alcun modo varcare la porzione di terra ancora irrorata dal sangue del sole. Esaurito per loro il tempo dell’esposizione. La luce si concentrava su colei che fino ad allora non aveva fatto che rifuggirla.

La Maschera Bianca appassiva sul seggio, priva di tutta la maestà con cui ciascuno l’aveva vagheggiata all’inizio della propria strada. L’oro e il cremisi del tramonto adornavano con ferocia il carico della sua vecchiezza.

Inscenò nel silenzio lo spettacolo lento e penoso. Con ogni sforzo delle dita cercò di intaccare lo strato di gesso che gli ricopriva il volto, finché l’esasperazione delle nocche riuscì dove fallirono le unghie e il gesso si sgretolò all’altezza della guancia, rivelando una voglia a forma di stella sotto l’occhio sinistro.

Tra gli accoliti un uomo trasalì riconoscendo il proprio pallore nel viso che pian piano veniva liberato, le sue stesse labbra sottili, il suo naso. La Maschera Bianca lo strappò senza riguardo, faticando a venire a capo dei filamenti che lo seguivano, lavorando al contempo con l’altra mano per staccarsi di dosso il secondo rivestimento.

Venne fuori un colorito olivastro e il lieve strabismo di uno sguardo d’ambra che non pochi, oltre alla donna che vi si rifletteva, seppero identificare. Nondimeno, anche quelle pupille vennero cancellate e con esse la grazia del sembiante.

Grigie sopracciglia si arricciavano sulla fronte e capelli di platino piovvero su orecchie dai lobi trafitti. Emerse allora il folto di una barba e sotto ancora il mento delicato di un bambino. Inganno dopo inganno, la Maschera Bianca assumeva i connotati di tutti, salvo poi sbriciolarli con le sue stesse mani.

Quando infine lasciò cadere l’ultimo velo, le sue dita tastarono un viso ormai piagato, che nessuno più reclamava per sé.

A quel punto, null’altro che ombre abitava la sua cecità.

(2015)

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