La desolazione di Smaug

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La desolazione di Smaug

Permettetemi di dirlo con un luogo comune: mai titolo fu più azzeccato. È infatti davvero desolante assistere per più di due ore e mezzo all’imbarbarimento cui viene sottoposto non solo l’originario materiale tolkeniano, ma persino la trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli,della quale questa seconda vuole essere il prequel.

Sta tutto qui, se vogliamo, l’errore di Peter Jackson: non tenere in debito conto come Lo Hobbit Il Signore degli Anelli, per quanto opere ambientate nel medesimo universo narrativo e dotate di una certa continuità cronologia, siano del tutto incongruenti fra loro rispetto ai toni del racconto. Da tale fraintendimento discendono tutti i difetti che affossano il film e il progetto narrativo in cui è inserito.

Intendiamoci, la messinscena è come sempre sontuosa (sia pure quasi per intero votata alla spettacolarizzazione); è piuttosto la sceneggiatura, con le licenze che si concede rispetto allo spirito dell’opera a cui si ispira, a risultare evidentemente fallace, inciampando nel tentativo di assumere il respiro epico della prima trilogia e, al contempo, mandando all’aria l’atmosfera fiabesca per cui la storia de Lo Hobbit è stata congegnata. Il risultato è un’avventura fracassona, magari bella da vedere, ma privata di ogni vena lirica; un’avventura, oltretutto, che non riesce mai davvero a far trepidare per i suoi protagonisti e da cui, da un punto di vista metadiegetico, più o meno tutti i personaggi vengono fuori abbastanza malconci.

Non sono qui in discussione le modifiche o le aggiunte (libro e film sono sempre opere autonome e distinte), bensì il loro senso all’interno della storia. L’inserimento di un nuovo personaggio può anche andare più che bene, a patto che il solo scopo non sia il mantenimento delle quote rosa o la presenza di una storia d’amore tanto pretestuosa quanto improbabile. L’inserimento di un nuovo personaggio può anche andare più che bene, a patto che poi si riescano a gestire le inevitabili conseguenze a livello di trama.

Conseguenze che, tra l’altro, comportano un Legolas (!) algido e innamorato e, soprattutto, tre nani che per spirito di solidarietà rinunciano a vedere le avite porte di Erebor! Non potrebbero fare altrimenti, inchiodati come sono a Pontelagolungo dalle stesse esigenze di trama che riducono gli orchi a esseri tanto brutti quanto innocui, capaci finora, in più di cinque ore di assalti, soltanto di ferire un nano (peraltro per le necessità di cui sopra) e per il resto sottoposti alle gratuite crudeltà di elfi acrobati e prestigiatori.

E gli altri non se la passano certo meglio. Se già Tolkien può sembrare per certi versi manicheo nella distinzione fra bene e male, Jackson opera un tale appiattimento nella psicologia dei personaggi da eliminare ogni sfumatura di grigio. Se da una parte Bilbo si rivela lo scassinatore provetto che toglie praticamente in ogni occasione le castagne dal fuoco alla compagnia, dall’altra del carisma di Thorin Scudodiquercia non c’è traccia evidente, mentre sulla pochezza del resto dei nani è meglio stendere un velo pietoso.

Purtroppo, una trama così rattoppata finisce per rovinare anche il tessuto della mitologia della Terra di Mezzo, in particolare in riferimento alla figura del Negromante e al lento rinfocolarsi delle sue forze. Qualcuno davvero è stato sorpreso di scoprire Sauron dietro questa minaccia? Lascia più basiti sentirlo parlare in modo comprensibile e vederlo duellare con Gandalf con dinamiche a dir poco imbarazzanti. Senza contare l’anomale circostanza per cui Gandalf il Grigio, il quale si dovrà portare all’inferno un Balrog di Morgoth pur di fermarlo, riesce a tenere testa all’Oscuro Signore di Mordor con relativa facilità.

Le perplessità sarebbero ancora tante. Che interesse ha Sauron nel disperdere le proprie risorse nell’ostacolare la cerca di Thorin e della sua gente? Perché Radagast deve apparire proprio così rincitrullito? Che senso ha mettere in bocca a un personaggio di Tolkien un’allusione volgare a ciò che porta nei pantaloni? A quale scopo complicare tanto la situazione di Pontelagolungo? Non si poteva scegliere, per Bard, un attore che ricordasse di meno Orlando Bloom? Etc.

In conclusione, il drago rappresenta la perfetta metonimia del film: tanto atteso e suggestivo, ma solo fino a quando non si rivela incredibilmente moscio e prolisso.

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