Le domande di Brian di David Nicholls

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Le domande di BrianFigure, più che personaggi.

A tratti irritante quella del protagonista.

Un climax coinvolgente, prevedibile l’epilogo.

Non proprio un romanzo di formazione.

Divertente però!

L’umorismo inglese ha questo d’intrigante:  quel suo voler passare sempre inosservato, mentre si trascina appresso un carico di sottintesi non certo indifferente. Ed è proprio questo a generare i più gustosi effetti comici. Almeno due: la risata di chi non coglie il riferimento in questione eppure ci tiene a passare per una persona arguta e, dall’altra parte, l’assoluta involontarietà di certi richiami. Entrambi, in ogni caso, dipendono da ciò che ognuno lega alle parole, da ciò che ognuno vi legge.

Ecco, in Le domande di Brian si può anche leggere una parodia – irriverente o bonaria, voluta o meno – de Il giovane Holden e (soprattutto?) di tutta la letteratura che ne è scaturita, dei ridicoli drammi di giovani ricchi viziati, dei cosiddetti uomini di mondo che preferirebbero aver viaggiato al viaggiare, dei presunti intellettuali che vorrebbero aver scritto (aver pubblicato!) piuttosto che scrivere…

Giudicateli voi gli stereotipi che abitano il mondo interiore di un Brian mezzo sbronzo la sera prima di partire per l’università.

Voglio essere in grado di ascoltare sonate per pianoforte e sapere chi le esegue. Voglio andare a concerti di musica classica e sapere quando si deve applaudire. Voglio capire il jazz moderno senza che mi sembri un terribile sbaglio, e voglio sapere chi sono di preciso i Velvet Underground. Voglio essere completamente impegnato nel Mondo delle Idee, voglio comprendere i sistemi economici complessi e cosa ci vede la gente in Bob Dylan. Voglio possedere ideali politici radicali ma umani. Voglio essere bene informato e tenere dibattiti appassionati, ma fondati su solide argomentazioni, attorno a tavoli di cucina in legno, dicendo cose come “specifichi meglio i suoi concetti!” e “le sue premesse sono chiaramente capziose!” per scoprire all’improvviso che è sorto il sole e abbiamo passato l’intera notte a parlare. Voglio usare con chiarezza parole come “eponimo” e “solipsistico” e “utilitarista”. Voglio imparare ad apprezzare i vini pregiati, e i liquori esotici, e i buoni whisky di malto, e imparare a berli senza fare la figura dell’idiota, e mangiare cibi strani ed esotici, uova di piviere e aragosta alla termidoro, cose che suonano a malapena commestibili o che non riesco a pronunciare. Voglio fare l’amore con donne bellissime, sofisticate e dall’aria intimidatoria, alla luce del giorno o addirittura con la luce accesa, lucido e senza paura, e voglio parlare correttamente molte lingue, magari anche una lingua morta o due, e portarmi sempre dietro un taccuino rilegato in pelle su cui scrivere pensieri incisivi, osservazioni e qualche occasionale pensiero poetico. Ma soprattutto voglio leggere libri: libri spessi come mattoni, libri rilegati in pelle fatti di carta incredibilmente sottile e con quei nastrini viola per tenere il segno; libri economici di poesia, impolverati, di seconda mano, libri incredibilmente costosi, saggi incomprensibili importati da università straniere. A un certo punto mi piacerebbe concepire un’idea originale. E mi piacerebbe essere ammirato, o addirittura essere amato, ma dovrò aspettare e vedere…

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