L’armata dei sonnambuli di Wu Ming

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L'armata dei sonnambuliEcco la Storia! Dov’è la storia?

Questo l’atteggiamento con cui il lettore affronta una buona metà de L’armata dei sonnambuli, perlomeno fino a quando non scopre in che misura l’una e l’altra coincidano e al contempo, inevitabilmente, finiscano per divergere.

Pur optando per un inizio in medias res che almeno all’apparenza la esclude dal cono d’ombra della narrazione, è la Rivoluzione Francese ciò che l’ultima opera di Wu Ming mette in scena, adottando per il racconto una vera e propria struttura teatrale (divisione gerarchica per atti e scene) che se da una parte suggerisce nell’immediato il tema della finzione, sia pur storica, dall’altra è chiaro indice di un tentativo di rilettura degli accadimenti di quegli anni (e di questi?), come testimoniano i brevi estratti che introducono ogni scena e di cui forniscono la scaturigine e la chiave interpretativa.

Come a dire che nessuno si sogna di imputare la controrivoluzione ai magnetisti e tuttavia non si può non riconoscere nei sonnambuli il ritratto dei reazionari, ciechi davanti a un potere che, se pur li rende forti, li ha a sé sottomessi, in spregio ad ogni rispetto per l’individuo.

In questo senso, la gustosa miscela tra finzione e dati storici si fa ancor più sorprendente con la lettura degli “epiloghi” in cui si apprende non solo che tutti i personaggi fanno a capo a figure storiche di cui si riporta notizia, ma che persino gli elementi che appaiono più romanzeschi provengono in realtà da ricerche d’archivio e fonti d’epoca.

Rappresenta un ulteriore fulcro d’interesse il linguaggio impiegato, soprattutto quello che scaturisce dalla bocca del popolo, oggetto di critica in quanto troppo prossimo, almeno nel lessico, ai dialetti dell’area bolognese, patria del collettivo Wu Ming. Per chi non ne abbia cognizione, lo stratagemma funziona in ogni caso come efficace mezzo di mimetismo sociale, eppure vi sono sufficienti elementi per intravedere in questo nient’altro che un effetto secondario.

Va, infatti, considerata la scelta di italianizzare gran parte delle denominazioni, dai toponimi ai sostantivi comuni, fatta eccezione per i nomi propri di persona; quindi tutte le allocuzioni rivolte al lettore in quei capitoli in cui un’indistinta voce del popolo pare svolgere il ruolo del coro nella tragedia greca, riassumendo le vicende e commentandole dal suo punto di vista: una simile connotazione non può che spingere l’ipotesi interpretativa verso il campo di un raffronto implicito tra la Francia rivoluzionaria e l’Italia dei giorni nostri, quella in cui la casta cambia solo volto ma continua a preservare i propri privilegi, quella in cui la crisi economica, culturale e sociale conduce la gente comune all’esasperazione e il rischio del populismo e dei suoi araldi cannibali è sempre dietro l’angolo.

In definitiva, L’armata dei sonnambuli è un’operazione letteraria di prim’ordine. Terminata la lettura non si può che esclamare: Vive la Trance!

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