L’arcobaleno della gravità di T. Pynchon

Standard

Proverb for Paranoids n°3

A scream came across the sky.

Mi spaventa di più scrivere di questo incredibile divoratore di segnalibri che non leggerlo (quello è stato uno spasso, un corpo a corpo serrato, una traversata transoceanica). Lo sfogo che meditavo (e già assaporavo) durante la lettura era l’invettiva contro il libro, ma alla fine questo diluvio di immagini, storie, ritornelli, personaggi, parole, citazioni, rimandi, divagazioni mi ha ammutolito. Come si può, anche solo a grandi linee, parlarne? Il commento più pertinente sarebbe l’esatta riproduzione del libro. Escludo anche, a priori, l’ipotesi di scendere nei dettagli; e non tanto per il rischio, più che concreto, di essere prolisso e inconcludente, quanto perché per parlare dei rivoli e dei molteplici risvolti di questa narrazione uno dovrebbe averne compresi almeno una buona metà.

Il punto è che L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon è un fulgido esempio di iperrealismo, o, se preferite, la bibbia del postmodernismo, e perciò non solo rifiuta ogni tipo di riduzione, ma se incoraggia un’interpretazione è per burlarsene (a lungo) nelle pagine successive, manifestandone l’assoluta parzialità. Problema: il testo è un groviglio pazzesco di cui è davvero arduo individuare i fili principali e, anzi, fomenta nel lettore il sospetto di non essere altro che un’immensa digressione.

Di cosa racconta, dunque, questo libro? Dato il denso intreccio di decine di trame e personaggi, ogni tentativo di sintesi non sarebbe che un’interpretazione. D’altro canto, se siete qui è perché vi interessa la mia. Ebbene, L’arcobaleno della gravità racconta la terribile devastazione che la Seconda Guerra Mondiale ha introdotto nell’ordine delle cose, il caos in cui è piombata la vita di ogni uomo, spezzato o sopravvissuto, il disastro irrimediabile che si è abbattuto sulla Storia al pari delle V-2 che flagellavano Londra; la forza entropica che ha continuato a serrare la sua morsa sull’umanità ben oltre la fine del conflitto e la cui eco continua a produrre i suoi effetti ancora oggi. È forse un caso che Tyrone, il nome di colui che in modo un po’ impacciato potremmo definire il protagonista, Tyrone Slothrop, l’Uomo Razzo, sia il quasi anagramma di entropia (entropy), la dissoluzione dell’umano che il suo vagare e dissolversi sembrano deputati ad esprimere?

Con Pynchon è così: quando pensi che nella sua narrazione non esista altro filo logico che quello dettato dal suo estro, ecco spuntare dei rimandi che ti costringono a porti domande, tornare indietro, cercare collegamenti… e tutto si fa ancora più confuso, il campo del racconto diviene una wasteland così dannatamente simile alla Zona (ovvero la “zona occupata dalle potenze vincitrici”, la Germania sconfitta mai nominata se non come la Zona), attraversata da orde di infelici, uomini allo sbando, adoratori della Morte, al cui tragico trionfo attenderà Blicero, il capitano della Wemacht che così bene la impersona e che era già comparso in V., opera precedente di Pynchon che così diviene una sorta di antefatto a L’arcobaleno della gravità.

Alt! Nessuna linearità, toglietevelo dalla testa. Me lo immagino lo scrittore di Glen Cove a disseminare corrispondenze in questo romanzo allo scopo (anche) di farsi beffe dei futuri lettori. Già, perché gli incastri non sono praticamente mai perfetti, non si giustificano con certezza e, quand’anche lo facciano, rinviano sempre ad altro, sempre ad altro, in un gioco che può perdersi nel suono di una risata dissacrante o nel sospetto di un’unità di fondo che invece, ad ogni livello, è del tutto inesistente.

Ecco, c’è questa disintegrazione del senso a permeare ogni passaggio del romanzo, a sprofondare nella crisi tutti i personaggi. E ad attrarre probabilmente l’autore, il quale, a proposito dello scienziato pavloviano Pointsman, abituato a ragionare per stimoli e riflessi, sottolinea il potere seduttivo della forma e il suo carattere illusorio:

Non è la prima volta, infatti, che la simmetria lo attrae, sviandolo per i suoi sentieri fioriti.

L’ordine e un disegno superiore non esistono. O forse sì? Tutto è collegato, niente è collegato. È preferibile considerarsi vittime di un sistema o in balia del caso?

La pioggia sgocciola, imbevendo il pavimento. Slothrop sente che sta per impazzire. Se nella paranoia c’è qualcosa di confortante – di religioso, volendo – esiste anche l’antiparanoia, in cui niente è collegato, una condizione che la maggior parte di noi trova difficile sopportare a lungo. Ebbene, adesso Slothrop sente che sta scivolando nella fase antiparanoica del proprio ciclo, sente che tutta la città intorno a lui è di nuovo senza tetto, senza difese, senza un centro, come lui, e a separarlo dal cielo carico di pioggia ci sono solo le immagini di cartone del Nemico in Ascolto. O Loro avevano messo Slothrop lì per un motivo preciso, oppure si trovava lì e basta. Slothrop si chiedeva se in fondo non fosse preferibile essere lì per un qualche motivo

Loro, loro, loro! Il tema della paranoia – “una tardona bionda un po’ tocca, ma dal cuore puro” – attraversa tutto il testo e compie in esso una parabola, al pari dell’arcobaleno, simbolo di una realtà complessa, multisfaccettata eppure evanescente, inafferrabile, e al pari del Razzo, il “Rivelatore” che la scompone, la distrugge e ne dimostra finalmente lo stato di decomposizione, la frammentarietà e di conseguenza l’insussistenza di un Sistema che con l’alibi di proteggerci ci prevarica.

Gli spostamenti dei personaggi appaiono manovrati, spesso privi di spinte personali intellegibili (soprattutto, quelli di Slothrop, che a un certo punto dimentica persino cosa stia facendo), eppure nel dipanarsi delle trame non è previsto alcun antagonista, “loro” non si mostrano mai semplicemente perché non esistono, tutti sono vittime e carnefici allo stesso tempo, poiché “il Sistema ha una succursale nel cervello di ognuno di noi”.

L’atipicità di un simile racconto, quindi, con il suo caos di trame, forme e linguaggi, non indica la scelta di ricusare ogni struttura a livello narrativo, né, al suo esatto opposto, un giochino intellettualoide nel quale la narrazione si inscrive in un disegno tanto complesso e intricato da sovrastare persino il lettore: è, piuttosto, la rappresentazione in lettere dello strappo prodotto nel mondo dalla catastrofe della guerra e dell’insanabile difficoltà di dialogo che ne è derivata, quella dell’uomo con la complessità della propria realtà:

…Zona, nella quale si trova, da qualche parte, un Testo da analizzare frammento dopo frammento, da annotare, da interpretare, da masturbare fino a che s’affloscia, da spremere fino all’ultima goccia… be’, avevamo dato per scontato – natürlich! –che il Testo sacro dovesse essere il Razzo, orururumo orumene, la fiamma alta, crescente, inanimata, sfavillante, immensa (ma i bambini herero della Zona stanno già trasformando “orumene” in “omunene”, il fratello maggiore)… la nostra Torah. Che altro? Le sue simmetrie, i suoi preziosismi ci hanno incantato e sedotto, mentre il vero Testo persisteva altrove, nella sua oscurità, nella nostra oscurità… neppure qui, così lontano dal Südwest, ci viene risparmiata l’antica tragedia dei messaggi perduti, una maledizione da cui non saremo mai liberi…

A perpetrare questa “antica tragedia” concorre l’ibridazione di codici e linguaggi operata dall’autore, che di continuo occultano e rivelano ciò di cui parlano. Seguire il gergo ingegneristico della costruzione dei missili è ostico tanto quanto comprendere i passaggi di pura psichedelia; l’indicazione di talune ricorrenze liturgiche suggerisce una ritualità nascosta eppure non perfettamente coincidente; le volgarità vanno di pari passo con citazioni coltissime; i riferimenti alla cultura popolare si susseguono così fitti da risultare ermetici; le interpretazioni di tipo cabalistico o legate ai tarocchi rideterminano alcuni significati, ma mandano all’aria le comprensioni che le hanno generate;  l’ambiguo richiamo, in contesti di finzione, a fatti storici e persone reali rende disagevole vagliare  quanto viene proposto… tutto questo impone al lettore un continuo confronto con un’alterità che non è mai del tutto comprensibile.

Su di essa vige un ordine abusivo, un Sistema “basato sull’Analisi e sulla Morte”, che, procedendo per cicli storici, già precedeva la guerra e l’ha oltrepassata: in essa ha solo trovato un’apocalisse (“per alcuni Slothrop era un pretesto“) e un nuovo Brennschluss. Affidato alla sola gravità, precipita per poi essere eretto di nuovo, Albero della Vita che ad ogni giro della Ruota germoglia sino a divenire Torre e Fallo e poi Razzo che ancora si schianta e di nuovo rinasce.

L’arcobaleno della gravità è una feroce parodia della Storia, il Testo, una lettura dello stato sociale e culturale dell’uomo che, a quarant’anni esatti dalla sua pubblicazione, non solo non cessa di essere terribilmente attuale, ma continua a generare una fantasmagoria di interpretazioni e significati che lo rendono un classico contemporaneo (e Thomas Pynchon un vate moderno e allucinato). L’affermazione dell’incredibile potere della letteratura, un capolavoro assoluto.

Annunci

Cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...