L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon

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Pierce Inverarity è un personaggio sfuggente; un mistificatore, a dispetto del suo cognome. Quando telefona ad Oedipa, anni dopo la loro rottura, lo fa sempre con voci e cadenze diverse, anche all’interno della stessa conversazione, prendendosi gioco di lei, come impersonando tutti i ruoli di una partita di cui lui solo sembra essere a conoscenza. Eppure, in quel tranquillo pomeriggio d’estate, la voce che dall’altra parte della cornetta raggiunge la vecchia fiamma è controllata, priva di inflessioni, e porta un messaggio chiaro: Pierce è morto e l’ha nominata sua esecutrice testamentaria.

È così che la follia si affaccia nella vita di Oedipa Maas, contagiando chiunque la circondi oppure semplicemente allucinando la sua prospettiva, trattandosi dell’unica che abbiamo la possibilità di seguire. Non inganni l’apparente linearità: se L’incanto del lotto 49 costituisce un’opera insolita per i canoni di Pynchon, lo è soltanto in merito alle proporzioni.

Poco più di un centinaio di pagine gli bastano per articolare un mondo pieno di segnali in mezzo ai quali il lettore non può che perdersi, anzi pare proprio spinto a farlo. Non a caso quel finale aperto, quasi minaccioso, ieratico: la verità, se esiste, siede in una stanza dalla quale noi tutti restiamo chiusi fuori.

Per eseguire le volontà di Inverarity, Oedipa si sposta nella cittadina californiana di San Narciso, che è poi una località fittizia: dettaglio trascurabile, se non apparisse sempre più chiaro nel corso della lettura che Pynchon sta intorbidando le acque, mescola i riferimenti e fa passare tutto per un fatto accidentale. Una serie di fatti accidentali. Può davvero avere un qualche significato l’inversione di due lettere in un avviso pubblico dell’ufficio postale? Non è certo più strano di vedere in tv un film con le scene montate alla rinfusa. Ma è davvero meno intenzionale di un’opera teatrale inscenata con più di qualche modifica al testo originale?

Non dovrebbe esserlo, visto il cospicuo numero di pagine che occupa la tragedia in questione; non se questa ha in qualche modo a che fare con un gruppo di corrieri postali… Come in Amleto, la finzione nella finzione sembra suggerire l’emergere di una verità di cui ci è dato cogliere solo i prodromi e non certo al riparo dal rischio di misinterpretarli.

Alla fine, ciò che otteniamo non è una definizione chiara né lo svelamento inequivocabile di una cospirazione storica, ma la lucida follia di chi comprende, con almeno trent’anni di anticipo, quanto possa essere cruciale il controllo delle comunicazioni in un mondo in cui le informazioni vanno moltiplicandosi a dismisura. Potrebbe apparire pura paranoia in stile pynchoniano pensare che parlando dell’american mail l’autore abbia inteso parlare anche dell’american male, visto il pressoché totale disfacimento di ogni figura maschile attorno a una protagonista dal nome tanto improbabile quanto pregnante; eppure, nemmeno un anno fa non avremmo tacciato di una patologia simile chi ipotizzasse un governo nazionale pronto a spiare il traffico delle comunicazioni?

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