La schiuma dei giorni

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La schiuma dei giorniCi sono molte ragioni per definire La schiuma dei giorni un romanzo visionario, la più evidente delle quali risiede nello strato dell’invenzione linguistica, quel caleidoscopio di neologismi e calembour sulle prime disorientante, ma che pian piano delinea un mondo al contempo solido eppure immaginifico, sempre pronto a sorprendere il lettore, che si parli di docili nuvole parlanti o della terribile suggestione di una ninfea.

Non si tratta di una realtà del tutto aliena rispetto alla nostra, anzi, tra esistenzialisti parafrasati e dischi jazz, più si va avanti nella lettura e più si intensifica il sospetto che mettendoci a parte del suo punto di vista eccentrico sulle cose Vian ci immerga in una prospettiva complessa, una visione del mondo (del suo, del nostro) per certi versi persino distopica.

Non mancano, infatti, situazioni che ad un occhio più lucido appaiono come disumanizzanti, sebbene, soprattutto nella prima metà del libro, trattate con una tale leggerezza da sembrare poco più che un elemento di contorno, una nota di colore. Non è lo stesso inganno della nostra società, in cui fiumi di sangue scorrono a margine degli spettacoli, nella parte bassa del televisore? Così accade nel romanzo, fino a quando la perdita e il non senso fanno tremare i cardini delle tue porte e allora finiscono, all’eccesso opposto, per condizionare tutto il resto.

Nel mondo di Vian, l’uomo è come il coniglio del farmacista, carne necessaria e non indispensabile per tenere in moto gli ingranaggi del sistema: un ricambio organico, sostituibile senza traumi, almeno finché non tocca a nessuno che in qualche modo ci stia a cuore. Forse per questo, quando la notizia peggiore raggiunge il protagonista Colin, la più immediata catastrofe a cui deve far fronte è la necessità di lavorare, lui che fino a quel momento gode del privilegio di essere libero dalla schiavitù del denaro, avendo a disposizione una discreta quantità di dobloncioni per soddisfare i propri desideri.

Già prima della disgrazia, il tema del lavoro trova il suo spazio tra le pagine. Sulla via del loro viaggio di nozze Colin e Chloé si trovano ad osservare alcuni minatori all’opera, commiserando la loro condizione; questi, però, coi loro sguardi sembrano biasimarli.

«Perché ci disprezzano tanto?» domandò Chloé. «Non mi sembra che lavorare sia poi così bello…»
«A loro hanno raccontato così» disse Colin. «In generale si dice che lavorare sia la cosa migliore. Di fatto però non lo pensa nessuno. Si fa così un po’ per abitudine, e un po’ proprio per non pensarci troppo.»
«In ogni caso è stupido fare un lavoro che potrebbe essere fatto solo dalle macchine.»
«No» disse Colin. «Se la gente avesse il tempo di costruire delle macchine, poi non avrebbe più bisogno di far niente. Quello che voglio dire, insomma, è che si lavora per vivere invece di lavorare per costruire delle macchine che permetterebbero di vivere senza lavorare.»
«Ma non credi che preferirebbero starsene a casa e abbracciare le loro mogli e andare in piscina e a divertirsi?»
«Tutto dipende dal fatto che gli hanno detto: “Il lavoro è sacro, è bello, è buono, è la cosa più importante, e solo chi lavora ha tutti i diritti”. Però poi si fa il possibile per farli lavorare continuamente, così che loro non hanno il tempo di far valere i propri diritti.»

Tutto porterebbe allora a considerare l’intera dimensione lavorativa come un giogo per l’uomo: i guai lavorativi di Chick e  il suo tragico modo di impiegare il denaro in relazione ai suoi desideri, l’incursione in ambito sanitario con il dottor Manducamanica, persino la “professione” religiosa e infine ogni singolo colloquio nonché incarico rivestito da Colin, in una scalda discendente che lo svuota di beni, tempi, energie, umanità.

C’è un’unica eccezione ed è rappresentata dal cuoco istrione Nicolas, il quale svolge le sue mansioni con una passione invidiabile. Fateci caso, lui è sempre felice, sebbene, in fondo, per tutto il tempo in cui è sotto i nostri non stia facendo altro che il proprio lavoro. Solo l’infelicità di Chloé lo grava di una stanchezza che non gli appartiene, come del resto avviene con la casa in cui vivono, sempre più scura, imbruttita, invivibile, man mano che una ninfea si trascina via il meglio.

Si può a ragione sostenere che La schiuma dei giorni sia soprattutto una storia d’amore, per quanto non manchino, come si è visto, gli indizi di una critica sociale piuttosto chiara. Tuttavia, c’è un nodo che unisce entrambi questi temi portanti e che per Vian sintetizza il meglio della vita, altrimenti comunque priva di luce, musica, pienezza: la passione è la schiuma dei nostri giorni.

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