Il capitale umano

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Il capitale umano

Ho sentito più volte in questi giorni parlare del film di Virzì come di una rappresentazione significativa dell’Italia ai tempi della crisi e, in effetti, la sequenza iniziale, con quella panoramica dall’alto sui piatti disfatti, i festoni crollati, gli avanzi nelle stoviglie accatastate, ne offre un’immagine piuttosto pregnante: la festa è finita e non resta che raccattarne le macerie, provare a rimettere in sesto il possibile, almeno fino a quando non arriva il momento di staccare e lasciare il guaio nelle mani di altri.

Tuttavia, la crisi economica, con i suoi baratri, svolge all’interno della narrazione lo stesso ruolo rivestito dalla cerimonia in questione, ovvero nient’altro che quello di contesto. Un contesto all’interno del quale si sviluppa una storia che ha di volta in volta i contorni del racconto sociale, le tinte del noir, le sfumature di una commedia amara.

L’espediente narrativo è quello di una trama a spirale che, ripercorrendo i fatti ogni volta da un punto di vista differente, aggiunge man mano nuovi elementi per comprendere i personaggi e gli eventi che li legano. Alla stregua di un mosaico, la narrazione per capitoli consente di mettere a turno sotto i riflettori diversi tasselli, chiarificando al contempo sempre più la composizione del quadro generale.

Una simile costruzione ha il duplice vantaggio, da una parte, di liberare alcuni personaggi dallo stereotipo da cui inevitabilmente vengono attratte le loro figure e, dall’altra, di sottrarre al racconto ogni intento didascalico, poiché al graduale disvelarsi dell’intreccio spetta il compito di coinvolgere lo spettatore nelle sue dinamiche. E nel complesso ci riesce piuttosto bene, sebbene talvolta si abbia la sensazione che il meccanismo venga azionato in modo un po’ scolastico.

È, dunque, questo che rende accattivante l’interazione fra le diverse classi sociali per come viene rappresentata nel film, uno spettro in fin dei conti anche abbastanza diversificato, nonostante tutti, dal ricco sopra la media al povero delle case popolari, siano accomunati dalla ricerca spasmodica di un profitto. L’ironia della sceneggiatura (ad opera, fra gli altri, di Francesco Piccolo e basata su un omonimo romanzo) sta nel mostrare come, senza rendersene conto, tutte le famiglie in gioco abbiano già a disposizione l’ingente capitale di figli che snobbano, pressano, sfruttano e dai quali, invece, prende le mosse una nuova storia di speranza.

L’insulso finale da “e vissero tutti felici e contenti” non è che la sottolineatura, per contrasto, di come le fortune di tutti i personaggi poggino sul completo schiacciamento di altri, la cui sorte peraltro viene del tutto ignorata. Nel momento in cui la vita di una persona non ha più un valore ma acquista un prezzo, la giustizia sociale cessa di esistere.

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