Pasolini

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PasoliniSe c’è in Pasolini un elemento caratterizzante capace anche di imporsi sulla pur ottima interpretazione di Willem Dafoe, ebbene quello è la fotografia che, per tutta la durata della proiezione, spalma sullo schermo inquadrature nitide eppure crepuscolari, quasi a voler far proprio il punto di vista del protagonista assumendo la prospettiva delle sue lenti scure.

A differenza di altri registi che quest’anno hanno portato in sala opere cinematografiche incentrate sulla vita di illustri letterati, infatti, Abel Ferrara sceglie di raccontare l’uomo – e dunque anche l’intellettuale – senza ambizioni didascalico-divulgative, bensì a partire da un’ottica ben precisa, optando per un atteggiamento in qualche modo sineddotico, pur nel rispetto della realtà storica.

La visuale scelta è delle più pregnanti: le ultime ventiquattr’ore di Pier Paolo Pasolini, quelle in cui si mescolano, come in un giorno qualunque, episodi di vita domestica e occasioni per esprimere la propria visione del mondo, le lettere pigiate sulla macchina da scrivere e le parole impiegate per abbozzare il sogno di un nuovo film, gli incontri fraterni e i pasti di una giornata, l’interesse per i ragazzi di vita e le pulsioni carnali di una vita violenta.

Tutto troncato di netto da una morte tragica, una fine così inconcepibile che in tanti hanno provato a riscrivere e reinventare per glorificare il vate o additare il depravato. Sul tema, Ferrara si attiene alla versione ufficiale, quella fornita dai giudici, arricchendola con il buonsenso della “vulgata”. Si astiene da ogni teoria politica o complottistica, scegliendo ancora una volta un particolare punto di vista per concludere il suo racconto: la disperazione della madre, la cui immagine in un certo senso aveva aperto l’ultima giornata del figlio e ora fa calare il sipario sulla sua storia.

Non esente da difetti evidenti, in primo luogo in relazione al ritmo, Pasolini possiede il pregio di offrire uno scorcio, parziale sebbene non per questo fazioso, su un personaggio tuttora influente della cultura italiana. Una visione, in ogni caso, per certi versi ardua e perciò raccomandata soltanto ad un pubblico motivato.

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