Penne e pennelli

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È successo a New York, dove il museo Frick Collection ha registrato in poco più di tre mesi lo stesso numero di visitatori che in media impiega un anno a raggiungere: più di duecentomila persone si sono messe in coda, pazientando anche fino a 45 minuti, per ammirare Il cardellino, un dipinto di Carel Fabritius datato 1654.

Il motivo? Presto detto.

The goldfinch

Il cardellino è anche il titolo della terza fatica letteraria di Donna Tartt (edita in Italia in questi giorni da Rizzoli), che vede proprio nel  piccolo quadro di Fabritius una sorta di misterioso catalizzatore dell’intreccio narrativo. Evidentemente, in un’epoca nella quale non pochi dubitano dei libri come mezzi ancora validi per lo sviluppo e la diffusione della cultura, basta la suggestione di un romanzo ben scritto a mettere in moto le persone che cercano la bellezza.

Il “miracolo del cardellino”, infatti, si ripeterà fra pochi giorni a Bologna, seconda tappa (unica europea) della mostra Il mito della Golden Age, da Vermeer a Rembrandt, capolavori dal Mauritshuis. Le prenotazioni sono già settantamila, anche se, proabibilmente, in molti sono stati attratti perlopiù dal pezzo forte dell’esposizione, ovvero La ragazza con l’orecchino di perla. A ben vedere, il senso della questione comunque non muta, dal momento che è stato proprio il bel libro di Tracy Chevalier a riportare l’attenzione su questo capolavoro di Vermeer, dipinto che come pochi riesce a catturare la perfezione di un istante in cui la luce denuda il languore e insieme l’innocenza sul volto di una donna.

Come a dire che la potenza delle immagini diluita nel flusso delle parole non perde nulla di sé, ma sceglie solo un’altra strada per riaffiorare. Il tempo dei nuovi mezzi di comunicazione, veloci, complessi, semplicistici, non rappresenta affatto la detronizzazione del libro, bensì l’esaltazione della sua intertestualità, che non può che diventare intermedialità.

Può ancora accadere di scoprire un quadro tra le pagine di un romanzo? Mi è successo poco fa…

A Città del Messico erano finiti a una mostra di quadri della bellissima esule spagnola Remedios Varo: nel pannello centrale di un trittico intitolato Bordando el Manto Terrestre c’erano alcune delicate fanciulle con i visi a cuore, gli occhi grandi e i capelli simili a fili d’oro, prigioniere in una stanza in cima a una torre circolare, che ricamavano una specie di arazzo traboccante dalle feritoie nel vuoto, cercando disperatamente di colmare quel vuoto: poiché in quell’arazzo erano contenute tutte le altre costruzioni e le creature, tutte le onde, navi e foreste della terra, e l’arazzo era il mondo.

Thomas Pynchon, L’incanto del lotto 49

Bordando el manto terrestre

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