La freccia di Ulisse

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Vassily Kandinsky, Arco e freccia (1923)

Vassily Kandinsky, Arco e freccia (1923)

Si è detto di Penelope e dei suoi epigoni, della trama che tesse nell’attesa di colui che ne sappia riconoscere l’intreccio e penetrare le maglie. Per comprenderla, per raggiungerla. Ora il momento è giunto, adesso tocca a lui.

Ulisse fa ritorno a Itaca sotto mentite spoglie, c’è una prova che deve affrontare per rivelarsi e al contempo insinuarsi nel piano tessuto dalla moglie. Allo stesso modo, nell’arte del racconto, si verifica un doppio occultamento che coinvolge scrittore e lettore, l’uno assente nella lettura, l’altro nella scrittura. È il testo a separare questi versanti, ben distinti eppure in contatto fra loro: per mezzo di esso si può stabilire un incontro fra i significati enunciati dall’autore e quelli estratti dal lettore, incontro che può diventare dialogo solo a patto che quest’ultimo riesca a cogliere e a illuminare le traiettorie di senso tracciate dal testo nella sua indipendenza.

Può sembrare una prova impossibile e per certi versi oziosa, ma è l’unica che Penelope statuisce per concedersi. Come se tendere l’arco del marito non fosse già abbastanza, i pretendenti sono chiamati a far passare le loro frecce attraverso i fori di dodici scuri.

Ulisse conosce il suo strumento, l’abilità affinata da una lunga pratica non svanisce nemmeno dopo dieci anni di guerra. Sa che occorre scaldare il legno perché sciolga la sua fissità, ma si tratta di un vantaggio che da solo non è sufficiente. Per arrivare a Penelope, deve intuire la regolarità nella disposizione dei vuoti e vedere l’invisibile: la traiettoria che essi disegnano. Scagliare la sua freccia lungo di essa, a quel punto, è la parte più facile.

Al pari di Ulisse, il lettore ha il compito di individuare i fili invisibili all’interno del testo, cioè selezionare le informazioni pertinenti rispetto a un dato codice. Senza una chiave di lettura, infatti, vagherebbe come in un labirinto, ma, una volta ottenuto l’accesso, non gli resta che seguire le traiettorie trasversali alla manifestazione lineare del testo, ovvero quei fili sotterranei chiamati isotopie.

Esse rappresentano il luogo deputato all’attualizzazione dei significati dell’intreccio, indirizzano il lettore alla ricerca del senso profondo che soggiace alla semplice esposizione dei fatti. Individuate dal reiterarsi di riferimenti, più o meno espliciti, alla medesima tematica, le isotopie, come una vena aurea che viaggia fra la nuda roccia, spesso rivelano la parte più preziosa del senso narrativo, o, comunque, conducono il lettore che le colleziona alla sede di un senso ulteriore. Sono fiumi sotterranei che trasportano la linfa del testo e, laddove non affiorano, spetta al lettore assetato rintracciarli.

Talvolta, il testo racchiude isotopie di cui perfino l’autore è ignaro. Con il volo della sua freccia, Ulisse rende visibile a Penelope un filo della sua stessa tela.

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