La scoperta di Guy Gavriel Kay

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La rinascita di Shen TaiFantasy storico, questo mi mancava.

Se George Martin ha reinventato un genere che languiva negli stereotipi, restituendogli la carica sovversiva che gli è propria e fissando con A song of ice and fire un punto di non ritorno per la letteratura fantastica, l’autore canadese Guy Gavriel Kay regala al fantasy una sfumatura inedita ed estremamente intrigante, capace anch’essa, sia pure a un livello diverso, di dare un senso nuovo e ulteriore al filone narrativo scaturito da Tolkien.

D’altronde, Kay ha goduto del raro privilegio di poter lavorare nell’officina del maestro, avendo coadiuvato (tra il 1974 e il 1975) Christopher Tolkien nella sistemazione di quei testi, ancora inediti alla morte del professore di Oxford, che sono poi confluiti nella pubblicazione de Il Silmarillion. Tale esperienza non può non aver dato un’impronta significativa all’arte di Kay, che da lì a qualche anno avrebbe pubblicato il suo primo romanzo.

Non è, infatti, mai stato un mistero quanto l’universo tolkeniano sia il frutto di un’appassionata tessitura, una reinvenzione, prima ancora che una geniale creazione; ma mentre il maestro trova nella mitologia la fonte del suo Mondo Secondario, l’allievo si rivolge alla Storia e dagli uomini e dai mondi del passato trae linfa il suo raccontare.

Allora perché non dedicarsi direttamente ai romanzi storici? Sul sito riguardante la sua opera, Kay fornisce alcune argomentazioni degne di nota, richiamandosi innanzitutto al gusto di ogni narratore, che desidera essere seguito sul filo che è lui a tendere: se basasse le sue storie su un passato solo leggermente alterato, ciascuno potrebbe in qualche misura prevedere ciò che sta per accadere.

La Storia funziona allora da modello (e non da mera ispirazione, come avviene per Martin) e perciò la stesura di un romanzo è preceduta dallo studio approfondito di un determinato periodo  e della cultura di riferimento: un momento indispensabile del processo creativo in cui la sensibilità dell’uomo e quella dello scrittore (se mai sono distinte) si incontrano in modo particolare.

Sensibilità che a Kay non sembra far difetto. Egli, ad esempio, sceglie di non avvalersi di figure storiche non solo allo scopo di liberare da ogni vincolo la sua immaginazione, ma anche per non sfruttare indebitamente la fama di una persona realmente esistita, trasferendone sulla pagina un’immagine pretestuosa e magari fuorviante.

Risiede altrove, dunque, il senso del guardare al passato per rielaborarlo attraverso un’opera di finzione e riguarda, più che la ricerca di suggestioni esotiche, una concezione della Storia cara a studiosi come Marc Bloch e Edward Carr, che in essa rintracciavano la chiave per comprendere il presente. Ben lo esprime Kay con una frase rivelatoria del suo modo di raccontare:

Using the fantastic as a prism for the past, done properly, means a tale is universalized in powerful ways.

Il fantastico come prisma per guardare il passato per cogliere l’umanità universale racchiusa in esso e parlarne a tutti, poiché è patrimonio comune. Non è un caso che tanti lettori da diverse parti del mondo abbiano scritto all’autore, cercando conferme sul fatto di essere effettivamente loro (e la loro attuale condizione sociale e politica) l’oggetto delle sue narrazioni.

D’altra parte, questa sorta di universalizzazione non si traduce affatto in un appiattimento dei personaggi, modellati magari su archetipi in cui ciascuno si possa facilmente riconoscere. Anzi, sono proprio i personaggi, insieme all’originale ambientazione (la Cina dell’VIII secolo), il punto di forza dell’ultimo romanzo di Kay ad essere stato tradotto nel nostro paese, La rinascita di Shen Tai.

Pur non sempre particolarmente vividi (la voce dello storico interferisce a volte con quella del poeta e del narratore, creando un effetto didascalico), essi sono tuttavia del tutto singolari e sfaccettati, dotati di una psicologia complessa e raccontati in modo onesto da un autore che non invita mai il lettore a prendere le parti e dedica anche alle figure meno rilevanti cura e spazio perché acquisiscano il giusto spessore.

Purtroppo, in Italia Kay è poco tradotto e perlopiù fuori catalogo. Se per me sarà comunque un piacere continuare a leggerlo anche in lingua originale non posso che ringraziare chi in maniera tanto appassionata mi ha invitato alla scoperta di Guy Gavriel Kay.

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