Il tempo per leggere

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Terry Border, Kindle-jetpack

In pratica, a scuola ti insegnano a non leggere.

O meglio, a divenire così abile nell’arte della lettura da riconoscere e decifrare le parole senza doverle effettivamente leggere dalla prima all’ultima lettera. Lo dimostra uno studio di circa dieci anni fa della Cambridge University: l’oridne dllee letetre in una paorla non ha ipmotranza, a patot che la pirma e l’utlima sinao nlela psoiizone coretrta, dal moemtno che il crvelelo non lgege le letetre da sloe, ma la paorla glolabmetne. Chiaro no?

Ebbene, su questo meccanismo fa leva Spritz, un’applicazione presentata pochi mesi fa e che si propone un obiettivo non da poco: “reading reimagined”. Gli sviluppatori ritengono che il tempo della lettura venga perlopiù speso per lo spostamento dell’occhio da una parte all’altra delle righe e che perciò possa essere di gran lunga ottimizzato sottoponendo al lettore una sola parola per volta, con una velocità crescente. In particolare, le lettere che si succedono sullo schermo sono posizionate in base al loro optimal recognition point, ovvero quella lettera (evidenziata in rosso e posta lungo un immaginario asse verticale) che le rende immediatamente riconoscibili al cervello. Un essere umano legge in media 220 parole al minuto: la promessa di Spritz è di superare le 700. Scettici? Provare per credere.

In realtà, Spritz non è che l’ultima frontiera in materia di lettura veloce. Si registrano esperimenti in questo ambito sin dagli anni Cinquanta del secolo scorso e altri tentativi sono stati fatti in tempi più recenti. Ad esempio, è disponibile online il servizio di Spreeder, attraverso il quale ci si può cimentare nella lettura veloce di un testo a nostra scelta. Anche in questo caso vedremo scorrere sullo schermo le parole una dopo l’altra, ma senza ricorso all’ORP: il concetto di base qui è leggere così velocemente da impedire alla nostra voce interiore di tenere il ritmo e quindi di rallentarci. Di questo passo, anche i tomi più voluminosi rischiano di volare via nell’arco di una giornata.

Solo una domanda: perché? No, sul serio: quale necessità sottende tutto ciò? a quale guadagno mira?

Se l’intento dichiarato degli ideatori di Spritz è di risparmiare tempo “per altre attività e godertele davvero”, è evidente che l’idea di lettura alla base di questi progetti è abbastanza discutibile. Forse si rivolgono ai lettori svogliati o forse fanno riferimento a quelle letture che ci sono magari necessarie eppure vorremmo evitare. Ma, pur concedendolo, cosa rimane al lettore che si serva di questo metodo? Non troppo, non abbastanza, come si può desumere dall’esperimento giocoso (condotto peraltro alla velocità di 400 parole al minuto) riportato su La Lettura del 23 marzo scorso. Io di certo non mi farei mettere le mani addosso da un medico che si tiene aggiornato con Spreeder.

In ogni caso, se anche per lettura intendessimo il mero atto di decrittare una successione di segni, non potremmo ignorare (perlomeno non qui, dove riteniamo che sia il racconto a fare la storia) che la loro disposizione concorre molto più di quanto immaginiamo alla formulazione di un senso specifico e contestuale. Un rigo bianco fra due paragrafi indica uno stacco inequivocabile non meno di quanto un “a capo” possa offrire un effetto di rara pregnanza (si veda, per esempio, il tono drammatico che assume quel “Usurpatore.” con cui si chiude il primo capitolo dell’Ulisse).

C’è una dimensione spaziale nella struttura del testo letterario che incrocia quella temporale nella sequenzialità. Non solo un prima e un dopo, ma anche uno spazio fra i due stadi, che è altrettanto essenziale. Vale a dire che il tempo lungo della lettura  è il luogo in cui si sedimentano le suggestioni e trovano posto le nuove intuizioni; è il luogo della rielaborazione.

Accartocciare questo spazio, equiparando la lettura alla velocità disgraziata dei mezzi del nostro tempo, equivale a un vero e proprio suicidio, dal momento che (Pennac docet):

Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.

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