Le parole di una visionaria

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pic    Dan Tuffs (001 310 774 1780)

Chi conosce e apprezza le sue opere di genere soprattutto fantastico e fantascientifico sa che Ursula K. Le Guin rappresenta una voce autorevole nel campo della letteratura mondiale, una donna le cui storie, avvalendosi di una prospettiva immaginifica, sono sempre in grado di sondare il senso dell’esistenza umana. Dalle sue parole traspare uno spirito forte e sensibile, capace di uno sguardo sfaccettato sulla realtà e in particolar modo rivolto alle tematiche dell’interazione sociale e della diversità.

Nei giorni scorsi, nell’ambito della cerimonia di premiazione del più importante premio letterario statunitense, il National Book Award, la scrittrice ottantacinquenne è stata insignita di un riconoscimento alla carriera “per lo straordinario contributo offerto alla letteratura americana” e ha pronunciato un discorso di ringraziamento di notevole impatto non soltanto per l’uditorio presente in sala.

Con uno stile diretto e aggraziato come di consueto, si è prodotta in una critica ai colossi dell’editoria e a tutti gli autori che ne assecondano i dettami, rei di piegare la loro arte alle esigenze del mercato. Ora più che mai, ha affermato, in un momento buio come quello che stiamo attraversando, avremmo invece tutti bisogno di uomini che sappiano raccontare in modo libero e responsabile, per intravedere una realtà che superi il contingente.

Visionari, insomma, proprio come lei e le sue parole, qui di seguito riportate in una libera traduzione:

Grazie, Neil [Gaiman, dalle cui mani ha ricevuto il premio]. E a chi ha deciso di conferirmi questo bel riconoscimento: i miei ringraziamenti, di cuore. La mia famiglia, il mio agente, il mio editore sanno che se sono qui è merito tanto loro quanto mio e dunque questo riconoscimento spetta a loro quanto a me. Mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo anche con tutti gli scrittori che sono stati a lungo esclusi dalla letteratura, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto riconoscimenti del genere finire ai cosiddetti “realisti”.

Credo siano in arrivo tempi duri, in cui avremo bisogno delle voci degli autori in grado di vedere alternative al modo in cui viviamo oggi, capaci di guardare attraverso la nostra società stretta dalla paura e ossessionata dalla tecnologica e vedere nuovi modi di essere e persino di immaginare un terreno solido per la speranza. Avremo bisogno di autori capaci di ricordare la libertà: poeti, visionari… i realisti di una realtà più ampia.

Ora come ora, abbiamo bisogno di autori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e l’esercizio di un’arte. Sviluppare scritti per aderire a strategie di vendita, con lo scopo di aumentare i profitti delle grandi aziende e le entrate pubblicitarie, non equivale esattamente a pubblicare e scrivere libri in modo responsabile.

Eppure, vedo il reparto vendite prendere il sopravvento su quello editoriale. Vedo la mia stessa casa editrice, presa da un panico sciocco, dettato dall’ignoranza e dall’avidità, chiedere per un ebook alle biblioteche pubbliche un prezzo sei o sette volte maggiore di quello richiesto ai normali clienti. E abbiamo da poco avuto davanti agli occhi il caso di un affarista che ha cercato di punire un editore per la sua disobbedienza e scrittori minacciati di fatwa aziendale: e ho visto molti di noi, che produciamo e scriviamo i libri, accettare tutto questo, lasciare che coloro che si arricchiscono dalla commercializzazione delle nostre creazioni ci vendessero come deodorante, ci dicessero cosa scrivere e cosa pubblicare.

I libri, lo sapete, non sono semplicemente una merce e la logica del profitto è spesso in conflitto con gli scopi dell’arte: viviamo nel capitalismo e ci sembra che non vi sia possibilità di fuga dal suo potere… ma lo stesso valeva per il diritto divino dei re. Ad ogni potere umano gli esseri umani possono opporre resistenza e cambiarlo. La resistenza e il cambiamento spesso cominciano nell’arte e molto spesso nella nostra arte, l’arte delle parole.

Ho avuto una carriera lunga e soddisfacente anche; vissuta in buona compagnia. Adesso, proprio alla fine, non voglio davvero vedere la letteratura americana svenduta in questo modo. Noi che viviamo di scrittura e di editoria vogliamo – e dobbiamo richiedere – il nostro equo compenso. Ma il nome di questa meravigliosa ricompensa non è profitto, il suo nome è libertà.

Grazie.

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