La mafia uccide solo d’estate

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la mafia uccide solo d'estate

Per comprendere anche solo una vita, dovete inghiottire un mondo.

Salman Rushdie, I figli della mezzanotte

Innestare tanto a fondo le vicende fittizie dei personaggi in un contesto storico-sociale reale, fino al punto che i due livelli del racconto sembrino così intrecciati da quasi influenzarsi l’un l’altro: non è un procedimento originale. Eppure Pif (al secolo Pierfrancesco Diliberto) lo fa con tanto coraggio e cognizione di causa che la sua prima opera come regista ne trae un plusvalore in grado di superare di gran lunga le sbavature che pure non mancano.

Si può ridere della mafia e dei mafiosi? La mafia uccide solo d’estate, pur inserendosi nel solco tracciato da Benigni con La vita è bella, lo fa a modo suo, senza ricorrere ad alcun lirismo (anzi rischiando più di una volta la deriva didascalica), ma indovinando quel tono ironico che ben rende le contraddizioni di una città in cui la vita scorre, come se niente fosse, tra un attentato e l’altro. Il riso non è mai del tutto liberatorio, poiché ciò da cui scaturisce sono situazioni in cui il peso della malavita si fa sempre più opprimente.

Il racconto della vita del piccolo Arturo, infatti, il quale sviluppa un insolito attaccamento alla figura di Giulio Andreotti, sembra voler indicare la crescita di Palermo, la lenta e graduale presa di coscienza attraverso la quale la città arriva ad aprire gli occhi sul fenomeno mafioso, che, se all’inizio è un consolidato malcostume di alcuni e una favoletta di cui ridere al bar per altri, alla fine diviene per tanti una realtà incandescente, via via più insostenibile. Una continua minaccia alla vita e alla libertà, che fa tremare ogni certezza, fino a quando anche il poster di Andreotti nella camera di Arturo non è poi così saldo.

Più volte i passi del protagonista incrociano in modo straordinario i delitti compiuti dalla mafia in quegli anni e le persone che si adoperano per combatterla: pur non esaurendosi in questo, la sua vita ne è permeata più di quanto non vorrebbe. E il racconto è onesto nel mostrarci questo intreccio indissolubile, nel mettere in scena un riconoscimento del male che mai diventa rifiuto o negazione della propria storia. “Senza la mafia non sarei nato” è una delle prime frasi che ci rivolge la voce narrante.

La sequenza finale esprime in maniera più esplicita come per il regista la lotta alla mafia passi dal riconoscimento del male: le riprese svolte con la handycam, ovvero nello stile de Il testimone, sembrano sottolinearne il valore di una dichiarazione di poetica.

La mafia uccide solo d’estate forse non sarà un capolavoro da un punto di vista artistico, ma ha in sé, in ogni caso, il grande merito di raccontare a chi non c’era la mafia  e il radicarsi delle sue logiche in un modo intelligibile, ponendosi quindi come uno strumento di verità. E la verità fa sempre liberi.

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