Estratti di zoologia fantastica/3

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Un croccamauro ricorda molto da vicino un cane antropomorfo, senonché è  dotato di corna più o meno pronunciate, che gli derivano da un progenitore cervo. Del cane, invece, oltre che l’aspetto, possiede una sensibilità fuori dall’ordinario, dal momento che, al buio tutti i croccamauri  possono vedere ciò che odono e soprattutto percepiscono gli odori come scie colorate, veri e propri fili che spesso inseguono per scovare chi o cosa si trovi dall’altro capo.

Tra le bizzarre creature che Walter Moers ha descritto (e illustrato) nei suoi libri ambientati nel continente fantastico di Zamonia, i croccamauri, a mio avviso, sono quelli con la storia più interessante.

Fanno risalire le loro origini alla principessa Lattedargento, una cerbiatta che prima del malefico intervento di una streconiglia era stata una bambina. Come in tutte le favole, anche in quelle zamoniche i personaggi si smarriscono spesso nel bosco e così accadde un giorno alla principessa.

C’era poco da stare allegri, il bosco era infestato (tutti lo sapevano) dalla mummia dalle cento dita, dall’onnivoro semprefamelico, dall’uomo senza faccia, dal malvagio lupo Malvagio e dallo stregaragno silvestre: insomma, c’era solo da scegliere quale morte fosse più conveniente.

Invece, la principessa trovò accoglienza da una simpatica nonnina che abitava una casetta al centro del bosco. Il fuoco, un tetto, un pasto caldo, una buona compagnia… non avrebbe potuto chiedere di più per quella notte. Era quasi sul punto di assopirsi, quando un vento impetuoso spalancò la porta della casupola e travolse la vecchina, prima di allontanarsi rapido com’era arrivato. La principessa era sconvolta, altro che nonnina! Al suo posto, sparse per tutta la stanza, erano rimaste delle bende e un centinaio di dita ancora tremanti: quella era la mummia dalle cento dita!

Il giorno dopo, ripreso il cammino, incrociò un uomo smagrito che indugiava su un sasso sotto una quercia. Questi la invitò a sostare insieme a lui e la principessa gradì la prospettiva di un po’ di riposo. Forse fu per l’agitazione della notte appena trascorsa, forse per i mormorii dell’uomo che diceva di un essere un asceta, fatto sta che presto le palpebre di Lattedargento tornarono a farsi pesanti… non fece in tempo a scivolare nel sonno che una tempesta di foglie l’avvolse e di nuovo la furia del vento la risparmiò, ma non ebbe pietà dell’asceta. Rimasta di nuovo sola, la principessa poté constatare a quale nuovo pericolo era scampata: dietro la quercia, era ammassato un mucchio di ossa spolpate, i resti delle gozzoviglie di chi si fingeva un asceta e invece non era altro che l’onnivoro semprefamelico!

Con questi chiari di luna, Lattedargento affrettò il passo per uscire al più presto dall’incubo, senza più alcuna intenzione di sostare, nemmeno al calar della sera. Come poteva ancora fidarsi di casette e grandi alberi? Camminò e camminò, finché le forze non la abbandonarono e, quasi senza pensarci, si stese all’ombra di un cespuglio. Ma il sonno era una maledizione e non appena chiuse gli occhi, la principessa udì come un respiro affannoso vicino, troppo vicino. China su di lei, un’ombra gelida le suggeva la vita dalle orecchie e lei stavolta non aveva più alcuna possibilità di scampo. A meno che… Per una volta fu lieta di sentire il vento sollevarsi di nuovo, spazzare gli alberi, sospingere le foglie e strapparle di dosso quel parassita dell’uomo senza faccia e scaraventarne lontano il cadavere.

Possibile che non ci fosse mai fine alle minacce di quella foresta? All’appello mancavano ancora lo stregaragno silvestre e… non finì nemmeno di pensarlo che si trovò a sbarrargli la strada un imponente lupo nero capace di reggersi su due zampe.

“Ehilà” disse il malvagio lupo Malvagio.
“Buongiorno” rispose Lattedargento, spaurita. “Che cosa vuoi da me?”
“Voglio divorarti” disse il Lupo.
La principessa Lattedargento allora cominciò a piangere disperatamente, il lupo si abbassò sulle quattro zampe, le corse accanto e disse: “Ehi, stavo scherzando! Che bisogno c’è di piangere? Non hai il senso dell’umorismo? Non è affatto vero che voglio divorarti”. Perché, come risultò dallo scambio di parole che seguì, quello, in realtà, non era un lupo, ma un uomo trasformato in lupo da una magia e il cui vero nome era principe Sanguegelido. Insomma, per farla breve, il principe Sanguegelido si era innamorato della principessa Lattedargento non appena questa aveva messo piede nella grande foresta, e l’aveva seguita passo dopo passo per proteggerla dai pericoli del bosco. Era stato lui ad abbattersi come un vento sulla
mummia dalle cento dita, sull’onnivoro semprefamelico e sull’uomo senza faccia. E guarda caso l’incantesimo che lo aveva trasformato era della stessa strega che aveva cambiato l’aspetto della principessa. È una di quelle coincidenze che favoriscono la confidenza e la familiarità e così anche la principessa Lattedargento si innamorò del principe Sanguegelido. Si avviarono dunque insieme in quella parte del bosco in cui la grande foresta è più buia e dove… già: dove avvenne il miracolo dell’amore.

(Walter Moers, Rumo e i prodigi nell’oscurità)

Dalla loro unione non nacque né un capriolo né un lupo, ma un cucciolo di lupo con due cornetti e quella, secondo la leggenda, fu l’origine dei croccamauri.

La principessa Lattedargento e il principe Sanguegelido finirono i loro giorni nella rete del perfido stregaragno silvestre, dove furono succhiati a morte sotto gli occhi del figlioletto. Che ci volete fare, questa è una favola zamonica e le favole zamoniche finiscono sempre male.

Precedenti estratti: la Fama, il colombre.

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