Il disperato bisogno di un mondo nuovo

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Interstellar bookshelfNon voglio parlare di Interstellar. Né della sua colonna sonora che trovo mesmerizzante (ennesimo centro di Hans Zimmer), né di quanto, dopo Dallas Buyers Club True Detective, l’abilità recitativa di Matthew McConaughey non stupisca più nessuno. Non voglio parlare neanche dei più che azzeccati riferimenti a 2001: Odissea nello spazio e di tutti gli altri elementi che avrebbero potuto fare di questo film un capolavoro assoluto, un classico istantaneo.

Non ho intenzione di infilarmi nel ginepraio di discussioni sorte attorno ad esso. Dopotutto, io stesso ne ho tratto impressioni ambivalenti: a caldo grande entusiasmo, crescenti perplessità col passare del tempo. Senza dubbio un’opera grandiosa sotto molteplici punti vista, sebbene non del tutto convincente nel bilanciare il buonismo di Spielberg (cui inizialmente il progetto era affidato) e l’attenzione all’intreccio così tipica dei fratelli Nolan. In fin dei conti, Interstellar possiede un solo elemento capace di mettere tutti, qualunque sia la prospettiva, d’accordo: una trama piena di buchi (neri).

Non è nemmeno di questi che voglio parlare. Mi chiedo, piuttosto, se una storia del genere non rappresenti l’ultima frontiera dell’epopea cinematografica americana, il punto di non ritorno di una retorica fin troppo influente nella cultura occidentale e ormai divenuta la parodia di se stessa.

Dopo che le catastrofi preconizzate per anni a scapito dei loro monumenti nazionali sono state brutalmente attualizzate dai fatti dell’11/9, la grande potenza ha iniziato a tremare e il mito del self made man è stato spinto fino al parossismo che ci racconta Interstellar, ovvero la razza umana che riesce a trascendersi in un modo letteralmente incredibile [spoiler]: in una situazione quanto mai tragica, in cui l’intera umanità è posta dinanzi al proprio limite di creatura, è davvero più facile immaginare un uomo in grado di abitare cinque dimensioni, invece che aprirsi all’idea di una realtà più vasta – e quindi non del tutto conoscibile – che gli vada incontro con clemenza, sia esso Dio o una qualunque forma di vita aliena? [fine spoiler]

In fondo, a Omero bastava il bacino del Mediterraneo per raccontare di peripezie in luoghi esotici e meravigliosi: stavolta la posta in gioco è più alta, l’universo è il tòpos di una nuova Odissea e l’eroe ne attraversa a vele spiegate gli incerti confini, non più con l’obiettivo di far ritorno alla sua isola tra le stelle, ma in cerca di una nuova casa.

C’è, insomma, il bisogno di trovare una nuova dimensione, un mondo nuovo in cui riaffermare il proprio ruolo e il diritto per ciascuno a condurre una vita buona e bella, quella che nel film è preclusa dalle condizioni ambientali, ma che già la realtà attuale non garantisce a tutti. La soluzione, tuttavia, non è emigrare altrove ogni volta che l’aria si fa irrespirabile, non è la prospettiva di abbandonare un giorno la Terra sperando che esista un altro luogo da sfruttare fino all’esaurimento.

Per vedere un mondo nuovo servono occhi nuovi, uno sguardo rinnovato per una maggiore consapevolezza: non è quello che le letteratura, il cinema ed ogni forma di racconto ci offrono?

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