Prospettiva del buon romanziere

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Edward Hopper, Mattina a Cape Cod (1950)

Edward Hopper, Mattina a Cape Cod (1950)

Roberto Saviano ricorda spesso quanto sia stato per lui fondamentale il parere del critico Goffredo Fofi in merito alle sue prime esperienze narrative: scrivi bene – pare questi gli abbia detto – ma lascia perdere le vuote fantasticherie e racconta piuttosto ciò che vedi affacciandoti alla finestra. E di questo consiglio Saviano ha fatto tesoro.

Dopotutto, ricomprendere noi stessi e i mondi che abitiamo è la funzione più alta della letteratura e Fofi non ha fatto altro che applicare la lezione già tramandata dall’esperienza letteraria di Francesco Petrarca. Di tutta la sua produzione, infatti, noi ancora oggi leggiamo e apprezziamo quel Canzoniere che lui definì Rerum vulgarium fragmenta, mentre i suoi scritti più colti ed elaborati sono ormai solo materia per studiosi.

Le narrazioni capaci di incidere nell’immaginario comune e fornire nuove chiavi di lettura per il reale sono quelle che affondano le loro radici nella vita concreta di tutti i giorni: qualunque sia il loro contenuto o il loro genere, parlano all’uomo di se stesso, pizzicando le corde più essenziali del suo animo e diffondendone il riverbero.

Forse è per questo che lo stato di salute di una letteratura nazionale si può misurare dai romanzi che è in grado di produrre. Mentre assistiamo al proliferare della narrativa più varia, nel nostro Paese sono sempre di meno i romanzi veri e propri, quelli cioè che non si limitano all’esposizione dei fatti (intimi o esteriori che siano), ma propongono una riflessione profonda sulla nostra storia, spunti critici, dibattiti e qualsiasi cosa possa miri a renderci sempre più umani.

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