Il giovane favoloso

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Il giovane favoloso

All’inizio della proiezione, la sala è colma oltre ogni (personale) aspettativa. Alla fine, sarà l’unico dato ad aver quantomeno pareggiato le attese.

La buona prova di Elio Germano nei panni di Giacomo Leopardi, infatti, non riesce da sola a far decollare una sceneggiatura priva di guizzi e persino un po’ furbetta, poiché poggiandosi fin troppo sulle liriche più famose del poeta di Recanati, quasi che mostrarne l’origine fosse il suo principale obiettivo, finisce per non prendere sul serio la responsabilità di raccontare una storia.

Cosa significa per Giacomo la passione per le lettere? In che modo il giovane riesce a sfuggire alla gabbia rappresentata dalla casa paterna? Come nasce la relazione con Ranieri e di che natura è? Sono solo alcune delle domande che vengono del tutto ignorate dal film, troppo impegnato ad affastellare una scena sull’altra, una spiegazione dopo l’altra, nella speranza forse che il racconto scaturisca da sé dall’accumulo dei fatti.

Ciò che non si può di certo rimproverare a Mario Martone (regista e sceneggiatore) è la fedeltà ai testi leopardiani: anzi, proprio nella scelta di attenersi strettamente ad essi si può rintracciare il limite più grande di questa pellicola, ovvero quella stessa prudenza che – paradossalmente – Giacomo rimprovera al padre nella scena più riuscita.

Tutto il resto – o quasi – è noia (cit.).

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